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Eugène Atget, Saint Gervais (stalles), 1903-4. International Center of Photography, Gift of George Rohr, 2012 (2012.100.23)

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Eugène Atget, Saint Gervais (stalles), 1903-4. International Center of Photography, Gift of George Rohr, 2012 (2012.100.23)

Eugène Atget, la nascita di un classico: l’International Center of Photography di New York racconta «come si costruisce una reputazione»

Dal 29 gennaio al 4 maggio l’International Center of Photography di New York presenta Eugène Atget: The Making of a Reputation, una mostra che non si limita a celebrare uno dei padri della fotografia moderna, ma ne indaga criticamente la fortuna critica. Una vera e propria indagine sul potere della narrazione culturale

David Landau

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L’International Center of Photography di New York presenta Eugène Atget: The Making of a Reputation, una mostra che non si limita a celebrare uno dei padri della fotografia moderna, ma ne indaga criticamente la fortuna critica. Al centro dell’esposizione, curata da David Campany, non c’è soltanto l’opera di Eugène Atget (1857–1927), ma il processo attraverso cui la sua figura è stata costruita, difesa e canonizzata grazie all’infaticabile azione di Berenice Abbott.

La mostra prende avvio da un assunto tanto semplice quanto decisivo: ogni grande artista ha bisogno di un “campione”, di qualcuno che ne riconosca il valore prima che lo faccia la storia. Per Atget, quel ruolo fu svolto da Abbott. Negli ultimi trent’anni della sua vita, Atget si dedicò a una documentazione sistematica di Parigi e dei suoi dintorni, costruendo un vastissimo archivio visivo di una città sottoposta alle trasformazioni della modernità. Monumenti e facciate anonime, botteghe, scalinate, parchi, alberi, ferri battuti, venditori ambulanti: il suo sguardo si posava tanto sui simboli ufficiali quanto sulle tracce minime di una quotidianità destinata a scomparire.

Le sue fotografie, spesso scattate nelle prime ore del giorno, sono caratterizzate da una luce diffusa e da inquadrature ampie che conferiscono alle immagini un’aura enigmatica. Atget lavorava come fornitore di “documenti” per pittori, architetti e scenografi, ma il suo lavoro trascendeva la mera funzione utilitaria, trasformando la registrazione in forma e la memoria in visione. Eppure, alla sua morte nel 1927, la sua reputazione era tutt’altro che consolidata.

Nel 1923, la giovane americana Berenice Abbott si avvicinò alla fotografia. Fu proprio Man Ray a presentarle Atget, che aveva lo studio nella stessa strada. Nel 1926 Abbott lo ritrasse in tre celebri fotografie. Poco dopo, Atget morì senza aver potuto vedere quei ritratti. Una parte del suo archivio fu acquistata dagli archivi municipali di Parigi. Il resto, Abbott riuscì a rilevarlo, pur senza alcuna garanzia economica. Convinta della grandezza del fotografo, iniziò immediatamente a promuoverne il lavoro, organizzando mostre, scrivendo testi, diffondendo le immagini.

Nel 1968, il suo ruolo di custode trovò un punto di svolta: i 1.415 negativi su vetro e circa 8.000 stampe vintage della sua collezione furono acquisiti dal Museum of Modern Art di New York, che ne assunse la tutela e la promozione istituzionale.

La mostra dell’ICP si concentra su un periodo cruciale: dal 1926, quando le immagini di Atget furono pubblicate (senza attribuzione) sulla rivista surrealista La Révolution Surréaliste, fino al 1930, anno di uscita del primo libro monografico, ATGET: Photographe de Paris, supervisionato da Abbott. Attraverso tre nuclei principali l’esposizione mette in evidenza come il significato dell’opera di Atget sia stato progressivamente costruito, rivendicato e “posizionato”.

Non è solo la qualità delle immagini a essere in gioco, ma la loro cornice editoriale, la selezione, la contestualizzazione, l’attribuzione. La mostra diventa così una riflessione più ampia sui meccanismi della storia dell’arte e sul ruolo cruciale delle mediazioni nella formazione di un canone. Atget non fu un modernista dichiarato, né un teorico. Eppure la sua opera fu presto letta come anticipatrice della sensibilità moderna. I surrealisti ne colsero la carica perturbante; Abbott lo elevò a precursore della fotografia del Novecento; il MoMA ne sancì definitivamente lo status.

Le sue immagini di una Parigi sospesa, fragile, attraversata dal tempo e dalla trasformazione, si rivelarono fondamentali per comprendere il rapporto tra fotografia e modernità: tra documento e interpretazione, tra archivio e poesia.Eugène Atget: The Making of a Reputation non è dunque soltanto una retrospettiva, ma un’indagine sul potere della narrazione culturale. Chi decide quali artisti entrano nella storia? Quanto pesa il lavoro di chi seleziona, pubblica, colleziona, promuove? Nel momento in cui il sistema dell’arte contemporanea riflette sempre più sulla costruzione delle reputazioni e sulla circolazione delle immagini, l’ICP offre un caso emblematico: quello di un fotografo che, senza la dedizione di una collega più giovane, avrebbe forse rischiato l’oblio.

David Landau, 13 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

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