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Redazione GdA
Leggi i suoi articoliPer decenni l’identità di Banksy è rimasta uno dei misteri più affascinanti dell’arte contemporanea. Ora però quell’enigma potrebbe avere finalmente un nome e un volto. Una lunga e dettagliata inchiesta dell’agenzia internazionale Reuters sostiene che dietro lo pseudonimo dello street artist più famoso al mondo si nasconda Robin Gunningham, graffitista nato a Bristol nel 1973, che nel corso degli anni avrebbe anche utilizzato l’identità di David Jones.
Il risultato arriva dopo mesi di lavoro investigativo basato sull’incrocio di testimonianze raccolte sul campo, analisi di video e fotografie e consultazione di documenti giudiziari. I reporter hanno esaminato anche rapporti di polizia e un vecchio verbale in cui l’artista avrebbe ammesso un reato minore di disordine pubblico. Secondo l’indagine, quel documento indicherebbe con chiarezza il vero nome dietro il mito di Banksy. Il sospetto su Gunningham non è nuovo: già nel 2008 il tabloid britannico «Daily Mail» aveva indicato il suo nome al termine di un’inchiesta durata circa un anno, dichiarando di essere arrivato il più vicino possibile all’identificazione dello street artist, pur senza una conferma definitiva.
Il nuovo lavoro giornalistico ha trovato un punto di svolta nelle opere comparse in Ucraina alla fine del 2022, durante la guerra seguita all’invasione russa. In particolare nel villaggio di Horenka, vicino a Kyiv, dove è apparso un murale che raffigura un uomo barbuto mentre si lava nella vasca da bagno tra le macerie di un edificio bombardato. Secondo i testimoni citati da Reuters, l’opera sarebbe stata realizzata in pochi minuti da due uomini con il volto coperto che utilizzavano stencil trasportati all’interno di un’ambulanza. Partendo da quell’episodio, i giornalisti sono tornati sul posto mostrando agli abitanti fotografie di diversi street artist sospettati di essere Banksy per verificare eventuali riconoscimenti.
Tra i nomi esaminati compariva anche Thierry Guetta, ma le testimonianze raccolte e le verifiche successive hanno continuato a puntare verso Gunningham. Nel corso degli anni erano circolate anche immagini del presunto artista, ma il suo manager aveva rapidamente smentito ogni rivelazione, contribuendo a mantenere intatto l’alone di mistero attorno alla figura di Banksy.
L’inchiesta ricostruisce inoltre i legami con Robert Del Naja, leader della band trip-hop Massive Attack e per lungo tempo considerato uno dei possibili candidati dietro l’identità dello street artist. Secondo le informazioni emerse, Del Naja avrebbe collaborato con Banksy alla realizzazione di alcune opere a quattro mani.
Un ulteriore tassello era già arrivato l’anno scorso dalla BBC, che aveva pubblicato fotografie degli anni Novanta in cui il giovane Banksy insegnava a realizzare graffiti e stencil ad alcuni ragazzi nella sua Bristol. Le immagini erano state fornite da Peter de Boer, responsabile di un centro giovanile che all’epoca aveva invitato l’artista a tenere workshop per adolescenti. Per ogni lezione riceveva circa 50 sterline, molti anni prima che le sue opere iniziassero a valere milioni di pound nel mercato dell’arte.
Nonostante le conclusioni dell’inchiesta, il presunto Banksy non ha commentato. Anche Pest Control Office, la società che autentica le opere dell’artista, ha fatto sapere che lo street artist ha deciso di non rilasciare dichiarazioni. Il suo storico avvocato, Mark Stephens, ha contestato diversi aspetti dell’indagine e ha invitato Reuters a non pubblicare il report, sostenendo che la rivelazione dell’identità violerebbe la privacy dell’artista e potrebbe metterlo in pericolo. Secondo il legale, l’anonimato resta una parte essenziale del lavoro di Banksy perché gli permette di criticare il potere e intervenire su temi politici e sociali senza esporsi direttamente.
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