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Alessandro Agresti
Leggi i suoi articoli«Il Seicento Napoletano non è il secolo di Caravaggio, come ha sostenuto fino alla fine lo scrittore storico d’arte e Roberto Longhi. Ma il secolo di Ribera». In questa breve affermazione si condensa parte del significato e quanto è dimostrato in questo libello di ricerca breve e raffinato di Stefano Causa, una vera e propria esercitazione di connoisseurship che risulta anche esemplare, nella cristallina metodologia adoperata per le attribuzioni, per le nuove generazioni che si affacciano nel mare magnum dell’attribuzionismo, nonché una vera rarità della Storia dell’Arte contemporanea.
Effettivamente il magistero di Jusepe de Ribera è il filo rosso che lega le cinque opere inedite illustrate: compresa una nuova aggiunta al catalogo del maestro spagnolo, un enfatico dipinto con «Le lacrime di san Pietro», il quale si qualifica non solo per la sostenuta qualità esecutiva, ma anche per l'apertura alla poetica del Barocco, mostrando le sfaccettature di una personalità che definire solo caravaggesca appare oramai limitativo.
Si continua con un suadente «San Girolamo che legge» di Andrea Vaccaro, artista, come giustamente argomenta l'autore, «ancora alquanto sottovalutato dalla critica: ora bisogna avvertire che Vaccaro ha subito le censure di una critica innamorata del naturalismo napoletano, va sempre a disagio nel fronteggiare quel pencolamento tra qualità e industria che caratterizza il lavoro del maestro della prima metà del secolo e nell’ultimo ventennio di attività»; su di esso dovrebbe aprirsi, prossimamente, una mostra delle sale di Capodimonte.
Risulta sorprendente il «Ritratto di filosofo con libri e compasso», forse identificabile con Euclide, da scrivere alla giovinezza di Salvator Rosa (lo sigla orgogliosamente «SR»), il quale costituisce un tassello di non poco conto per la ricostruzione dell’ancora lacunosa attività giovanile di questo maestro così eccentrico e controcorrente.
Altrettanto singolare è la «Testa all’orientale» di Luca Giordano, uno dei più scoperti omaggi del pittore a Ribera e una delle rare «testacce» nel suo folto e variegato catalogo.
Il volumetto termina con un vero fuoco d'artificio: il «Democrito» di Giacomo del Po, rutilante immagine sostanziata dalla pennellata virtuosa e fratta precipua di questo artefice, il più visionario tra i pittori operanti tra Sei e Settecento a Napoli, il quale traghetta la naturalezza della lezione riberesca alle soglie del Rococò.
La prosa suadente, la filologia impeccabile espletate nella composizione del testo, oltre all’aggiornata bibliografia, rendono questo libro di ricerca una lettura stimolante, ricca di nuovi spunti e vie di ricerca in quel vero cantiere di lavoro che è la pittura del Seicento a Napoli.
Teste calde. Quattro napoletani e mezzo a confronto, di Stefano Causa, 33 pp., ill., Editori Paparo, Roma, 2026, € 15
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