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Redazione GdA
Leggi i suoi articoliPoco meno di un minuto alle 21 di una sera qualunque. Cinquantanove interminabili secondi, quasi mille morti, decine di migliaia di sfollati, oltre 100 comuni colpiti tra le province di Udine e Pordenone. Il 6 maggio 1976, uno dei più duri terremoti del Novecento italiano colpisce il Friuli Venezia Giulia con una scossa di magnitudo 6,5. Insieme alle case e agli edifici crolla un intero mondo: lavoro, ricordi, risparmi e sacrifici di generazioni spazzati via in meno di un minuto. Restano solo macerie e l’urgenza di ricostruire paese per paese, comunità per comunità, un esteso tessuto sociale ed economico.
Cinquant’anni dopo, quei 59 secondi rivivono nella mostra «Terremoti e trasformazioni», allestita dal 17 luglio al 18 ottobre 2026 nella Casa della Confraternita del Castello, realizzata dai Civici Musei di Udine con il Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia (CRAF) e il Centro di Ricerche Sismologiche CRS-OGS.
Fotografie, documenti, testimonianze e archivi spostano lo sguardo dal momento della catastrofe alle tracce lasciate nei cinquant’anni successivi: i cantieri, la ricostruzione dei paesi, la trasformazione di un territorio attraverso le scelte urbanistiche, sociali e culturali che hanno definito il Friuli Venezia Giulia contemporaneo.
Curata da Francesca Agostinelli e Nicola Bressi, l’esposizione restituisce il percorso di quello che sarebbe diventato il modello Friuli: ricostruire sempre sul luogo, per evitare lo spettro dei paesi abbandonati; partire dalle fabbriche prima ancora che dalle case e dalle chiese, per contrastare il possibile spopolamento; coinvolgere in modo diretto autorità e comunità locali.
Un modello ricostruito attraverso materiali storici e attraverso lo sguardo di quattro fotografi contemporanei appartenenti a generazioni e percorsi diversi, invitati a osservare la regione di oggi. Olivo Barbieri, Marina Caneve, Davide Degano e Giulia Iacolutti nel 1976 erano ragazzi che vivevano in altri territori, bambini o ancora non erano nati. La distanza temporale diventa il punto di partenza del progetto espositivo, che attraverso i loro obiettivi osserva e raccoglie le tracce depositate nei luoghi, mentre la memoria diretta progressivamente si allontana.
Olivo Barbieri (Carpi, 1954) guarda alle città come organismi in trasformazione. Architetture, periferie, cantieri e variazioni del paesaggio diventano la voce dei cambiamenti economici e sociali. Le sue vedute dall’alto, le prospettive alterate e l’uso selettivo della messa a fuoco raccontano il tessuto urbano come una condizione transitoria, sospesa tra adattamenti e nuove stratificazioni.
Marina Caneve (Belluno, 1989) parte dal terremoto del Friuli del 1976, scegliendo però di non fotografare le tracce della distruzione, ma ciò che il sisma ha prodotto: grotte con sismografi, reti di monitoraggio, strumenti scientifici e tentativi dell’uomo di interpretare una forza che resta imprevedibile. Alla tecnologia affianca l’immaginario ancestrale degli animali capaci, secondo alcune tradizioni e studi, di percepire prima i movimenti della terra.
Davide Degano (Udine, 1990), nato e cresciuto in Friuli, elabora e raccoglie memorie attraverso un lavoro concentrato su appartenenza, identità e confini, in una regione costretta nel 1976 a ridefinire il rapporto tra passato e futuro.
Sulla memoria lavora anche Giulia Iacolutti (Pordenone, 1985), che coinvolgendo nei suoi progetti persone e comunità ne indaga la dimensione collettiva. Fotografia, video, suono e interventi manuali diventano strumenti per raccogliere storie e restituire ciò che una trasformazione così radicale e profonda lascia nelle vite individuali.
Accanto agli sguardi contemporanei, la mostra esplora infine l’evoluzione della conoscenza scientifica del rischio sismico e della protezione civile, uno dei lasciti più concreti del terremoto del 1976.