Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Rosalba Cignetti
Leggi i suoi articoliEXPOSED porta la fotografia direttamente nello spazio urbano, all’aperto, con installazioni pensate per entrare in dialogo con l’architettura e con i flussi quotidiani della città, diventando parte del paesaggio. Alcuni di questi progetti si collocano lungo il «Miglio della Fotografia», accompagnando il passaggio tra una sede espositiva e l’altra; altri si distribuiscono in punti diversi della città, estendendo il festival oltre il suo nucleo centrale. Cancellate monumentali, piazze, facciate e vari spazi inattesi diventano superfici espositive temporanee che costruiscono un rapporto immediato tra immagini, architettura e vita urbana. Ventisei grandi cartelloni pubblicitari disseminati per la città rovesciano la funzione dell’immagine nello spazio urbano: da superficie pensata per convincere, sedurre e affermare a luogo di dubbio e contemplazione. Il titolo del progetto, «I Tuffatori (6x3)», è un omaggio alla celebre fotografia «Il tuffatore» di Nino Migliori, una delle immagini più iconiche della fotografia italiana del dopoguerra. Realizzata nei primi anni Cinquanta, la fotografia mostra la sagoma di un uomo che si tuffa da un trampolino, fissando l’istante in cui resta sospeso tra aria e acqua. Migliori blocca il movimento in una forma essenziale e quasi grafica, trasformando un gesto quotidiano in un’immagine di forte potenza simbolica. Nel tempo quel tuffo è stato spesso letto come metafora della fotografia stessa: esporsi, lanciarsi, attraversare uno spazio sconosciuto. Le fotografie, realizzate da autori di generazioni diverse, entrano così nel paesaggio urbano e nella quotidianità dei cittadini, per incontrare i loro sguardi non necessariamente abituati ai circuiti dell’arte.
Ed è ancora ciò che normalmente non si vede al centro della mostra «FUORICAMPO», sulla cancellata della Mole Antonelliana, realizzata dal Museo Nazionale del Cinema. Le immagini mostrano il cinema nel momento in cui si costruisce: fotografie di scena e di backstage rivelano ciò che lo spettatore non vede. Attori in costume accanto alle attrezzature tecniche, scenografie che svelano la propria artificiosità, momenti di pausa sul set.
Le fotografie attraversano diverse epoche della storia del cinema, dal grande spettacolo del muto di «Cabiria» fino ai kolossal internazionali come «Ben-Hur» e «Cleopatra», per arrivare al cinema italiano del secondo Novecento. In queste immagini il set appare come un luogo sospeso tra realtà e finzione: fondali, macchine da presa, tecnici e attori convivono nello stesso spazio visivo, producendo un curioso effetto di sdoppiamento. Ciò che normalmente resta fuori campo – il lavoro tecnico, l’attesa, la costruzione della scena – diventa così il vero soggetto delle fotografie, offrendo uno sguardo inedito sul processo stesso della creazione cinematografica e dell’immaginario. Su un’altra cancellata, quella del giardino di Palazzo Dal Pozzo della Cisterna è invece possibile ammirare le origini del medium e la storia stessa di Torino. La mostra riunisce immagini provenienti da archivi cittadini e attraversa quasi due secoli di fotografia, a partire da una veduta della Gran Madre realizzata nel 1839 da Enrico Jest, il percorso mette così in relazione la trasformazione della città con l’evoluzione del linguaggio fotografico. Il festival torinese porta la fotografia anche in luoghi meno prevedibili, come il parcheggio sotterraneo di piazza Valdo Fusi, dove l’artista britannico Mark Leckey presenta «Catabasis», un progetto concepito appositamente per questo spazio, realizzato in collaborazione con Cripta747. L’installazione utilizza l’architettura del parcheggio come ambiente narrativo, trasformando il sottosuolo urbano in una dimensione sospesa tra memoria, cultura pop e immaginario fantastico. Il titolo richiama l’idea della discesa – reale e simbolica – e invita il pubblico a esplorare uno spazio normalmente invisibile della città, dove l’immagine fotografica si intreccia con suggestioni legate alla cultura underground e alla dimensione mitologica del sottosuolo.
Accanto a questi interventi, EXPOSED propone anche episodi più narrativi, che giocano con il rapporto tra fotografia e racconto. Quanto vale un sorriso davanti alla macchina fotografica? È la domanda da cui nasce la mostra «5.000 lire per un sorriso», costruita attorno a un gesto semplice ma spiazzante: offrire una ricompensa in denaro a chi accetta di essere fotografato sorridendo. Il dispositivo è elementare, ma produce una situazione inattesa, in cui il ritratto diventa allo stesso tempo incontro, negoziazione e piccola performance. In filigrana riaffiora anche quella attenzione per i gesti minimi della vita quotidiana che attraversa il pensiero di Cesare Zavattini: un episodio apparentemente marginale capace di trasformarsi in racconto. Ne nasce una sequenza di ritratti sospesi tra ironia e riflessione, dove il sorriso – spontaneo o costruito – è il punto in cui si incontrano il desiderio del fotografo, la disponibilità del soggetto e il piccolo teatro dello scatto. E sicuramente un bellissimo sorriso lo aveva la Contessa di Castiglione, figura raccontata ne «L’invenzione di sé» con fotografie e materiali d’archivio come un personaggio quasi romanzesco. Le immagini restituiscono frammenti di una biografia fatta di presenze, ambienti e dettagli che rimandano a un tempo e a una società ormai lontani. Più che ricostruire una storia in modo lineare, il progetto lavora per indizi: ritratti, ambienti domestici, piccoli segni che suggeriscono una narrazione possibile. La fotografia diventa così uno strumento di evocazione, capace di trasformare documenti e immagini in un racconto aperto, lasciando allo spettatore il compito di immaginare ciò che sta tra un’immagine e l’altra. In un mondo attraversato da immagini sempre più rapide e virtuali, queste fotografie nello spazio pubblico invitano a rallentare lo sguardo e a soffermarsi. Più che l’appendice di un festival diffuso, un esercizio di attenzione: un modo per restituire tempo e peso alle immagini e per alimentare una cittadinanza più consapevole, capace di osservare la città e se stessa con occhi diversi.
Paolo Ventura, «Acrobati», 2020-25. © Paolo Ventura