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Matilde Galletti
Leggi i suoi articoliFino al 27 febbraio, da Gelateria Sogni di Ghiaccio a Bologna, è possibile visitare «Frammenti di un discorso amoroso», mostra personale di Enrico Boccioletti (Pesaro, 1984), presentata nell’ambito di Art City Bologna 2026.
A differenza di quanto riportato nelle immagini di documentazione, quando ho visitato «Frammenti di un discorso amoroso» era stata fatta una scelta di illuminazione diversa: la mostra si sviluppava nella penombra, così almeno è stato per tutto il weekend di Art City Bologna, prendendo luce unicamente dalla porta d’ingresso, dai bagliori emessi da un monitor dov’è riprodotto il video «Gaveri Roferoff & Grattocchia» e dalla luce magenta che proviene dalla stanza del retro. Non è una differenza da poco, poiché questa fruizione spinge ancora di più l’articolazione delle opere nello spazio. Disposti in maniera precisa e rigorosa, i quattro elementi che compongono la mostra entrano in risonanza spettrale soprattutto grazie a tale strana luminescenza, la cui softness li traduce in una dimensione siderale, onirica, di cieli e congelatori. Sul monitor galleggiano sequenze di immagini ingrandite e sfocate di disegni infantili, quelli ritrovati dall’artista in un quaderno di quando era molto piccolo, alternate a riprese di nuvole fatte con la tecnica del foro stenopeico. Sopra di queste, appaiono, scorrendo molto lentamente, delle frasi, scritte perlopiù dall’artista stesso, che si materializzano come pensieri attivi carichi di malinconia e disillusione, a cavallo tra memoria personale e citazione. A terra, tre sacchetti, di quelli per il sottovuoto, riproducono la flatness dello schermo, bloccando al proprio interno orsacchiotti di peluche completamente risucchiati. La particolare illuminazione di tutto l’ambiente fa sì che la superficie di questi rettangoli di plastica sembri quasi una geometrica pozza d’acqua leggermente increspata, una fata Morgana, un’illusione. A fare da legante, un suono composto di solo feedback acustico, che contribuisce a stringere ancora di più l’atmosfera perturbante dell’ambiente, sottolineandone la dimensione autoriflessiva, disfunzionale e deprivativa.
Boccioletti ci mette davanti a una riduzione a formati astratti delle visioni dell’infanzia: la citazione del titolo della mostra serve solo da inganno per condurci in un intricato labirinto di sollecitazioni emotive e visive, rendendo manifesta la volontà di utilizzare l’espediente dell’infanzia come mezzo per indicarne la struggente assenza e la falsa profezia. Quello che resta è sfocato, ruvido, iniquamente ammiccante. La manipolazione delle immagini prese dai disegni, il suono, anch’esso fortemente sofisticato, e i peluche compressi insistono su azioni che vivono di un presente in cui il ricordo e le aspettative non possono più essere ricordate con tenera nostalgia, ma osservate con dura chiarezza come presagi di una deriva collettiva.
Nella Widespread Zine che accompagna la mostra, Boccioletti ha fatto scrivere diverse frasi, tra cui: «Quando ero molto piccolo vedevo shoegaze. Una forte ipermetropia con astigmatismo, ancora non diagnosticata, sfumava i contorni delle cose rendendo le luci lontane una serie di doppie circonferenze colorate, e le superfici vicine levigate e uniformi, senza texture, quasi senza profondità. Era confortante fluttuare in un mondo indefinito e vago, del quale spigoli, trame, grinze e dettagli non facevano parte». Ora la sfocatura del video, traslata nell’ambiente per mezzo della luminescenza magenta, languida e crepuscolare, è l’occhio che brucia di lacrime amare dietro cui scorrono immagini e pensieri sfuggenti, compressi come gli orsacchiotti, sculture inaridite o oggetti disfunzionali dell’affezione, che assieme restituiscono una visione artistica dal libero gioco, rigorosa ma elusiva, connessa alle ricerche presenti ma allo stesso tempo divergente e parsimoniosa.
Uno still dal video «Gaveri Roferoff & Grattochia», 2026, di Enrico Boccioletti, Bologna Gelateria Sogni di Ghiaccio. Foto: Martina Platone