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Davide Landoni
Leggi i suoi articoli«Guardai giù e vidi piscine blu dappertutto, e mi resi conto che una piscina in Inghilterra sarebbe stata un lusso, mentre lì non lo era». L'avventura americana di David Hockney comincia così, nel 1964, dal finestrino di un aereo in fase di atterraggio a Los Angeles. Per un ragazzo cresciuto tra le nebbie dello Yorkshire, la distesa di specchi azzurri che punteggiano i cortili della città è una rivelazione, la promessa di un mondo diverso, fatto di benessere e lunghi pomeriggi sdraiati. Ma anche dell'idea subdola di un controllo artificiale dell'uomo sulla natura, dell'organizzazione programmatica del paesaggio.
Hockney era partito attratto dalle architetture di vetro della Case Study House #21 - la casa in stile modernista in acciaio sulle colline di Hollywood, progettata da Pierre Koenig - e dalle foto di corpi atletici della rivista Physique Pictorial, ma finisce per trovare sotto il sole della California il baricentro di tutta la sua produzione degli anni Sessanta e Settanta. E ancor di più, lo spunto per scovare una delle cifre stilistiche-contenutistiche che lo distingueranno per sempre nella storia dell'arte. Se la creatività è prima di tutto invenzione combinatoria, Hockney con l'immagine delle piscine consolida un'immaginario fatto di desiderio, ricchezza, libertà, ozio. Rendendo allo stesso tempo la piscina un soggetto pittorico autonomo, capace di reggersi con o senza la presenza umana.
Nello spazio protetto e intimo dei giardini di Los Angeles, la piscina diventa inoltre l'espediente per affrontare una sfida tecnica che rasenta l'ossessione: come si dipinge l'acqua? Come si blocca su tela un elemento che non ha una forma propria, che cambia continuamente colore e che vive di riflessi? Hockney ci prova in tutti i modi, sperimentando acrilici, pastelli, acquerelli e persino la polpa di carta bagnata. All'inizio, nel 1964, l'acqua è solo un insieme di schizzi blu e grigi. Poi, nel 1966, arrivano i ghirigori colorati di «Peter Getting Out of Nick’s Pool» e «Sunbather», in cui il movimento del liquido viene sintetizzato con linee sinuose tipicamente pop. L'anno successivo, con «A Bigger Splash», l'artista decide invece di congelare l'istante esatto di un tuffo, lasciando che lo spruzzo bianco e caotico della schiuma rompa la superficie piatta e geometrica dello sfondo. Dell'autore del tutto, nessuna trace.
Un'intensa indagine formale ed emotiva che trova il suo culmine nel 1972 con «Portrait of an Artist (Pool with Two Figures)», opera monumentale che unisce l'idillio del paesaggio californiano a una tensione psicologica densa e silenziosa. Il quadro cattura un momento di quiete apparente, ma carico di elettricità: una figura in giacca rosa, ferma a bordo vasca, fissa lo sguardo verso il basso, dove un nuotatore si muove sott'acqua, scivolando di profilo nel blu cristallino. La composizione è calibrata al millimetro, giocata su linee nitide e stesure di colore piatte che lasciano emergere il contrasto tra la trasparenza della piscina e la vegetazione rigogliosa delle colline sullo sfondo.
Dietro un'immagine così serena si nasconde però una storia tormentata. Il dipinto nasce quasi per caso a Londra, dall'accostamento fortuito di due fotografie sul pavimento dello studio dell'artista: un uomo che nuota e un ragazzo che guarda a terra. Affascinato dall'idea di far coesistere due stili pittorici diversi nello stesso quadro, Hockney si mette subito al lavoro, ma dopo mesi di tentativi e continui ripensamenti decide di distruggere la tela. Il travaglio creativo viene immortalato anche dal regista Jack Hazan nel film «A Bigger Splash», che riprende appunto il titolo di un'altra famosa opera di Hockney. Nell'aprile del 1972, con una mostra imminente a New York a sole quattro settimane di distanza, Hockney decide di ricominciare da zero. Vola in una villa vicino a Saint-Tropez per scattare centinaia di foto preparatorie con degli amici e, una volta tornato a Londra, unisce quegli scatti alle immagini del suo ex compagno Peter Schlesinger, ritratto a Kensington Gardens con la stessa giacca rosa del quadro. Ne seguono due settimane di lavoro febbrile, diciotto ore al giorno, fino a dare l'ultima pennellata la notte prima che i trasportatori passino a ritirare l'opera.
Il risultato va ben oltre la brillantezza tecnica. Sebbene Hockney riesca a ricreare magistralmente i giochi di luce, le rifrazioni e il movimento dell'acqua, il cuore del quadro risiede nella distanza emotiva che separa i due protagonisti. La figura a bordo piscina, persa nei propri pensieri, osserva il nuotatore separata da una barriera liquida e invisibile. È il racconto visivo dell'incomunicabilità, del distacco e della fine di una storia d'amore, dove la bellezza del sole californiano serve da contrasto a una profonda e intima solitudine. Un moderno narciso che nel riflesso del benessere trova l'immagine della tristezza, della vacuità di uomo che ha fallito nell'amare la persona amata. Una solitudine resa ancora più struggente dalla presenza dell'ex compagno, vicino eppure distante, sfaccettato dai riflessi dell'acqua e assorbito dall'abisso dell'incomunicabilità.
E ancora, l'opera può assumere i contorni di una metafora dell'arte stessa, filtro e lente per leggere la realtà, e in alcuni casi l'unico modo che un artista ha di interfacciarsi col mondo. Il titolo - «Portrait of an Artist» - descrive quindi la condizione stessa di Hockney: un uomo che elabora la fine di un amore nell'unico modo che conosce, ovvero trasformandola in pittura e guardandola con analitico e solitario distacco.
L'equilibrio tra vicenda personale e temi universali ha trasformato il dipinto in una delle icone più celebrate dell'arte contemporanea. Sceltо come copertina per la storica retrospettiva del 2017 alla Tate Britain – capace di richiamare quasi mezzo milione di visitatori tra Londra, Parigi e New York –, il quadro ha vissuto la sua definitiva consacrazione nel novembre del 2018. Battuto da Christie's per 90,3 milioni di dollari, ha stabilito un record storico per un artista vivente. Sarebbe stato superato l'anno successivo da «Rabbit» da 91.1 milioni di dollari di Jeff Koons, sempre da Christie's. Ma poco importa. Tanto era bastato, ma forse nemmeno era necessario, per consacrare un oggetto diventato icona e un pittore divenuto leggenda.
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