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Frida Kahlo alla Tate Modern nella cucina di Santiago Lastra

Un menu ispirato alla mostra Frida: The Making of an Icon traduce in sapori la densità materica e la radice terrestre dell’opera di Frida Kahlo

Rosalba Cignetti

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Verdi ossidati, rossi ferrosi, neri densi. I colori pastosi che attraversano i dipinti di Frida Kahlo non sono solo accenti emotivi, sono elementi costruttivi, materia strutturale. Sono superfici compatte, spesso chiuse, che tengono insieme radice culturale, controllo formale e una fisicità mai edulcorata. La mostra «Frida: The Making of an Icon», alla Tate Modern fino al 3 gennaio 2027, affronta questo nodo in modo sistematico, riunendo oltre 130 opere, fotografie, documenti e materiali d’archivio. Un corpus in cui biografia e pratica pittorica si sostengono reciprocamente: ritratti, autoritratti e oggetti personali restituiscono una professionalità lucida e intenzionale, in cui il corpo ferito, la vestizione simbolica, la politica e la cultura messicana si rivelano con rigore formale e densità semantica. Frida Khalo dà voce a un’essenza viscerale legata a una terra antica e stratificata, la stessa che attraversa il menu firmato da Santiago Lastra per il Tate Modern Restaurant, disponibile dal 25 giugno al 31 agosto. La grammatica del gusto elaborata dallo chef messicano si fonda sulla corpor(e)ità del cibo: sapori profondi, spesso scuri, acidità nette, note affumicate e tostate che non cercano alleggerimento. Radici, cereali, vegetali e carni conservano una tensione terragna, una presenza fisica che rimanda alla terra come origine e resistenza.

@ KOL

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Il cibo non viene neutralizzato. È esposto, lavorato, trasformato, mai addomesticato. Le salse hanno struttura e peso, come i colori della tavolozza di Frida Khalo; il piccante è una componente architettonica, come le strutture delle sue composizioni; l’amaro non viene corretto, come l’infermità raffigurata senza mediazioni. La cucina procede per concentrazione e precisione, costruendo superfici gustative compatte, affidate alla persistenza più che all’immediatezza. I sapori restano, incidono, lasciano una traccia lunga e riconoscibile, come le immagini di Kahlo. Aperto a Londra nel 2020, KOL, il ristorante di cui lo chef è cofondatore, ha imposto una lettura della cucina messicana lontana da ogni idea di folklore o comfort food. Mais, peperoncini, fermentazioni e spezie non funzionano come citazioni, ma come strutture. Gli ingredienti britannici — radici, latticini, carni, pesci — vengono inseriti in un sistema di sapori che privilegia concentrazione ed equilibrio, senza smussare gli spigoli. Nel menu pensato per Tate Modern, questa scrittura si fa ancora più essenziale. Le portate sono costruite per sottrazione: pochi elementi, ben leggibili, ciascuno con un ruolo preciso. Il piccante non è mai decorativo, l’acidità non serve a rinfrescare, l’amaro non viene compensato. Nulla cerca di risultare accomodante. Il corpo degli ingredienti, animali o vegetali, resta presente come materia, non come metafora.

Rosalba Cignetti, 30 gennaio 2026 | © Riproduzione riservata

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