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Quattordici anni fa, quando Giovanni Bonelli scelse il quartiere Isola (nulla di esotico: si chiama così perché la ferrovia lo separa dal resto della città) per aprire la sua galleria a Milano, quell’area della città era ancora la zona, un tempo operaia, delle «case di ringhiera», abitata dai creativi squattrinati e dagli studenti fuori sede. Le torri del quartiere di Porta Nuova che hanno cambiato lo skyline della città, dal Bosco Verticale di Stefano Boeri al grattacielo Unicredit di César Pelli, erano a malapena completate. E della Torre Unipol di Mario Cucinella (al momento, l’ultima della nidiata), non c’erano nemmeno le fondamenta. «Nel frattempo molto è cambiato nel quartiere, racconta il gallerista a «Il Giornale dell’Arte», così come accade anche a New York. E la crescita dei valori immobiliari e degli affitti, ormai elevatissimi, sta allontanando le realtà che, come le gallerie d’arte, hanno necessità di grandi spazi. È stata una scelta sofferta: amavo quella zona ma era tempo di cambiare e ho scelto la zona Corvetto, per il suo fermento artistico emergente, simile a quello che anni prima caratterizzava il quartiere Isola. Stessa energia, stesso spirito sperimentale e molti edifici un tempo industriali, oggi inutilizzati, che offrono volumi generosi: ciò che serve a una galleria d’arte contemporanea.
È una sfida che incuriosisce, quella di Giovanni Bonelli, in questo momento non facile dell’economia mondiale e del mercato. Ne parliamo con lui.
Giovanni Bonelli, lei è «figlio d’arte» ma la galleria Bonelli fu aperta dai suoi genitori negli anni Ottanta non a Milano bensì ad Asola, nel Mantovano. Ci racconta la vostra e la sua storia?
I miei genitori aprirono nel 1984 la galleria ad Asola e io, quando ero al liceo, andavo a dare una mano. Ho imparato «sul campo», accanto a mio padre: ricordo dei viaggi che mi sembravano interminabili per andare a Milano dove compravamo dipinti di Rognoni, dei Chiaristi, di Birolli. All’inizio non è stato facile. Con il tempo, la passione è cresciuta anche grazie alla partecipazione alle fiere e al confronto diretto con artisti e opere. Dopo Asola abbiamo poi aperto a Mantova e poi a Canneto sull’Oglio (nostro paese di origine, famoso per il ristorante tristellato Dal Pescatore, dei Santini), aprendo la galleria in un edificio industriale, una ex fabbrica di bambole, testimonianza di un distretto produttivo ormai scomparso, che oggi rappresenta il mio hub. L’apertura al panorama internazionale è arrivata nel 2007 con l’inaugurazione di uno spazio a Los Angeles, nel quartiere di Chinatown, un’esperienza durata tre anni. Poi si è aggiunta nel 2014 la sede di Pietrasanta.
Parlava di passione, di entusiasmo: erano sufficienti per portare avanti le sue gallerie?
La passione e l’entusiasmo sono stati fondamentali, ma determinanti sono stati anche gli incontri con figure di riferimento del mondo artistico e intellettuale, che hanno contribuito alla mia crescita culturale e professionale, come Zeno Birolli e Gianni Pettena. Inoltre l’impegno nell’associazione dell’ANGAMC (Associazione Nazionale Gallerie d’Arte Moderna e Contemporanea, dove siede nel Consiglio nazionale dal 2005 e dal 2009 è vicepresidente, Ndr)» mi ha permesso di comprendere più a fondo le dinamiche del sistema dell’arte.
I nuovi spazi della galleria Giovanni Bonelli a Corvetto. Courtesy of galleria Giovanni Bonelli
I nuovi spazi della galleria Giovanni Bonelli a Corvetto. Courtesy of galleria Giovanni Bonelli
Ora un’altra sfida, con la nuova sede in via Arcivescovo Romilli 20, a Milano. Con quale mostra la inaugura?
Inauguriamo il 14 aprile, durante la Milano Art Week, con una mostra che il curatore Denis Isaia definisce «caustica, post-profetica e punk», che celebra l’arte come una forma necessaria di resistenza e che s’intitola «The Future Will Be Weird». Il percorso ruota intorno alla figura di Mattia Moreni (1920-1999), un vero maestro del secolo scorso, che dopo due partecipazioni a documenta e quattro alla Biennale di Venezia, negli anni Settanta si defilò, trasferendosi in Romagna, dove dipinse con una radicalità sempre più intensa. La mostra è nata in collaborazione con Associazione Mattia e con l’Archivio Mattia Moreni e mette in dialogo i suoi lavori (dai primi, di segno informale, a quelli «punk» degli anni Ottanta) con opere di artisti successivi che a lui hanno guardato, come Pierpaolo Campanini, Alessandro Pessoli, Nicola Samorì, e altri che hanno con lui delle affinità (Vedovamazzei, Vera Portatadino, Giovanni Morbin, Enrico Minguzzi, Pesce Khete, Gelitin, Silvia Dal Dosso, Cult of Magic, Giovanni Blanco, Ndr).
Questa mostra è quindi una sorta di dichiarazione d’intenti, un gesto programmatico.
Sì, «The Future Will Be Weird» non è stata pensata solo come un evento inaugurale, ma come un manifesto della linea curatoriale che intendo seguire. Uniremo solidità e sperimentazione.
Ha già in calendario altre mostre?
Questa linea curatoriale guiderà anche le future attività della galleria. Le mostre saranno dedicate sia ad artisti della mia generazione, sia a importanti figure del Novecento, sempre affiancati da giovani emergenti. Da una parte i maestri storicizzati, che rappresentano un punto di riferimento consolidato e dall’altra i giovani, portatori di nuove energie e linguaggi. L’obiettivo è creare un dialogo costante tra epoche diverse, offrendo al pubblico una visione articolata e dinamica.
Come è strutturata architettonicamente la nuova galleria?
Il nuovo spazio espositivo è ampio e luminoso, distribuito su due livelli, con soffitti alti e grandi vetrine affacciate su un cortile privato. Un ambiente che mi ha immediatamente ricordato l’atmosfera delle gallerie berlinesi.
Il gallerista Giovanni Bonelli. Courtesy of galleria Giovanni Bonelli
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