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Camilla Sordi
Leggi i suoi articoliDopo undici anni di attività, 118 mostre e una programmazione che ha contribuito a definire una parte significativa della nuova scena artistica americana, Lyles & King chiude definitivamente. L'annuncio, affidato a una lettera inviata dal fondatore Isaac Lyles alla mailing list della galleria, rappresenta un'altra tessera di un fenomeno che sta ridisegnando il sistema delle gallerie internazionali: la crescente difficoltà di sostenere spazi indipendenti dedicati alla ricerca contemporanea.
Fondata nel 2015 nel Lower East Side di New York, Lyles & King si è rapidamente affermata come uno dei luoghi più attenti alle nuove generazioni di artisti, alternando figure già riconosciute a ricerche emergenti. Nel corso degli anni ha rappresentato, tra gli altri, Aneta Grzeszykowska, Mira Schor, Kathy Ruttenberg, Lily Wong e Jo-ey Tang & Thomas Fougeirol, costruendo una programmazione capace di intercettare con largo anticipo alcune delle traiettorie più interessanti dell'arte contemporanea.
Il ruolo della galleria emerge osservando il percorso di molti artisti passati dai suoi spazi. Aneta Grzeszykowska è stata invitata alla Biennale di Venezia del 2022, Kiyan Williams è entrato nella Whitney Biennial del 2024, Shala Miller è stato selezionato per la Carnegie International del 2026, mentre Aaron Gilbert, dopo la personale organizzata da Lyles & King nel 2019, è oggi rappresentato da Gladstone Gallery. Una traiettoria che conferma la funzione storica delle gallerie di ricerca: individuare talenti, sostenerne la crescita e accompagnarli verso il sistema internazionale.
Nel messaggio di congedo Isaac Lyles ha ricordato le ragioni che lo avevano spinto ad aprire la galleria nel maggio del 2015. Al centro vi era la convinzione che l'esperienza diretta della mostra conservasse un valore insostituibile in un mondo sempre più mediato dalle immagini digitali. Per Lyles l'arte continuava a essere uno spazio di relazione fisica, capace di mettere in contatto persone, corpi e sensibilità differenti. Quella visione si rifletteva nella programmazione espositiva. Dopo gli anni trascorsi nella sede di Forsyth Street, la galleria si trasferì nel 2020 a Chinatown, inaugurando il nuovo spazio con la mostra I Want to Feel Alive Again, un progetto nato nel pieno della pandemia che rimetteva il corpo e la figurazione al centro della riflessione artistica. Negli anni successivi Lyles & King ha ospitato personali di Natalie Frank, Julia Thompson, Kiyan Williams, Daniela Paz Gomez, Shala Miller e Ophelia Arc, oltre a collettive curate da figure come Ebony L. Haynes e Geena Brown.
La chiusura della galleria non rappresenta un caso isolato. Negli ultimi mesi numerosi spazi indipendenti in Europa e negli Stati Uniti hanno annunciato la cessazione delle attività, mentre anche operatori di dimensioni maggiori hanno avviato profonde riorganizzazioni. Si tratta di una trasformazione che riflette un cambiamento strutturale del mercato: l'aumento dei costi di gestione, la crescente dipendenza dalle fiere internazionali, la concentrazione dei collezionisti verso un numero sempre più limitato di operatori e la competizione con le mega-gallerie stanno modificando profondamente l'economia della ricerca artistica. Isaac Lyles ha concluso il suo messaggio ringraziando artisti, collezionisti, curatori, scrittori e visitatori che hanno accompagnato la storia della galleria, lasciando intendere che nuovi progetti sono già all'orizzonte. Rimane però il bilancio di un'esperienza che, in poco più di un decennio, ha contribuito a formare una parte significativa della scena contemporanea americana, dimostrando come il valore di una galleria non si misuri soltanto dalle vendite, ma dalla capacità di individuare e sostenere il futuro dell'arte prima che venga riconosciuto dal mercato e dalle istituzioni.
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