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Negli spazi milanesi di Casa MB tre artisti si confrontano sui modi in cui essa emerga da processi di stratificazione, percezione e memoria
- Alessia De Michelis
- 15 aprile 2026
- 00’minuti di lettura
Alice Faloretti, «Nocturne #2», 2026
© L’artista
Come prende corpo la forma secondo Alice Faloretti, Mattia Sinigaglia ed Ezio Gribaudo
Negli spazi milanesi di Casa MB tre artisti si confrontano sui modi in cui essa emerga da processi di stratificazione, percezione e memoria
- Alessia De Michelis
- 15 aprile 2026
- 00’minuti di lettura
Alessia De Michelis
Leggi i suoi articoliA Milano, negli spazi di Casa MB, la mostra «Forms in Formation: Across Image, Matter, and Memory» riunisce tre pratiche artistiche italiane di generazioni diverse (Alice Faloretti, Mattia Sinigaglia ed Ezio Gribaudo) attorno a una domanda cruciale: non che cosa sia la forma, ma come essa prenda corpo.
Curata attraverso la collaborazione tra F2T Gallery, sans titre e Martina Polini, l’esposizione (visitabile fino al 16 maggio su appuntamento) propone un attraversamento di linguaggi e temporalità differenti, accomunati da una tensione condivisa: la forma non è mai data, ma emerge da processi di stratificazione, percezione e memoria.
Nelle tele di Faloretti (Brescia, 1992), immagini fluide e instabili dissolvono i confini tra paesaggio e immaginazione. Opere come «Le radici delle nuvole» (2024) e «Nocturne #2» (2026) costruiscono ambienti ambigui, dove elementi geologici e visioni allucinate si sovrappongono in un continuo slittamento percettivo.
La ricerca di Sinigaglia (1989) si sviluppa invece attraverso il tempo della materia: pittura, legno inciso e ceramica dialogano in superfici stratificate da cui l’immagine affiora lentamente. In lavori come «Datura» (2026) e «Veglie e Riposi» (2026), la forma si colloca in un territorio sospeso tra figurazione e astrazione.
Diversa ma complementare è la posizione di Gribaudo (1929-2022), la cui opera su carta restituisce paesaggi filtrati dalla memoria. Nei disegni dedicati a luoghi come Kings Canyon o Ayers Rock (1984), forme essenziali e cromie trattenute evocano visioni mediate dalla distanza, più ricordate che osservate.
Il dialogo tra i tre artisti non mira a colmare le differenze generazionali (Faloretti e Sinigaglia, entrambi formatisi all’Accademia di Belle Arti di Venezia, e Gribaudo, figura storica del secondo Novecento), ma le assume come parte integrante della struttura espositiva. Ne emerge uno spazio in cui la forma resta aperta, continuamente in divenire, sospesa tra immagine, materia e memoria.
Mattia Sinigaglia, «Veglie e riposi», 2026. © L’artista
Ezio Gribaudo, «Ayers Rock, Australia 01», 1984. © L’artista