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Nicoletta Biglietti
Leggi i suoi articoliL'atmosfera della Normandia cambia continuamente. Il cielo è mutevole, la luce sfugge e si trasforma minuto dopo minuto. Claude Monet l'ha catturata, Berthe Morisot l'ha osservata. Pennellate rapide, larghe e sommarie. Tratti di colore contrapposti e dense spatolate. Così gli impressionisti rendono viva la pittura, in contrasto con la staticità accademica. Perché il colore per loro non è più proprietà intrinseca dell’oggetto. È risultato della percezione della luce riflessa. E la Normandia, con la sua «fuggevolezza», li ha affascinati, tanto da diventare centro nevralgico delle loro opere.Un paesaggio che dal nord Europa arriva a Palermo. Nel Palazzo, eredità dei Normanni che dalla Manica conquistarono la Sicilia e ne fondarono il regno, in cui prende forma «Tesori impressionisti: Monet e la Normandia», organizzata dalla Fondazione Federico II, a cura di Alain Tapié e Gabriele Accornero – e con il patrocinio del Ministero della Cultura, dell’Ambasciata di Francia e dell’Istituto Francese. L’esposizione apre il programma del trentesimo anniversario della Fondazione, anticipando anche le celebrazioni del millenario di Guglielmo il Conquistatore. Inoltre cade nel centenario della morte di Claude Monet e nell’anniversario dei centocinquant’anni dalla nascita dell’Impressionismo.
Novantasette opere, cinque sezioni e tre installazioni immersive costituiscono un percorso espositivo nato dall’intreccio tra storia, arte e geografia. Un filo concreto che collega l’Impressionismo, la Normandia e il Palazzo Reale di Federico II.
«La carta da parati allo stato embrionale è ancor più curata di questo dipinto». Queste sono le parole che Louis Leroy, critico d’arte francese, ha rivolto alle opere degli impressionisti alla loro prima mostra. L’articolo, comparso su «Le Charivari» il 25 aprile 1874, dieci giorni dopo l’inaugurazione nell’atelier del fotografo Nadar sul Boulevard des Capucines, era feroce: i pittori venivano accusati di trascurare il disegno, di affidarsi soltanto alla luce e al colore. Di produrre opere incomplete e frivole. Ma dietro lo scandalo si stava delineando, in realtà, una rivoluzione della percezione visiva e della tecnica pittorica.
Erano infatti trentuno gli artisti che, esclusi dai circuiti ufficiali, decisero di organizzare una mostra indipendente. Cambiava il modo di vedere. Cambiava il modo di dipingere. La pittura si apriva alla luce naturale. Le ombre artificiali venivano sostituite da ombre colorate, riflessi, variazioni di tono. Si dipingeva en plein air, a contatto diretto con il mondo reale. L’osservazione pratica diventava fondamento della composizione, e la tecnica «linguaggio».
L’Impressionismo è nato infatti da una concatenazione di fattori non solo tecnici, ma culturali. La scuola di Barbizon, tra il 1830 e il 1850, aveva già aperto la strada alla pittura dal vero, studiando boschi, campagne e corsi d’acqua. In questo contesto nacquero i primi tubetti di colore pronti all’uso, strumenti che consentono di uscire a dipingere senza vincoli di studio o atelier. La rappresentazione del reale non era più «un obbligo». L’arte poteva, e doveva, fare un passo avanti, per spezzare il collegamento diretto tra ciò che l’occhio vedeva e ciò che il cervello interpretava.
Perché la totalità non era, e non lo è mai stata, completamente rappresentabile. Occorreva decidere cosa catturare, cosa trasporre sulla tela, come tradurre la realtà percepita in linguaggio pittorico. La percezione, infatti, come ricorda Rudolf Arnheim – teorico della visione e della cognizione visiva – non è un processo passivo: osservare significa organizzare, interpretare e selezionare informazioni visive secondo schemi mentali, scegliendo quali dettagli sottolineare e quali eliminare.
E l’organizzazione di quella mostra indipendente, con il successivo sgomento da parte della critica, mostrava come contesti sociali e culturali potevano influenzare la produzione artistica. Perché i pittori «fuori» dai circuiti ufficiali innovarono la visione del reale anche grazie al contesto in cui si trovavano ad operare. La Normandia, con le sue coste, le falesie, i porti e i villaggi, fungeva da laboratorio naturale in continua trasformazione. Dieppe, Le Havre, Trouville, Honfleur, Deauville, Fécamp, l’estuario della Senna: ogni luogo diventava un’occasione per registrare, frammentare, scomporre e trasformare il paesaggio in linguaggio pittorico.
Installation view «Tesori Impressionisti: Monet e la Normandia».
Claude Monet e gli altri impressionisti trovano qui i soggetti e la sperimentazione tecnica, esplicitando il legame tra osservazione diretta, interpretazione pittorica e innovazione culturale. E Monet stesso fu l’ «anello di congiunzione» tra il realismo precedente e impressionismo che si stava delineando. Nato a Parigi nel 1840, e cresciuto poi a Le Havre – in Normandia per l'appunto – sviluppa un interesse precoce per l’arte. L’incontro con Eugène Boudin lo avvicina alla pittura all’aperto, pratica destinata a diventare il cuore della sua arte e a influenzare generazioni di pittori. E nel «Mare a Fécamp», ad esempio, Monet ritrae la costa normanna con uno sperone roccioso, accentuando la potenza del mare mosso e la luce atmosferica. Le pennellate sono rapide e brevi, quasi a virgola, creando un contrasto dinamico tra acqua e falesia. I toni del blu, verde e turchese si mescolano con spruzzi di schiuma bianca, trasmettendo freddo e vivacità invernale. Auguste Renoir, invece, dissolve il reale nel «Tramonto, veduta di Guernsey»: tutto pare sfumare verso il crepuscolo, i colori pastello costruiscono una quiete armonica, una sensibilità immersiva nella natura che contrasta con la concretezza vigorosa dei paesaggi di Monet. Berthe Morisot, dal canto suo, osserva con delicatezza il quotidiano in «Passeggiata al porto di Fécamp con la bassa marea», rappresentando barche, scogliere e attività portuali con uno stile leggero e luminoso – dove la luce e le variazioni meteorologiche sono protagoniste. Anche Gustave Courbet, pur legato a un realismo più di tipo sociale, con «Marina, mare grosso» si colloca accanto agli impressionisti: la sua opera racconta forme in transizione, fenomeni naturali in fieri, tempesta e onde pronte a infrangersi – anticipando la sensibilità al mutamento continuo della natura che caratterizzerà l’Impressionismo.
Le opere presenti in mostra, pur diversificando nello stile e nell’esito visivo, condividono un obiettivo comune: raccontare il presente attraverso l’istante visivo. Questo approccio, che potremmo definire una «temporalizzazione artistica», si ispira ai concetti di Henri Bergson sul tempo come flusso e si avvicina a pratiche narrative in cui il momento presente diventa racconto. La luce e la percezione visiva non sono semplici elementi pittorici, ma strumenti narrativi che permettono di «narrare» l’istante stesso.
Questo filo conduttore tra esperienza visiva e narrazione dell’istante crea un ponte naturale tra la Normandia e la Sicilia. Come la Normandia fu laboratorio per gli impressionisti, la Sicilia conserva la memoria storica dei Normanni, protagonisti di un legame culturale e politico che attraversa i secoli. Il percorso espositivo del Palazzo dei Normanni trasporta il visitatore direttamente in questa esperienza, collegando le opere degli impressionisti alla storia siciliana attraverso 97 opere e tre installazioni immersive – «Pittura en Plein Air», «Paesaggi Normanni», «Cieli Impressionisti e omaggio al post Impressionismo di Vincent Van Gogh». Una sezione didattica completa il percorso, introducendo tecniche artistiche, rapporti storici tra Sicilia e Normandia e principi della percezione visiva, in linea con i principi pedagogici di John Dewey e le teorie di Rudolf Arnheim sull’educazione visiva.
Presenti anche degli strumenti esperienziali che completano la fruizione senza sostituire le opere, e che trovano un naturale complemento nelle proiezioni digitali e nei contributi dell’intelligenza artificiale. Qui, le installazioni immersive che utilizzano l’AI riproducono in digitale il modo in cui gli impressionisti osservavano e interpretavano la realtà.
E un'analogia tra l'impressionismo e l’Ai non è poi così lontana. Proprio come Monet, Renoir e Morisot raccoglievano informazioni sulla luce, i riflessi e i colori in continuo cambiamento per trasformarle in pennellate e composizioni, l’IA analizza dati visivi, variazioni di tono e texture per generare immagini sintetizzate della realtà. In questo senso, le macchine simulano un processo analogo: catturano la percezione, la elaborano e la restituiscono come esperienza visiva nuova.
Ed è qui che la pittura diventa esperienza diretta. Luce, colore e percezione visiva si collegano alla memoria dei Normanni e al Palazzo Reale. Un percorso in cui il flusso e il divenire vanno assecondati. Proprio come suggeriva Monet.
Installation view «Tesori Impressionisti: Monet e la Normandia».
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