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Joel Meyerowitz, «Paris, France, 1967»

© Joel Meyerowitz

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Joel Meyerowitz, «Paris, France, 1967»

© Joel Meyerowitz

Gli scatti di Meyerowitz sono il frutto di sussulti inconsci

Al Museo di Santa Giulia un viaggio in 90 immagini ripercorre quarant’anni di storia yankee, dagli anni Sessanta ad oggi, dietro la lente del fotografo americano che è passato dall’immortalare il quotidiano a comporre opere mistiche

L’America di Joel Meyerowitz è quella delle grandi avenue affollate di Manhattan, del sole al tramonto che colora di rosa e arancione i volti dei ragazzi di Cape Cod sulla East Coast, della coppia di amanti che si bacia prima di entrare al cinema. È l’America che ha sempre giustificato il suo sogno e che oggi ci appare lontana anni luce. Quanto stride la chioma rossa del presidente Donald Trump con quella altrettanto rossa di Sarah, la ragazza con le efelidi ritratta dal grande street photographer nel 1981? Stride parecchio. 

Fino al 24 agosto Meyerowitz è protagonista di una seducente retrospettiva dal titolo evocativo «Sense of Wonder» allestita al Museo di Santa Giulia a Brescia. Un viaggio attraverso 90 scatti che ripercorrono quarant’anni di storia yankee. Quasi mezzo secolo vissuto più o meno pericolosamente in sella a un mito che da tempo sembra sul punto di sgretolarsi. Il «Declino dell’impero americano», raccontato dal regista canadese Denys Arcand nell’omonimo film degli anni ’80, oggi è qualcosa di dannatamente reale, e le istantanee di Meyerowitz sembrano quasi decuplicare l’effetto malinconico e di smarrimento. 

La mostra bresciana, curata da Denis Curti, non ha un ordine cronologico ma è scandita da capitoli tematici. La ricerca di Meyerowitz, nato nel Bronx nel 1938, inizia negli anni Sessanta quando fin da subito si pone come uno degli artisti d’avanguardia più interessanti della scena di New York. Influenzato da quel gran genio di Robert Frank, sperimenta e ricerca insieme ad altri grandi compagni di battaglia come Garry Winogrand e Diane Arbus. Il suo trademark? L’empatia, la capacità di immedesimazione e d’immersione totale in ciò che il suo occhio vede e il suo obiettivo traduce poi in immagine. Qualcuno ha definito col termine inglese «intimacy» la cifra stilistica della sua arte, ovvero quell’abilità di avvicinarsi il più possibile alla scena per cercare di catturare l’intimità del momento, per accogliere e riconoscere l’inaspettato. Meyerowitz preferisce chiamarla «Gasp Inspiration», ovvero un sussulto inconscio. «Qualcosa di involontario che si verifica in un dato momento per strada, ci spiega lui stesso. Uno scorcio normalissimo, che ad un tratto ti commuove perché noti qualcosa che non avevi visto prima. Non arriva dal cervello ma da tutto il tuo corpo, dal tuo essere. Dura un attimo: l’ossigeno entra nei polmoni, il respiro aumenta. Scorgi qualcosa che poi scompare, ma che la macchina fotografica riesce a trattenere per sempre». 

Joel Meyerowitz, «New York City, 1975». © Joel Meyerowitz

Il nostro tour inizia negli anni Sessanta. Un decennio carico di sogni, almeno all’inizio. Joel lo racconta un po’ in bianco e nero e un po’ a colori, andando contro tutti i principi estetici e filosofici della fotografia dell’epoca. C’è una coppia di adulti in sella a uno scooter, un padrone che porta in braccio il suo barboncino, un rockabilly affacciato al finestrino di una Cadillac azzurra e bianca (che poi è l’immagine manifesto dell’antologica). La fase finale del decennio è poi contraddistinta dal conflitto in Vietnam, che il fotografo decide di mostrare, quasi per paradosso, restandosene in patria. Il suo sguardo è rivolto verso luoghi e persone che sembrano voler rimuovere inconsciamente tutto l’orrore della guerra. Cartier-Bresson diceva che le storie più interessanti emergono, per lo più, dall’ordinario, piuttosto che dallo straordinario? Bene, Joel fa suo l’assunto e, grazie ai suoi scatti, offre un punto di vista originale della società americana dell’epoca, contribuendo ad esplorare l’animo di un paese in un momento di profonda crisi. Le fotografie servono quindi per porsi domande, per interrogarsi sul rapporto tra l’individuo e la società, tra la guerra e la pace. Viene del tutto spontaneo chiedersi come questo splendido ottantaseienne racconterebbe oggi gli Usa, sempre più in bilico fra le istanze woke promosse nelle capitali culturali New York, Chicago e Los Angeles e il pensiero reazionario nato lungo le immense distese del Midwest.

Il punto più alto della poetica di Meyerowitz si ha negli anni Settanta quando il nostro eroe abbandona del tutto il bianco e nero per concentrarsi sul colore. È ancora una volta New York la sua fonte di ispirazione, mentre l’Empire State building è usato come una sorta di compasso che delimita scorci e vedute.«L’ho trattato un po’ come Hokusai ha fatto col Monte Fuji, ci spiega l’artista. L’ho scelto come punto di riferimento per raccontare la città e i suoi abitanti. Senza di lui tutto appariva più dispersivo». L’apogeo di questa ricerca è lo scatto «New York, 1978» dove, ad un incrocio, si vede una giovane con gli scaldamuscoli abbassati che sta per attraversare la strada. Sta andando a una lezione di danza o ha appena finito? Non è dato saperlo. Appare quasi assorta, ma è illuminata dalla luce del tramonto. Alla sua destra si scorge la vetrina di un grocery store: è la vita quotidiana che scorre come se nulla fosse; alla sua sinistra c’è l’imponente silhouette dell’Empire, che pare risplendere grazie al riflesso del sole che sta calando fino a scomparire. 

Negli anni Ottanta Meyerowitz trasferisce il suo sguardo dall’asfalto cittadino alla natura, come nella serie realizzata a Cape Cod, sulla costa atlantica del Massachusetts. Sono opere mistiche, che si distinguono da tutte le altre per la contemplazione meditativa dei luoghi, in cui l’uomo e la natura diventano una cosa sola in una sintesi visiva capace di comunicare un senso di eternità. Eternità che, a dispetto del suo significato, termina bruscamente l’11 settembre del 2001 con l’attentato al World Trade Center, probabilmente il vero inizio della crisi americana. Meyerowitz, unico fotoreporter ammesso a scattare a Ground Zero nei mesi successivi agli attacchi terroristici, sceglie di raccontare l’orrore usando una cromaticità austera, sobria, quasi rispettosa. Attraverso le immagini della ferraglia accartocciata e dei grattacieli sventrati rende onore a tutte le maestranze coinvolte nelle operazioni di soccorso. E contemporaneamente  documenta le ferite di una nazione sconvolta ma unita nel dolore. Dall’11 settembre 2001 al 6 gennaio 2021, giorno dell’assalto di Capitol Hill, sono passati vent’anni. Un tempo solitamente irrilevante per i libri di storia che però ha di fatto scavato nel profondo, stravolgendo la coscienza di una nazione che oggi non riconosciamo più. Ammirare queste istantanee ha così l’effetto di un balsamo, che non cancella questo senso di estraniamento diffuso ma forse ce lo rende più sopportabile.

Joel Meyerowitz, «View of the Site from the World Financial Center Looking East, New York City, 2001». © Joel Meyerowitz

Germano D’Acquisto, 26 marzo 2025 | © Riproduzione riservata

Gli scatti di Meyerowitz sono il frutto di sussulti inconsci | Germano D’Acquisto

Gli scatti di Meyerowitz sono il frutto di sussulti inconsci | Germano D’Acquisto