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Sergio Pace
Leggi i suoi articoliVent’anni di carriera sono pochissimi per qualunque professionista. Per carità: molti geni, da Masaccio a Basquiat, hanno potuto sconvolgere il sistema delle arti pur vivendo una vita brevissima. Per un architetto, tuttavia, vent’anni di carriera sono poco più di un soffio, poiché nel frattempo avrà dovuto confrontarsi con tempi di progetto e di costruzione talvolta estenuanti, spesso più lunghi della sua stessa vita. Anche per questo motivo, strabiliante è la vicenda degli ungheresi Géza Aladár Kármán (1871-1939) e Gyula Ullmann (1872-1926), architetti molto attivi nella loro Budapest natale, così come nella cosiddetta Ungheria storica, in un lasso di tempo davvero fulmineo, tra il 1895 e il 1915.
A quest’irrefrenabile duo hanno dedicato una bella monografia Paolo Cornaglia e Zsuzsanna Ordasi, ricca di informazioni scrupolosamente raccolte in archivi e biblioteche ungheresi, nonché illustrata da un apparato figurativo di grande qualità, (l’editore ha davvero fatto miracoli, riproducendo tavole presumibilmente assai grandi in formato minuscolo ma nitido). Il volume nasce dall’intenzione di ricollocare l’opera dei due architetti entro la storiografia ungherese ed europea, riconducendo queste numerosissime opere a quell’universo articolato e complesso che fu l’Art Nouveau nell’Impero austro-ungarico, Sezession o Szecesszió che dir si voglia. A tal fine, il volume si apre con due saggi di ampio respiro: da un lato, Ordasi aiuta a ricollocare storicamente e geograficamente l’intera opera di Kármán e Ullmann, mentre, dall’altro, Cornaglia colma un vuoto cruciale per chi non ha dimestichezza con la lingua ungherese, ricostruendo la complessa tradizione storiografica che, tra il 1897 e il 2022, si è occupata dei due architetti. Così, dopo una breve nota biografica a cura di Ordasi, di nuovo Cornaglia ripercorre la straordinaria avventura professionale di Kármán e Ullmann a Budapest, dai padiglioni per la cosiddetta Esposizione del Millennio del 1896 (tema approfondito dallo stesso autore in un capitolo successivo) fino alle ultime opere antecedenti la prima guerra mondiale, evento che determinò anche la chiusura del sodalizio professionale. Ordasi, invece, si assume il compito di ricostruire ciò che i due architetti realizzarono nell’Ungheria storica, durante i primi 15 anni del XX secolo. Una ricognizione capillare, dunque, molto lineare e convincente, completata da un poderoso apparato di schede densissime, a cura di Cornaglia: 35 edifici realizzati a Budapest, 10 progetti di concorso per Budapest o per altre città.
Al di là della qualità spesso altissima degli edifici di Kármán e Ullmann, per la prima volta presentati in italiano con tanta dovizia di particolari, il lavoro di Cornaglia e Ordasi è importante anche perché offre l’occasione di riflettere su questioni che vanno oltre il taglio monografico. Dietro a questa selva di progetti per case d’affitto e ville unifamiliari, magazzini e uffici, sinagoghe e orfanotrofi, banche e ministeri, municipi e cimiteri, s’intravede una cultura professionale molto raffinata: i due architetti si muovevano con disinvoltura tra committenti pubblici e privati, dalle disponibilità economiche altalenanti, ai quali comunque offrivano architetture appartenenti a una gamma di repertori tipologici e linguistici circoscritti, traendone variazioni tuttavia sempre vivaci, disegnate con cura fino alla scala della più minuta decorazione anche grazie a un controllo ferreo delle maestranze chiamate alla realizzazione. Attraverso le pagine di questo libro si rivela una modalità quasi sistemica di produzione dell’architettura, condivisa dall’Art Nouveau europeo ben al di là dei pochi grandi maestri, ma messa in discussione in modo radicale, non a caso, proprio dal primo conflitto mondiale.
Géza Aladár Kármán e Gyula Ullmann, architetti a Budapest e nell’Ungheria storica (1895-1915)
di Paolo Cornaglia e Zsuzsanna Ordasi, 216 pp., ill., Quodlibet, Macerata 2024, € 32
La copertina del volume
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