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Ambrosia Fortuna, Vicky e io, Camerini de La Boum Milano, 2018

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Ambrosia Fortuna, Vicky e io, Camerini de La Boum Milano, 2018

Eravamo notte, ora siamo giorno: Sabato De Sarno porta al PAC lo sguardo di Ambrosia Fortuna

Al PAC di Milano, le fotografie e i video di Ambrosia Fortuna restituiscono visibilità e complessità alle esperienze queer e trans. L’intervista al curatore

Ludovica Zecchini e Laura Castelli

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«La mostra non interpreta. Espone». Con Eravamo notte, ora siamo giorno, Sabato De Sarno sceglie di non costruire una narrazione, ma una condizione di visibilità. Oltre dieci anni di immagini raccolte da Ambrosia Fortuna tra Milano e Napoli vengono presentate al pubblico -dal 13 al 15 giugno-trasformando il PAC (Padiglione d’Arte Contemporanea ) di Milano in uno spazio di relazione, presenza e riconoscimento.

Performer, amiche, amanti e sorelle abitano fotografie e video che non documentano una comunità dall’esterno, ma ne restituiscono l’esperienza vissuta. Inserita nel programma di Orgoglio Porta Venezia Milano con il sostegno di Levi’s, la mostra propone uno sguardo diretto sulle identità queer e trans, lasciando che siano le immagini, nella loro autonomia, a prendere la parola. 

Come è nato l’incontro con il lavoro di Ambrosia Fortuna e perché ha sentito che questo progetto dovesse entrare oggi in un’istituzione come il PAC?
«Io e Ambrosia non ci conosciamo da tantissimi anni, ma fin dall’inizio si è creato un dialogo molto diretto, nato soprattutto attraverso le immagini: mi mandava fotografie e video dal suo archivio personale, scatti di vita con le sue amiche, momenti molto intimi, quotidiani, non costruiti. Da lì è nata una relazione che è diventata naturale. A un certo punto mi sono chiesto perché non trasformare quel materiale in qualcosa di pubblico, in una mostra. Questo è il secondo anno che lavoro con Orgoglio Porta Venezia Milano per il mese del Pride. L’anno scorso abbiamo ospitato un film di Camilla Salvatore, quest’anno volevo continuare quel percorso ma con un altro linguaggio. Quando ho visto il materiale di Ambrosia ho capito che poteva funzionare come mostra. Il PAC è stato immediatamente il luogo giusto: un’istituzione aperta, capace di accogliere progetti che parlano di identità e contemporaneità. Quando ho presentato l’idea a Diego Sileo la risposta è stata immediata. Questo progetto per me ha un significato preciso: mettere insieme persone, luoghi e sensibilità diverse per creare conversazioni. È quello che sto cercando di fare in questo momento».

Le fotografie e i video esposti nascono all’interno di una comunità vissuta in prima persona dall’artista. Qual è stata la sfida curatoriale nel portare questo archivio relazionale e affettivo nello spazio della mostra?
«In realtà non ho mai vissuto questo progetto come una semplice selezione di immagini da portare in un museo. È stato tutto molto condiviso, nasce da un dialogo continuo. Ambrosia è la fotografa, ma le persone ritratte fanno parte dello stesso universo, della stessa comunità. Per questo abbiamo lavorato anche con loro, attraverso conversazioni e diari condivisi: non solo per chiedere un consenso, ma per capire se e come volessero essere parte di questo racconto. Sono immagini intime, a volte molto dirette. Non sono pose costruite o set fotografici, ma momenti reali, accaduti mentre le cose stavano succedendo. C’è una quotidianità che si rivela senza mediazioni: come una scena in cui una delle sue amiche è nella vasca, con l’asciugamano in testa, che legge un libro o scherza con le altre. Ambrosia è lì, sta parlando con loro, e a un certo punto scatta: ferma un istante di vita. La mostra è divisa in due nuclei. La prima stanza è più legata al passato, alla cosiddetta “notte”: backstage, locali, case, momenti prima di uscire, una dimensione più notturna e collettiva. La seconda stanza invece è più presente, più quotidiana. In questo senso il progetto non racconta una comunità come oggetto esterno, ma come qualcosa vissuto dall’interno. Sono persone che non rappresentano un’idea, ma semplicemente sé stesse».

Il titolo Eravamo notte, ora siamo giorno sembra indicare una trasformazione. È così?
«Non del tutto. È facile leggerlo come un prima e un dopo, ma non è questa l’idea. Per queste persone la “notte” non è solo un simbolo di oscurità. È anche uno spazio di libertà, di incontro, di costruzione di sé. Non è un momento negativo. Poi certo, negli anni molte cose sono cambiate, anche a livello sociale. Alcune persone hanno fatto percorsi diversi, altre sono rimaste nella stessa identità, altre ancora si sono trasformate. Ma non c’è una progressione lineare. Il titolo parla piuttosto di passaggi, di stati che convivono. Non di una trasformazione che cancella ciò che c’era prima».

Per ospitare la sua mostra ha scelto il PAC e quindi, indirettamente, Milano: crede sia una città accogliente?
«Io credo di sì. Milano è una città che negli anni ha costruito uno spazio di apertura importante. Il fatto stesso che questa mostra sia al PAC è significativo: non è uno spazio privato, ma un’istituzione pubblica. Questo cambia il senso del progetto. Per me è importante che questi temi non restino confinati in contesti ristretti. Se vogliamo che entrino davvero nel quotidiano, bisogna portarli dentro luoghi accessibili. E in questo senso la mostra è anche un modo per fare, non solo per parlare. Creare presenza, creare visibilità, creare confronto».

Ambrosia Fortuna, Un pomeriggio d'estate con Vicky a Milano, 2018

Che cosa significa oggi che una mostra diventi uno spazio di incontro e non solo di rappresentazione?
«Il museo, per me, è già uno spazio di incontro. Quando viaggio, è sempre il primo luogo che visito. È lì che capisci qualcosa della città, delle persone, di come si guarda all’arte. Non dovrebbe essere un luogo solo per turisti o addetti ai lavori, ma uno spazio vivo. Quello che mi interessa è che una mostra possa generare conversazione. Non dare risposte, ma aprire domande.Creare dialogo. In questo caso le fotografie sono molto intime, ma proprio per questo diventano universali: raccontano relazioni, amicizie, fragilità, forme di vita».

Lei ha detto: «La mostra non interpreta, espone».
«Sì. Perché non volevo imporre una lettura unica. Non sono un curatore di professione, mi sono avvicinato a questo progetto da un altro percorso. Quello che mi interessava era costruire un’esperienza, non una spiegazione. C’è sicuramente una mia visione estetica: nel modo in cui le immagini sono disposte, nel rapporto tra spazi, video e fotografie. Ma non c’è una narrazione chiusa. Chi visita la mostra può costruire il proprio sguardo».

La collaborazione con Levi’s® introduce una dimensione corporate. Come si mantiene l’equilibrio tra linguaggio culturale e comunicazione di marca?
«La parola chiave è stata rispetto. Fin dall’inizio c’è stata una condivisione chiara di valori. Levi’s non è un partner scelto per questa occasione, ma un brand che negli anni ha già lavorato su questi temi. Per me era importante non entrare in una logica di operazione di marketing. E questo non è successo. Non ci sono state richieste di visibilità del prodotto, ma una condivisione di visione. Anche per questo è stato naturale lavorare insieme. Quando questo accade, il confine tra cultura e collaborazione si mantiene da solo».

Lavorando su immagini che raccontano relazioni, fragilità e libertà, cosa le è rimasto addosso?
«La prima cosa è che non si conosce mai davvero abbastanza la vita degli altri. Anche quando pensi di avere strumenti di comprensione, scopri che ogni storia è molto più complessa. Questa mostra mi ha ampliato lo sguardo. Mi ha reso più consapevole. E poi c’è una parte molto emotiva: alcune immagini sono molto forti nella loro semplicità. Non cercano di essere drammatiche, ma lo diventano proprio per la loro verità. Ci sono momenti di vita quotidiana, gesti piccoli, che però contengono tutto».

Quanto il suo passato nella moda ha influenzato questo progetto curatoriale?
«Tutto quello che faccio viene da lì, ma non nel senso più ovvio. La moda mi ha insegnato il rapporto tra contenuto e forma, tra ciò che si vuole dire e il modo in cui lo si mostra. È una questione di sguardo, di equilibrio, di gusto estetico. I miei progetti funzionano sempre così: anche in Insieme, durante la Milano Design Week, il colore e le parole servivano a lasciare spazio agli oggetti. Qui accade lo stesso con le fotografie. C’è un allestimento, una costruzione, ma al centro restano sempre le immagini. In questo progetto succede la stessa cosa: le fotografie sono il contenuto principale, ma anche il modo in cui vengono presentate fa parte del racconto. La scenografia non è mai più importante del contenuto, lo accompagna. Come in una sfilata: il focus resta sempre il capo, tutto il resto serve a farlo emergere».

A che punto è oggi l’Italia sul fronte dell’inclusione?
«La strada è ancora lunga. Ci sono stati passi avanti, ma il rispetto pieno non è ancora raggiunto. Non credo però nella retorica del “siamo fermi”. Si va avanti, ma lentamente e con molte contraddizioni. Per me il punto non è sentirsi arrivati, ma continuare a creare condizioni perché le persone non debbano essere definite da categorie. Saremo davvero avanti quando l’identità non sarà più una definizione, ma semplicemente una parte dell’esistenza».

Ludovica Zecchini e Laura Castelli, 13 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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