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Ludovica Zecchini e Laura Castelli
Leggi i suoi articoliEsiste un territorio sottile che molte donne conoscono bene: quello che vive fra le cose. Fra ciò che si è e ciò che ci viene chiesto di essere. Fra memoria e desiderio. Fra cura e libertà. Fra presenza e dissolvenza. FRA_MENTI nasce da questo spazio intermedio: quattro fotografe, quattro linguaggi, quattro modi di abitare il mondo. Dal 5 al 13 giugno alla Fondazione Luciana Matalon di Milano, la mostra FRA_MENTI, curata da Roberto Mutti, riunisce Elena Siniscalchi, Laura Pellerej, Valentina Loffredo e Romana Zambon in un percorso che attraversa identità, memoria, corpo e immaginazione attraverso il frammento come dispositivo di osservazione e conoscenza. In mostra, il frammento assume forme diverse: memoria familiare, astrazione, gesto corporeo, paesaggio urbano. Le artiste lo utilizzano non come elemento incompleto, ma come strumento per leggere la realtà in profondità. Ce ne parlano le artiste.
Come è nato il progetto FRA_MENTI?
Laura Pellerej: Eravamo un gruppo di donne fotografe con l’idea di realizzare un progetto al femminile. Cercavamo un titolo comune che ciascuna potesse interpretare secondo la propria sensibilità e il proprio linguaggio fotografico.
È nato così il concetto di Frammenti. Ci sembrava che le donne fossero le migliori interpreti di questa idea, perché una donna vive continuamente tra ruoli diversi: è madre, compagna, amante, professionista. Attraversa molte dimensioni dell’esistenza e spesso si trova a vivere in equilibrio tra parti differenti di sé. Da questa riflessione è nato il titolo e poi ognuna di noi lo ha interpretato liberamente secondo il proprio percorso e la propria esperienza.
Nel lavoro di Laura Pellerej il frammento coincide con la memoria e con l’esperienza familiare. La sua ricerca nasce da un rapporto intimo e complesso, trasformato in linguaggio visivo.
Laura, il tuo progetto nasce dalla relazione con tua madre e dal tempo condiviso durante la malattia. Quando hai capito che questa esperienza poteva diventare un progetto artistico?
L.P.: È nata da una necessità. Avevo bisogno di dare ordine a quel mare di sentimenti che emergono quando ci si prende cura di una persona durante una malattia lunga.
La fotografia è diventata il mio strumento per metabolizzare ciò che stavo vivendo.
Non volevo raccontare solo mia madre, ma anche una generazione di donne che si è spesso definita attraverso la cura degli altri più che attraverso sé stessa.
Affronto i temi della memoria e dell’identità con uno sguardo autobiografico legato alla figura materna, che però si apre a un respiro più ampio e, in qualche modo, riguarda tutti, soprattutto tutte.
Accosto alle fotografie dell’archivio di famiglia quelle da me realizzate, e mi lascio guidare dalla metafora dell’uovo scheggiato: un contenitore rassicurante quanto fragile, che diventa il filo del percorso.
In questo itinerario si alternano immagini schermate da vetri che le ricoprono, su cui incido testi scritti in prima persona, indossando così i panni di mia madre: un ritratto infantile e i piatti lasciati nell’acquaio, il perbenismo di un abito ben portato e una vacanza al mare, le volute di fumo che salgono verso l’alto e una collana che bisognerebbe indossare, altrimenti le perle perdono brillantezza.
Ci racconti meglio la metafora dell’uovo scheggiato? Che cosa rappresenta?
L.P.: Da bambina, quando mia madre era a letto, le chiedevo di poter tornare nell’uovo: mi rannicchiavo sulla sua pancia e mi sentivo protetta, dentro una sorta di bozzolo sicuro.
Per me quella sensazione è diventata una forma di forza e di rifugio. Quando ci si prende cura di una persona(mia madre) che soffre di una malattia che non è solo fisica, i sentimenti si intrecciano e si confondono, e a un certo punto il linguaggio che rimane sempre aperto è quello fisico. Quando non ho più strumenti per comunicare con lei, resta il contatto: un bacio, un abbraccio.
Alla fine del nostro rapporto quel gesto è ritornato, ma in maniera opposta. È rimasto l’unico linguaggio autentico attraverso cui riuscivo ancora a parlarle: cuore contro cuore, pelle contro pelle. Un abbraccio, un bacio, una presenza fisica che continua a comunicare anche quando le parole non bastano più.
Se Pellerej lavora sulla memoria famigliare per riflettere sull’identità femminile.Valentina Loffredos posta il frammento verso una dimensione percettiva e aperta, dove l’immagine non cerca una soluzione, ma un tempo di sospensione. Forme e colori astratti oscillano tra riconoscibile e indefinito,lasciando spazio al dubbio e all’interpretazione.
Valentina, le tue opere sembrano chiedere allo spettatore di non arrivare immediatamente a una risposta. Quanto è importante lasciare aperta l’interpretazione?
V.L. Per me l’arte funziona così: l’artista offre un’opera e lascia spazio all’altro. Mi interessa che il lavoro diventi un dialogo, dove chi guarda completa l’esperienza.
Nel mio lavoro, voglio alludere al corpo attraverso l’astrazione.
Le forme si frammentano e occupano lo spazio non con la certezza di un’identità definita, ma con la possibilità del dubbio.
Se in quelle linee intrecciate si intravedono due gambe o in quelle figure ripiegate su sé stesse, sospese su fondo bianco, si riconoscono un pugno, un corpo inarcato, una maternità, è perché siamo noi a trasformare la realtà per darle un senso compiuto.
Il colore ha una presenza molto forte nel tuo lavoro, con rossi, gialli e blu intensi. Quale funzione svolge rispetto alla costruzione del significato delle immagini?
V.L. All’inizio avevo pensato ai colori primari, poi il lavoro si è evoluto verso una scelta più libera.
Mi interessa soprattutto l’irruzione del colore costruito per generare in chi guarda uno spiazzamento visivo: partendo da elementi riconoscibili per arrivare a forme sempre più astratte.
Dalla sospensione visiva si passa al corpo. Nella ricerca di Elena Siniscalchi il frammento diventa gesto, pelle, emozione.
Elena, nei tuoi lavori il corpo non appare mai come qualcosa di definito. Che cosa ti interessa esplorare attraverso questa frammentazione?
E.S. Divido il corpo moltiplicando le dimensioni delle mie fotografie e gli angoli di ripresa, spostando continuamente l’attenzione dalle superfici della pelle alle espressioni del viso. Eppure, proprio attraverso questa frammentazione, ribadisco l’unicità del suo essere, che si arricchisce di tutte le sue sfumature.
In questo caso il dettaglio rispecchia i propri sentimenti: dietro l’azione che viene manifestata c’è sempre un sentimento. La fragilità è quella che viene messa più in risalto:il gesto diventa un rito che fa parte di qualcosa che deve difendere la fragilità.
Tutte le immagini della serie condividono una tonalità calda molto riconoscibile. Come è nata questa scelta cromatica e quale ruolo ha nella costruzione emotiva del progetto?
E.S. Rispetto ai colori, la scelta della tonalità calda è fondamentale: mi è stato chiesto perché non ho usato toni freddi, e il motivo è preciso: si tratta di diapositive, non di digitale, stampate con un procedimento analogico.
L’intento è proprio quello di far emergere le emozioni, i sentimenti, di rispettare la pelle, lo sguardo, tutto ciò che invece viene spesso “raffreddato” dal flash e dalla luce fredda tipica della fotografia di moda e del fashion.
Se Siniscalchi lavora sull’intimità del corpo, Romana Zambon sposta lo sguardo sullo spazio urbano e sulla complessità della città contemporanea (in particolare di Nairobi) trasformando elementi reali in immagini che stimolano l’immaginazione.
Romana, il rapporto tra architettura e fotografia è centrale nel tuo lavoro. Quanto influisce la tua formazione?
R.Z. Moltissimo. La formazione da architetto influenza molto il mio lavoro, soprattutto nella costruzione dell’immagine.
Mi interessa partire da contesti reali, per esempio - per progetti precedenti - dalle cave di marmo, dove ho portato delle opere realizzate da artisti che lavorano il marmo, oppure dalle discariche, dove vengono recuperati metalli di vario tipo.
Il mio è un lavoro molto legato alla costruzione: la formazione da architetto mi porta a scegliere le inquadrature, le quadrature, gli sfondi. Uso spesso elementi urbani - muri, crepe, superfici della città - perché mi ricordano altro. In questo senso materia, forma e colore sono alla base del progetto.
Nel progetto sui Matatu di Nairobi hai osservato la città come una “mostra diffusa”. Che cosa hai cercato di raccontare?
R.Z. Visitando Nairobi, mi sono imbattuta in quella che mi è subito parsa una mostra d’arte diffusa, aperta a ogni sguardo. Gli autobus della città, ciascuno decorato in modo diverso, vanno dall’ingenuo realismo dell’ultima cena leonardesca a un’estetica punk fatta di fulmini e volti di fanciulle maudit, tra Homer dei Simpson, Bob Marley, guerriere orientali e gatti usciti dalla fantasia di Philip K. Dick.
Io ho fotografato inseguo quei mezzi e li ho ripresi nella loro interezza, ma poi ho voluto soffermarmi sui dettagli: fiancate, passaruote, parti posteriori. Non mi sono limitata a documentarli; ho isolato luci, targhe, catarifrangenti e finestrini, facendoli dialogare con i dipinti per creare assonanze inattese, dove la realtà lascia spazio all’immaginazione.
Il mio obbiettivo era mostrare la complessità della città: riferimenti occidentali e africani, cultura pop, contraddizioni sociali, ma soprattutto l’umanità che emerge in questo intreccio.
Pur partendo da percorsi differenti, le quattro ricerche condividono una stessa intuizione: spesso sono i dettagli, più che l’insieme, a restituire la realtà nella sua forma più autentica.
Ci saranno altri progetti collettivi?
L.P. Le idee non mancano mai. Per ora siamo concentrate su questo progetto, ma stiamo già immaginando nuove possibilità per il futuro.
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