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Lavinia Trivulzio
Leggi i suoi articoliNella prossima Modern & Contemporary Art Sale di Phillips a Londra nulla eccede, nulla rischia davvero di sfuggire di mano. Nel catalogo ogni lotto è posizionato con attenzione all’interno di una precisa gerarchia di valori. A guidare la vendita sono due figure emblematiche ma divergenti. Da un lato Gerhard Richter, con «Green-Blue-Red» (1993), stimato tra 200mila e 300mila sterline, un lavoro che incarna la continuità del gusto internazionale e che celebra l’astrazione come «lingua franca» del collezionismo globale. Dall’altro Banksy, presente con «Picasso» (2009), una scultura in marmo che traduce la sua consueta ironia iconoclasta in una forma sorprendentemente stabile, quasi istituzionale.
Subito sotto questo vertice si apre una sezione che, pur meno mediatica, è forse più significativa. «Desaparecimentos» (1982) di Cildo Meireles, stimato 180mila–220mila sterline, introduce una dimensione politica esplicita: il lavoro, legato alla memoria della dittatura militare brasiliana, porta in asta una tensione che il mercato tende storicamente ad assorbire. Accanto, Lygia Pape con «Book of Night and Day I» (1963–1976), 120mila–180mila sterline, rappresenta una genealogia alternativa della modernità, fatta di ritmo, struttura e partecipazione.
La fascia intermedia del catalogo rivela la vera natura della vendita. Qui si incontrano linguaggi diversi ma accomunati da una forte leggibilità di mercato: Bernard Buffet con «Autoportrait» (1949), 90mila–120mila, restituisce la persistenza di una figurazione grafica e malinconica; Jaume Plensa, con «Tattoo III» (2004), 80mila–120mila sterline, propone una scultura elegante, perfettamente integrabile negli spazi del collezionismo internazionale.
Cildo Meireles, «Desaparecimentos (Disappearances)», 1982. Courtesy of Phillips
Mika Ninagawa, «Gathered Silence, Blossoming Light», 2026. Courtesy of Phillips
A questi si affianca «Wandering Emu» (1991) di Emily Kam Kngwarray, 70mila–100mila, presenza che segnala l’attenzione crescente verso pratiche non occidentali, pur all’interno di una cornice ancora fortemente regolata. Più intima è la dimensione di Tracey Emin con «Sleeping Wishing» (2005), 40mila–60mila, dove la vulnerabilità diventa cifra stilistica riconoscibile e ormai pienamente assimilata dal mercato.
Scendendo ulteriormente, il catalogo introduce una zona di sperimentazione controllata. Andrew Cranston, con «Sink - Osborne Street» (2005), 15mila–20mila, e soprattutto Jemima Murphy, al debutto in asta con «Invincible Blooms» (2023), 8mila–12mila sterline, incarnano quella necessità strutturale del sistema di rinnovarsi, pur senza esporsi eccessivamente.
In parallelo, la piattaforma ULTIMATE consolida il ruolo della fotografia come segmento autonomo ma ancora gerarchicamente distinto. I due autoritratti del 1980 di Robert Mapplethorpe (entrambi 60mila–80mila) funzionano da perno simbolico: immagini ormai canoniche, in cui estetica e provocazione convivono in equilibrio stabile. Più misurata la presenza di Irving Penn con «Woman in Feather Hat, New York» (1991), 30mila–50mila, esempio di una fotografia che ha da tempo trovato la propria legittimazione museale. A questi si aggiunge il debutto di Anna Deller-Yee, con «The Gathering of the Clouds» (2026), opera realizzata appositamente per Phillips: un gesto che sottolinea la volontà della casa d’aste di inserirsi, seppur con cautela, anche nella produzione del nuovo.
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