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Amélie Bernard
Leggi i suoi articoliEsistono opere che sembrano chiedere distanza. Altre, invece, sembrano domandare il contrario: avvicinarsi. Il Cristo velato di Giuseppe Sanmartino appartiene a questa seconda categoria. Da quasi tre secoli milioni di visitatori entrano nella Cappella Sansevero con un impulso spontaneo quanto proibito: allungare una mano e verificare se quel velo sia davvero di marmo. La visita tattile "La meraviglia a portata di mano", riservata a persone non vedenti e ipovedenti, di cui abbiamo eccezionalmente fruito questa primavera, ha infatti reso possibile esplorare direttamente il Cristo velato, insieme alla Pudicizia di Antonio Corradini e al Disinganno di Francesco Queirolo. La recinzione è stata rimossa, le mani sono state protette da guanti di lattice e il tatto è diventato il principale strumento di conoscenza.
La notizia riguarda certamente l'accessibilità museale. Ma suggerisce anche una domanda più ampia: siamo sicuri che il Cristo velato sia un'opera pensata soltanto per essere guardata? La storia della scultura racconta il contrario. Per gran parte dell'antichità e del Medioevo il rapporto con le opere era fisico. Le statue venivano sfiorate, baciate, rivestite, profumate. Le immagini sacre erano oggetti di devozione prima ancora che capolavori estetici. Solo tra Sette e Ottocento, con la nascita del museo moderno, si afferma progressivamente un principio destinato a cambiare il nostro modo di vivere l'arte: guardare senza toccare. Da allora la vista è diventata il senso dominante della cultura occidentale. Il Cristo velato sembra però opporsi a questa gerarchia.
Il suo celebre velo non è semplicemente una dimostrazione di virtuosismo tecnico. È una sfida percettiva. Sanmartino scolpisce un materiale duro trasformandolo nell'esatto opposto della sua natura. Il marmo perde peso, si assottiglia, aderisce al corpo, lascia intuire la pelle, le costole, le vene, le ferite della Passione. Lo spettatore non osserva soltanto una figura. Avverte quasi la consistenza del tessuto. È questo cortocircuito sensoriale ad aver alimentato per secoli una delle leggende più resistenti della storia dell'arte italiana: quella secondo cui Raimondo di Sangro avrebbe inventato un procedimento alchemico capace di "marmorizzare" un vero velo. Una storia ormai definitivamente smentita dagli studi, che hanno dimostrato come il velo sia interamente scolpito nello stesso blocco di marmo. Eppure il mito continua a sopravvivere. Perché nasce da una reazione istintiva. Davanti al Cristo velato l'occhio smette di fidarsi di sé stesso. Vorrebbe verificare. Vorrebbe toccare.
In questo senso l'esperienza pensata dalla Cappella Sansevero assume un valore che va oltre l'inclusione. Chi non vede sperimenta qualcosa che, paradossalmente, anche chi vede ha sempre desiderato fare. L'esplorazione tattile restituisce infatti una dimensione della scultura che normalmente rimane esclusa dalla visita museale. Le dita seguono il ritmo delle pieghe del velo, riconoscono la tensione dei muscoli, distinguono la morbidezza apparente della pelle dalla compattezza del marmo. È una lettura lenta, costruita centimetro dopo centimetro, che obbliga a rallentare e ad abitare davvero l'opera. In un'epoca dominata dalla velocità delle immagini, questa lentezza assume un significato particolare. Ogni anno oltre mezzo milione di persone attraversa la Cappella Sansevero. Molti restano pochi minuti davanti al Cristo velato. Scattano una fotografia, cercano l'inquadratura perfetta, poi proseguono.
L'esperienza tattile rovescia completamente questa logica. Non esiste uno sguardo rapido. Ogni dettaglio richiede tempo. Ogni forma deve essere costruita mentalmente attraverso il movimento delle mani. Forse è proprio questo l'insegnamento più interessante dell'iniziativa napoletana. L'accessibilità non consiste soltanto nell'eliminare una barriera per una categoria di visitatori. Può diventare uno strumento capace di modificare il modo stesso in cui tutti pensiamo il museo. Perché il Cristo velato continua a emozionare non soltanto per ciò che rappresenta, ma per il modo in cui mette continuamente in crisi i nostri sensi. Il suo marmo sembra tessuto. La pietra diventa pelle. La materia si fa trasparenza. E davanti a questo paradosso, forse, vedere non basta più. Forse, almeno idealmente, il Cristo velato è un'opera che chiede ancora oggi di essere compresa attraverso quella forma di conoscenza che precede perfino lo sguardo: una carezza.
Amélie Bernard
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