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Giovanni Bellini e bottega, «Donna alla toeletta con specchio»

Courtesy di Sotheby’s

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Giovanni Bellini e bottega, «Donna alla toeletta con specchio»

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Gli investitori hanno scoperto il mercato degli Old Masters: i risultati delle aste newyorkesi

La vista lunga del tiratore scelto • Tra il prezzo stellare del piede di Michelangelo e la tavola raffigurante una donna allo specchio attribuita alla bottega di Giovanni Bellini, gli esiti sono stati positivi

Simone Facchinetti

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Le aste newyorkesi dello scorso febbraio sono andate bene, oltre ogni rosea aspettativa. Molti operatori sono euforici, altri sono disperati. Quando le stime si raddoppiano o si triplicano significa che il mercato tira, allora perché strapparsi i capelli? Tutti dovrebbero gioirne, è naturale. Tuttavia, se si gratta sotto la superficie si scopre che c’è qualcosa che non va. Quando saltano le regole del sistema bisogna allarmarsi? Oppure è sufficiente darsi forza con un flacone di Valium?  

Iniziamo dalle regole: è risaputo che da Christie’s e Sotheby’s ci siano esperti in grado di stabilire il corrispettivo economico di un’opera d’arte. Per carità, nessuno si illude che equivalgano ai verdetti della bocca della verità, tuttavia ci si aspetterebbe di trovare confermato un risultato nella forbice dei valori di stima, non è vero? Se una stima si triplica è un’eccezione ragionevole; se cinque stime si triplicano, anche; ma se la cronaca disegna un diagramma con un numero troppo elevato di queste punte bisogna iniziare a insospettirsi

Prima ipotesi: gli esperti delle case d’asta sono degli incompetenti, avevano dell’oro e lo vendevano, a loro insaputa, al prezzo dell’argento. Seconda ipotesi: gli esperti sono stati prudenti, prevedevano i risultati, ma preferivano farsi sorprendere dagli eventi, anche per fare bella figura col capo. Vi sembrano convincenti? O siamo di fronte a una rottura, una nuova faglia nel mercato dell’arte? 

Raccontare la cronaca dei fatti non significa riuscire a spiegare che cosa abbiano significato realmente. Le pagine dei giornali si sono abbuffate di articoli sul prezzo stellare del piede di Michelangelo, senza avvertire nessun odore fastidioso; noi proveremo ad analizzare il calzino gettato in mezzo alla biancheria sporca. Numeri: decine e decine di stime si sono moltiplicate per due, per tre, per cinque e così via; non abbiamo spazio per ripercorrerle tutte, ci soffermeremo solo su un caso che spiega bene la disinvoltura con cui queste faccende sono trattate: intendo il lotto 26 dell’asta principale di Sotheby’s del 5 febbraio scorso. Da quasi un secolo la tavola, raffigurante una donna allo specchio, era stata degradata alla bottega di Giovanni Bellini, sulla base del confronto con il prototipo, un capolavoro, che si conserva al Kunsthistorisches Museum di Vienna. Nel corso degli anni gli studiosi hanno avanzato diverse proposte attributive (Vincenzo Catena e Andrea Previtali) fino ad assestarsi sul nome di Gerolamo Santacroce. Morale: come proporre un quadro del genere? 

Come suggerivano gli studi a Gerolamo Santacroce? No, sempre meglio «Giovanni Bellini e bottega». Un gesto opportunista che il mercato si è bevuto tutto d’un sorso, pagando un conto salatissimo di 2 milioni di dollari. È chiaro che i capitali si stanno decisamente orientando verso l’acquisto degli Old Masters, ma allora che bisogno c’era di non partire col piede giusto? Forse, tragicamente, ci aveva visto giusto Keynes: «Quando l’accumulazione di capitale di un Paese diventa il sottoprodotto delle attività di un casinò, è probabile che le cose vadano male».

Simone Facchinetti, 10 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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