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Andrea Tinterri
Leggi i suoi articoliIn occasione del festival Fotografia Europea di Reggio Emilia, Spazio C21 presenta «Dead God, Thank Tou», la prima mostra italiana di Brad Downey. L’artista americano, ormai da anni trapiantato in Europa e più precisamente a Berlino, dialoga con il tema del festival di quest’anno, «Fantasmi del quotidiano». La mostra presenta lavori inediti che interrogano la dimensione caleidoscopica della fotografia, insistendo su quella sottile linea rossa compresa tra sacrificio e rappresentazione, tra morte e commemorazione. Downey fotografa sei diversi alberi che vengono successivamente abbattuti e trasformati in fogli di carta di cellulosa processata a mano. La fotografia di ogni pianta viene poi riprodotta su questa carta con un pennello attivato da un apparecchio digitale che utilizza un inchiostro estratto dal processo di macerazione del legno, come fossero pitture cutanee realizzate su un corpo sacrificale, un corpo immolato alla rappresentazione. La morte viene disinnescata per diventare immagine. Come sottolinea l’artista nell’intervista a Emanuela Mazzonis: «Mi interessa catturare lo spazio tra materialità e immaterialità, la zona transitoria tra vita e morte. Qualcosa scompare davvero? L’oggetto funziona come una sorta di ritratto, ma delicato e intimo, perché l’albero è rappresentato attraverso i propri materiali. Diventa una reliquia, che conserva la memoria nella propria forma». È il tentativo di una sintesi estrema, in cui un’esistenza può essere ridotta a un unico frame, a un’unica apparizione, in un gioco di seduzione e morte che eleva il sacrificio a esperienza estetica. Ma chi sono gli interlocutori di questo progetto? A chi sta parlando Downey? Probabilmente alla nostra smania di iperesposizione, a quei riti ormai quotidiani in cui il confine tra pubblico e privato sembra lacerarsi in favore di un territorio lasciato alla mercé di chiunque lo voglia stuprare, inghiottire, rubare (i social insegnano). Ma forse non è solo questo.
Quello di Brad Downey è un gesto, come lui stesso ammette, che simula una reliquia, un corpo che denuncia la propria presenza, una fisicità che lambisce il sacro, attestandosi come eterna. Perché altrimenti il sacrificio? Perché altrimenti immolarsi per una sola immagine? È un atto assoluto, irripetibile, estremo, ed è proprio quest’eccezionalità che viene tradotta sulla carta: un foglio artigianale, frutto di un lungo processo, che esclude qualsiasi intervento industriale. Downey innesca un rapporto viscerale con la materia, è un’autopsia generativa, l’epifania di un corpo inaspettato capace di accogliere la propria stessa immagine. Un processo che comprende una critica al consumo a cui l’arte non sembra esente: «Il titolo della mostra “Dead God, Thank You” riflette questa tensione, continua Downey. In superficie stabilisce un parallelismo tra gli alberi e Dio, ma nasce anche da un senso di colpa legato al consumo. Gli artisti, e il mondo dell’arte, sono profondamente materialisti, e sono consapevole di quanto produco e consumo. Lavorare con gli alberi è diventato un modo per confrontarmi con questa contraddizione e assumermi la responsabilità dei miei materiali, realizzando oggetti a partire da zero». L’artista affronta un corpo a corpo necessario, in cui la natura si spoglia da qualsiasi possibile idealizzazione e ritorna a essere materia del mondo, struttura del pensiero. È doveroso, a questo proposito, ricordare che le piante selezionate sarebbero state abbattute e il progetto prevede la piantumazione di sei nuovi alberi nel territorio di Reggio Emilia. La fotografia da cui nasce il progetto è una forma di sublimazione del ricordo. Evocando quell’aurea spettrale che lega l’istante al proprio passato, l’immagine si fa carico della storia, costringendola nella bidimensionalità della carta. Quella che ci propone Downey è una storia privata che dilata i suoi confini per comprendere istanze altre, per diventare memoria del mondo e delle proprie contraddizioni.