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Luca Orlandi
Leggi i suoi articoliPasseggiare oggi per le vivaci strade di Beyoğlu, il cuore pulsante di Istanbul, significa attraversare un archivio vivente di epoche in trasformazione. I grandi palazzi, le ex ambasciate, i sontuosi hotel, le chiese e le sinagoghe, le piazze e le eleganti gallerie commerciali che caratterizzano questo quartiere sussurrano storie di un passato cosmopolita. Uno sguardo più attento rivela un segreto sorprendente: i nomi spesso incisi sulle loro facciate rivelano spesso che gli architetti di queste vicende architettoniche di Istanbul, ma come pure di Ankara o di Smirne, erano, in larga misura, di origine italiana o italo-levantina.
Durante le riforme ottocentesche dell’Impero Ottomano e fino alla nascita della Repubblica Turca, architetti, ingegneri, decoratori e impresari di costruzioni italiani e italo-levantini divennero i principali artefici della nuova identità della capitale e delle altre città turche. Non furono semplici tecnici assoldati; furono gli strumenti prescelti di una più ampia visione modernizzatrice. Nel corso dell’Ottocento, in seguito a importanti riforme politiche, sociali e culturali promosse dai sultani, la progettazione architettonica degli edifici istituzionali e di rappresentanza fu spesso affidata ad architetti di origine italiana. Anche successivamente, cavallo tra Otto e Novecento, con l’intento di introdurre le tendenze europee più aggiornate nella capitale, vennero chiamati architetti e artisti in grado di fondere l’eleganza dello stile Liberty con i motivi decorativi locali, e anche per la realizzazione di nuovi edifici pubblici, come scuole, ospedali e università, ci si rivolse ancora ad altri professionisti italiani, che si susseguirono anche durante la successiva espansione urbana, in particolare a Istanbul.
La loro influenza, tuttavia, si estese ben oltre il mecenatismo imperiale. Essi furono anche i costruttori del mondo borghese cosmopolita. Gli architetti italiani plasmarono la vibrante vita di Pera, progettando il mitico Pera Palas Hotel per i viaggiatori dell’Orient Express, le monumentali banche in stile neobizantino o neorinascimentale, con rimando al mondo ottomano di Galata o la chiesa neogotica di Sant’Antonio, un punto di riferimento fondamentale per la comunità latina. Questi architetti tradussero l’energia della Istanbul della Belle Époque in mattoni, pietra e malta, creando un tessuto urbano che riecheggiava città europee come Parigi, Vienna, Napoli e persino Londra.
Alcuni di loro furono anche educatori oltre che di costruttori; essi insegnavano all’Accademia di Belle Arti di Istanbul (Sanayi-i Nefise Mektebi), formando così la prima generazione di architetti turchi che avrebbe poi plasmato la nuova Repubblica. In tal modo, contribuirono alla formazione di un linguaggio architettonico per una giovane nazione che guardava all’Occidente.
Con questo spirito, il libro Segni di Diplomazia. Gli edifici della rappresentanza italiana in Turchia, curato dallo scrivente e dall’architetto Mario Magnarelli e con il patrocinio dell’Ambasciata d’Italia in Turchia, invita il lettore e lo studioso a riscoprire un patrimonio architettonico che testimonia la lunga e complessa presenza italiana in Turchia. Le residenze, le ambasciate, gli ospedali, le scuole e gli spazi comunitari qui presentati non sono semplici edifici; diventano una forma di diplomazia silenziosa, in cui l’architettura si mostra come strumento di rappresentanza, identità e dialogo tra culture: un gesto tracciato su carta che diventa segno tangibile di diplomazia.
Il palazzo di Venezia. Foto Bruno Cianci
Il viaggio attraverso i segni e i disegni della diplomazia prende idealmente avvio da Ankara, in cui Cristina Pallini analizza il complesso dell’attuale Ambasciata italiana. Questo contributo rivela come l’architettura si traduca in una raffinata organizzazione spaziale capace di esprimere gerarchie, funzioni e simboli. In questo microcosmo di italianità trapiantato nel cuore dell’Anatolia, emerge chiaramente la volontà di conciliare modernità e tradizione, razionalità diplomatica e memoria mediterranea, resa possibile dal linguaggio utilizzato dall’architetto Paolo Caccia Dominioni negli Anni Trenta del Novecento.
Il cuore pulsante della prima parte del volume è però Istanbul, luogo in cui la presenza italiana si è sedimentata nei secoli. Tra Beyoğlu e le rive del Bosforo, gli edifici della diplomazia italiana compongono un vero e proprio paesaggio di relazioni, in cui l’architettura si fa medium tra mondi diversi. Villa Tarabya, al centro del saggio di Paolo Girardelli e progettata dall’architetto liberty Raimondo D’Aronco nel 1906, rappresenta l’esempio più emblematico di questa mediazione. Non è un’architettura che domina, ma che si armonizza con il paesaggio, reinterpretandone lo spirito e trasformandosi in simbolo di equilibrio tra presenza e rispetto, tra radicamento e apertura. L’Ospedale Italiano di Cihangir, studiato da Hatice Adıgüzel, rivela invece un volto umanitario e solidale della presenza italiana: la cura, l’assistenza e la filantropia come forme di diplomazia culturale. Il linguaggio architettonico dell’ospedale tardo-ottocentesco, sospeso tra funzionalità e sobrietà, veicola l’immagine di un'istituzione capace di unire da un lato il rigore scientifico e dall’altro la compassione. La Casa d’Italia a Tepebaşı, nel saggio di Silvia Pedone, testimonia la dimensione comunitaria di questa rete di edifici: luogo d’incontro, di educazione e di memoria, che rappresenta, ancora oggi. una vera «casa comune» per la comunità italiana e la sua identità in Turchia.
Ulteriori saggi a firma di Sedat Bornovalı e Paolo Girardelli completano il mosaico istanbuliota attraverso un’indagine delle sedi storiche di rappresentanza, dal Palazzo di Venezia all’interno del complesso di Tomtom Kaptan Sokak fino alle «dimenticate» ambasciate di Maçka e Ayaz Paşa. Questi contributi delineano così una geografia diplomatica inedita, fatta di presenze e assenze, dove le tracce di diverse epoche si sovrappongono e sedimentano, riflettendo in modo tangibile la complessa natura della storia urbana della città.
Nel loro insieme, tutti questi edifici analizzati dai vari studiosi rivelano come l’architettura abbia servito, per l’Italia in Turchia, come una forma concreta di dialogo e di rappresentazione. Dalla monumentalità di un’ambasciata alla discrezione di una casa, dalla vocazione filantropica di un ospedale alla grazia paesaggistica di una villa sul Bosforo, ogni edificio è un frammento di una narrazione condivisa, mai intesa come imposizione culturale di una civiltà su di un’altra, ma come ponte culturale e diplomatico.
Prova colori facciate Ambasciata d’Italia ad Ankara
Schizzo assonometrico della residenza estiva dell’Ambasciata a Tarabya, Istanbul
La seconda parte del libro, ricca di disegni di studio, rilievi e di analisi strutturali, rappresenta ben più di un semplice repertorio di dati o immagini illustrative. Da un punto di vista strettamente architettonico, costituisce un documento fondamentale per comprendere non solo lo stato attuale dei complessi studiati, ma anche le potenzialità per futuri interventi in termini di recupero, manutenzione e restauro. Attraverso il meticoloso e appassionato lavoro dell’architetto Mario Magnarelli, emerge la dimensione più concreta e tangibile dell'architettura: quella che si misura in cantiere, tra rilievi, disegni, verifiche, riletture e soluzioni progettuali.
La sezione tecnica del lavoro va oltre la riflessione critica, confrontandosi direttamente con la realtà fisica e materica dell'architettura attraverso disegni, misurazioni e scelte costruttive. In questo ambito, il disegno, come sottolinea lo stesso Magnarelli, trascende la funzione estetica per divenire strumento di conoscenza e rigore scientifico, radicandosi nella tradizione umanistica italiana che, dall'insegnamento rinascimentale, concepisce il tratto grafico come atto conoscitivo e creativo insieme. Questa parte non costituisce quindi un semplice complemento, ma il nucleo vitale dell'opera: un dispositivo che, oltre a documentare, permette di immaginare e progettare il futuro delle architetture della rappresentanza italiana in Turchia.
In sintesi, attraverso questo volume, le opere architettoniche descritte, il loro valore tanto tangibile quanto intangibile, delineano nuovamente un paesaggio culturale unitario, in cui la diplomazia si manifesta in tutta la sua forza e attualità, non solo come pratica politica ma come costruzione quotidiana di spazi, immagini e relazioni. Segni che durano nel tempo, testimoniando una storia lunga e stratificata che intreccia la nascita, lo sviluppo e la continuità della presenza italiana in Turchia. Eppure questi stessi segni sono anche elementi vivi del presente: architetture ancora in uso, luoghi di memoria e al contempo di vita quotidiana, che richiedono attenzione, protezione e nuove forme di cura. Da questo punto di vista, il libro non si limita a commemorare, ma invita a riconoscere il valore di questo patrimonio come fondamento per futuri interventi di conservazione, restauro e valorizzazione, restituendo significato e visibilità a una storia condivisa sempre in evoluzione.
Segni di Diplomazia. Gli edifici della rappresentanza italiana in Turchia
Mario Magnarelli e Luca Orlandi (a cura di), Istanbul: Ege Yayınları, 2025
La copertina del volume