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Monica Trigona
Leggi i suoi articoli«Winter Bears» (1988), scultura in legno policromo che misura 121,9x111,8x39,4 cm del «Re Mida dell’arte contemporanea», Jeff Koons, è la numero uno di un'edizione di tre più una prova d'artista. Il 26 febbraio scorso, durante la vendita newyorkese Post-War to Present, l’opera è stata venduto da Christie's per una cifra da capogiro: 7,6 milioni di dollari, il prezzo più alto mai registrato per un’opera in una vendita di metà stagione. Una cifra che appartiene, per tradizione, al teatro rarefatto delle Evening sale, non certo a quelle sessioni considerate fino a pochi anni fa terreno di consolidamento più che di consacrazione. Realizzata per la celebre mostra «Banality» del 1988, la scultura condensa l’intera grammatica koonsiana: appropriazione del kitsch, virtuosismo tecnico delegato a maestranze specializzate, cortocircuito tra cultura alta e immaginario popolare. L’esemplare battuto proveniva dalla collezione di Barbara Jakobson; il numero due è custodito dalla Tate, mentre il terzo e la prova d’artista restano in mani private. Quest’ultima era stata venduta nel 2011, sempre da Christie's, per 4,7 milioni di dollari. La stima attuale oscillava tra 3,8 e 5 milioni: il risultato finale non solo la supera ma sancisce un ulteriore passaggio nella musealizzazione definitiva di quella stagione che alla fine degli anni Ottanta appariva come una provocazione e oggi è pienamente canonica.
Il dato, tuttavia, non riguarda soltanto Koons. Il totale della vendita di Christie's ha raggiunto i 34 milioni di dollari per 229 lotti, con un invenduto intorno all’8%. Nella corrispondente tornata di settembre il totale aveva toccato i 35 milioni, record storico per questa categoria, mentre nel biennio 2022-23 le cifre si attestavano tra i 15 e i 17 milioni. È evidente che le mid-season stanno vivendo una mutazione genetica: da anticamera delle grandi aste sembrerebbero diventare piattaforme autonome capaci di attrarre opere di valore museale e collezionisti disposti a competere su cifre da prime time.
Andy Warhol, «Molly» (1956 ca). Courtesy of Phillips
Quasi in parallelo, Sotheby's, con la sua Contemporary Curated nella sede del Breuer Building il 25 febbraio ha totalizzato «solo» 19,4 milioni per 119 lotti, con un tasso di vendita dell’81%. A guidare la sessione è stato «Snoopy Sees Sunrise on Earth» (1970) di Alma Thomas, rimasto fuori dal mercato per quasi mezzo secolo e aggiudicato per 3,8 milioni di dollari, secondo miglior risultato d’asta per l’artista. Subito dopo, «Mauve Hill» (1966) di Helen Frankenthaler ha raggiunto 998.400 dollari, mentre «Nagisa» (1977) di Miyoko Ito e «Fanfare» (1973-74) di Pat Passlof hanno stabilito nuovi record personali. È un mercato che riscrive il canone, consolidando figure storicamente marginalizzate e trasformandole in epicentri di nuova domanda.
A chiudere la settimana il 28 febbraio ci ha pensato Phillips che con la vendita di arte moderna e contemporanea ha totalizzato 8,5 milioni. «Molly» (1956) di Andy Warhol ha superato di gran lunga la stima (100mila-150mila dollari) realizzando 412.800 dollari. L’opera è una sintesi raffinata tra eleganza formale e riflessione culturale. È, da un lato, un’immagine seducente: la foglia d’oro abbagliante e lo sfondo argento metallizzato trasformano lo stivale in un oggetto prezioso, quasi sacralizzato. La superficie brillante cattura lo sguardo e richiama immediatamente il mondo del lusso, della moda e del desiderio. Dall’altro lato, è anche una sottile osservazione critica: elevando una semplice scarpa a icona artistica, Andy Warhol mette in scena il meccanismo del consumo e della fascinazione per gli oggetti glamour. Qua la scarpa diventa simbolo dello stile di vita americano dove l’identità si costruisce anche attraverso ciò che si acquista e si indossa. Dal punto di vista tecnico, è un esempio significativo della fase iniziale della sua carriera: la linea sfumata, sperimentata durante gli studi al Carnegie Institute of Technology, conferisce all’immagine un tratto vibrante e leggermente irregolare che contrasta con la preziosità dell’oro. Nella stessa asta «Ladder over and under» (1972) di Alice Baber ha raggiunto 387mila dollari, oltre sei volte le aspettative e «La Dormeuse» (1878) di Sarah Bernhardt, incursione ottocentesca, stimata poche migliaia di dollari, è stata proiettata a 135.450 dollari, segno che l’appetito per l’eccezione non conosce compartimenti stagni. Le aste di metà stagione insomma non sono più un segmento ancillare ma un laboratorio dove si sperimentano nuove scale di valore, nuove narrazioni di legittimazione, nuovi pubblici. In fondo, non poteva che essere Koons a offrirci questa lezione: nel suo universo, il confine tra decorativo e monumentale, tra consumo e culto, è sempre stato un artificio. Ora lo è anche quello tra «centro» e «periferia» del mercato.
Jeff Koons, «Winter Bears» (1988). Courtesy of Christie’s
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