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«Il Resto dell’alba», Pininfarina Architecture e Patrick Tuttofuoco, primavera 2024

Foto: Alessandro Moni

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«Il Resto dell’alba», Pininfarina Architecture e Patrick Tuttofuoco, primavera 2024

Foto: Alessandro Moni

Chiara Gatti e il Man di Nuoro, tra identità sarda e collaborazioni internazionali

«C’è una forte difesa della lingua e delle tradizioni, che affondano in una storia remota e straordinaria. Bisogna quindi raccontarla senza però rimanerne incatenati», spiega la direttrice, che accenna alla mostra che sarà inaugurata quest’estate

Ada Masoero

Giornalista e critico d’arte Leggi i suoi articoli

Direttore artistico del Man di Nuoro dal 2022, confermata per altri tre anni nel 2025, Chiara Gatti (Luino, Va, 1973) poteva contare, al momento della nomina, su una triplice esperienza: quella della scrittura, esercitata dal 2001 su «la Repubblica» e su altre testate; quella della curatela di mostre in musei e istituzioni pubbliche e quella museale, vissuta da curatore scientifico o membro di comitati scientifici in musei ticinesi e italiani, fino alla presenza (che perdura tuttora) nel Comitato scientifico del Mudec di Milano e nel Consiglio direttivo di Amaci, Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani. Poi, la direzione del Man, già passata dalle mani sapienti di Lorenzo Giusti (oggi direttore della GAMeC di Bergamo) e che sotto la sua guida ha consolidato il ruolo di motore di cultura nella città che, per i numerosi intellettuali che ha generato (prima fra tutti Grazia Deledda, Nobel per la Letteratura nel 1926), è stata definita «l’Atene sarda». Con Chiara Gatti parliamo di questa esperienza in un territorio dall’identità così marcata e così peculiare. 

Partiamo dalla sua formazione.  
L’arte è una passione di famiglia, di mia madre in particolare, e per me è stato naturale iscrivermi all’Università Cattolica di Milano, dove ho studiato con Miklós Boskovits, Luciano Caramel e Paolo Bellini, specializzandomi poi al Museum of Fine Arts di Boston sulla grafica di Edward Hopper. In seguito ho iniziato a scrivere su «la Repubblica», con Armando Besio, e a dedicarmi per 15 anni alla curatela di mostre con Simone Soldini, al Museo di Mendrisio. Praticare la narrazione, coniugata all’impegno curatoriale, è qualcosa che arricchisce, perché s’impara come comunicare e approfondire attraverso la scrittura: è una scuola che viene da Lea Vergine, Mario De Micheli, Giovanni Testori, il quale sosteneva che «la critica nasce dentro i giornali». Ho poi curato mostre altrove, tra cui una di Alberto Giacometti a Parigi, e ora sono qui al Man, con un impegno molto stimolante perché, avendo il museo un proprio Cda, c’è molta indipendenza, nella gestione come nell’amministrazione, associata a un profilo alto, frutto anche di questa libertà di studio e di programmazione.

Fra le missioni del Man, fondato nel 1999 in una terra che vive fortemente la propria insularità, c’è per statuto quella «identitaria». Come si è mossa per eludere il rischio di un regionalismo fuori luogo? 
L’aspetto identitario è centrale, indispensabile, più che in ogni altra regione italiana. C’è una forte difesa della lingua e delle tradizioni, che affondano in una storia remota e straordinaria. Bisogna quindi raccontarla senza però rimanerne incatenati. Penso alle tessitrici di Sarule, che nel 2022, in coincidenza con lo scoppio della guerra in Ucraina, hanno reinterpretato per noi «Guernica» di Picasso in 12 meravigliosi arazzi: un discorso che nasceva qui ma che abbracciava significati universali. Ora c’è la mostra di Franco Pinna (1925-78), sardo, fotografo di Fellini a Cinecittà, qui con le immagini degli anni ’60 per le riviste: il collegamento con questa terra c’è sempre ma il respiro deve allargarsi. E per aprirci ai più giovani, ho chiesto a collaboratori trentenni di lavorare su una comunicazione generazionale. Abbiamo affrontato temi come la musica elettronica, presentato libri sull’IA, sulle tematiche Lgbtq+. Mi dicevano: i trentenni qui non ci sono, sono fuori dalla Sardegna. In realtà in tanti sentono la necessità di un ritorno e abbiamo avuto una risposta entusiastica.   

Per il Man lei, come già Lorenzo Giusti, ha saputo stringere relazioni con importanti realtà anche internazionali (Pompidou, Louvre e d’Orsay di Parigi, Kunsthaus di Zurigo, Reina Sofía di Madrid...): ha incontrato resistenze, da parte di istituzioni come quelle, a collaborare con il museo di una città di 35mila abitanti nel cuore (quasi inaccessibile) della Sardegna?  
Assolutamente no, merito dei progetti scientifici che abbiamo sottoposto loro. Non solo: per la mostra del 2023 sulla scalinata di Odessa, abbiamo avuto prestiti dal Museo di Praga, dall’Estonia, dagli stessi musei di Odessa quando la città già era sotto le bombe russe...   

Il Man ha incrementato gli introiti. Quali novità ha introdotto?
Quando sono arrivata, abbiamo aperto il bookshop, e le edizioni che produciamo (a Boston avevo lavorato al Museum of Fine Arts, uno dei primi «musei azienda») contribuiscono a far girare la macchina museo: il 15 per cento delle uscite lo copriamo con bookshop, edizioni e merchandising. Abbiamo destagionalizzato la programmazione, accrescendo del 15 per cento le presenze invernali, con un’offerta alta, che coinvolge l’interesse dell’intera isola: penso alla mostra «Il resto dell’alba» del 2024, frutto del confronto tra Patrick Tuttofuoco, Pininfarina Architettura e la curatrice Maddalena d’Alfonso, con quel guscio luminoso di alluminio, avvolgente e ipertecnologico. E anche ora abbiamo tre mostre come quella citata di Franco Pinna, «Sardegna a colori. Fotografie recuperate 1953-67», oltre alle opere inedite di Alfredo Casali, «Isolitudine», e «Blow Up» di Franco Mazzucchelli. Questo mese presentiamo per la prima volta un dialogo fra Giuseppe Pellizza da Volpedo e l’artista sardo Antonio Ballero, che ha abbracciato il Divisionismo grazie alla lezione del maestro, cui seguirà il progetto di Monica Biancardi, vincitrice del bando Pac con 11 fotografie scattate in 17 anni, che narrano la crescita di due gemelle beduine nel cuore della Palestina. E in estate avremo «Futurama», ultima (dopo «Sensorama» e «Diorama») del nostro ciclo di mostre visionarie: non una mostra distopica, perché porta con sé un po’ di speranza per il futuro. Se mai, una mostra sulla delusione per il futuro che è arrivato. 

Chiara Gatti. © Foto Moni

Ada Masoero, 23 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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