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Siraf: la moschea, IX-XI secolo d.C.

Foto A. Askari Chaverdi

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Siraf: la moschea, IX-XI secolo d.C.

Foto A. Askari Chaverdi

Golfo Persico: teatro di guerra ricco di vestigia di antiche civiltà, oggi a rischio

Pierfrancesco Callieri, professore di Archeologia dell’Iran preislamico all’Università di Bologna (Campus di Ravenna), ci racconta come quest’area di tensioni e conflitti sia uno dei luoghi più interessanti della storia dell’uomo le cui memorie e dignità vanno onorate

Pierfrancesco Callieri

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Se oggi tutti noi che ammiriamo l’Iran come culla di raffinatissime tradizioni artistiche e architettoniche siamo profondamente turbati e indignati per le distruzioni che i missili lanciati a dir poco con colpevole noncuranza da Israele hanno portato a importanti testimonianze dell’architettura dell’Iran dei secoli XVI-XVII (piazza Naqsh-e Jahan di Esfahan) e XIX (Palazzo del Golestan di Teheran), non dobbiamo dimenticare che il principale fronte delle ostilità, ovvero il Golfo Persico, è uno scrigno di testimonianze archeologiche di come, nonostante le proibitive condizioni ambientali e climatiche, sulle rive di questo mare si siano insediate, almeno a partire dal III millennio a.C., comunità costiere che con grande resilienza e adattamento riuscivano a trarre sostentamento e persino ricchezza dalle sue acque.

Esteso circa una volta e mezzo la superficie del nostro Mare Adriatico, con cui condivide la caratteristica di essere un bacino chiuso e di relativamente bassa profondità, il Golfo Persico riceve le acque dei due grandi fiumi della Mesopotamia, e fino all’avvento della dinastia achemenide in Persia, la sua riva araba, a sud-est, rimase prevalentemente sotto l’influenza politica dei vari regni mesopotamici che si susseguirono nei secoli, con l’importante eccezione della raffinata civiltà di Dilmun nell’isola di Bahrein (III-II millennio a.C.), coeva degli insediamenti elamiti sulla costa persiana, che rappresentò a lungo un’entità autonoma.

 

 

Mappa del Golfo Persico con l’indicazione dei toponimi citati. Disegno di Diego Maria Mezzapelle da Google Earth

Il rapporto stabile con la Persia, di cui il mare rappresenta l’interfaccia costiera, prende avvio con il regno di Ciro il Grande, che alla metà del VI secolo a.C. portò «la lancia dell’uomo persiano» sino alle rive del Mar Egeo, e a cui è stata attribuita la costruzione di un importante edificio palaziale presso la città di Borazjan, nell’entroterra della penisola/isola di Bushehr, oggi sede della centrale nucleare costruita dai russi. La lettura dei testi epigrafici amministrativi elamiti ci fornisce il nome di Tamukkan per questo insediamento, che Emad Matin ha riconosciuto come la sede della satrapia persiana dalla quale dipendevano altre sedi del potere persiano, compresa quella portata alla luce a Qal’at al-Bahrein.

Il mondo greco conosce il Golfo Persico già prima della spedizione di Alessandro Magno del suo ammiraglio Nearchos, con il nome di «Erythrè Thalassa» (Mar Rosso), ma già a partire dal II secolo a.C. si afferma il temine di «Persikòs Kòlpos», poi reso in latino con «Sinus Persicus», nome talmente radicato nella tradizione letteraria dell’Occidente da resistere all’assalto corruttore da parte degli odierni Stati arabi che vorrebbero affacciarsi piuttosto su un «Sinus Arabicus», che esisteva in realtà ma che corrispondeva all’odierno Mar Rosso.

 

 

L’edificio di Charkh-e Ab, presso Borazjan, circa 540 a.C. Foto Pierfrancesco Callieri

Busher (Iran): una dimora del centro storico. Foto Pierfrancesco Callieri

La ricerca archeologica relativa alle età ellenistica e romana ha come sito chiave l’insediamento seleucide di Ikaros (III secolo a.C.), sull’isoletta di Failaka prospiciente le coste del Kuwait, dove sono notevoli strutture architettoniche che uniscono alla tradizione greca forme di derivazione persiana e con importanti iscrizioni seleucidi.

L’interesse della dinastia ellenistica per il corridoio commerciale fluviale-marittimo Eufrate-Golfo Persico-Oceano Indiano già in questa epoca sarebbe confermato dalla collocazione della città di Antiochia di Persia, che alcuni studiosi ritengono posta sulla costa della Persia, forse a Bushehr, oggi principale città portuale della metà Ovest del Golfo Persico, che vanta un interessante centro storico risalente al XII-XIII secolo.

Uno dei siti tragicamente esposti alle bombe e ai missili, a causa della presenza di installazioni dell’industria petrolifera, è l’isola di Kharg, antica Aracha. La posizione strategicamente vantaggiosa dell’isola, nel mezzo del tratto settentrionale del Golfo Persico, la rese nei primi secoli della nostra era sede di una base dei mercanti provenienti dalle città di Petra o di Palmira, che governarono tra il I e il III secolo d. C. i commerci dal Mediterraneo all’India via Golfo Persico.

La violenza dell’attacco di qualche giorno fa, causato dall’esistenza del principale terminal per le esportazioni di petrolio iraniano, è stata tale da renderci molto preoccupati per la sorte delle diverse tombe rupestri di mercanti palmireni, nonché di un complesso monastico della varietà di cristianesimo orientale detta nestorianesimo.

Anche per un’altra area archeologica, questa volta oggetto di una ricerca nazionale coordinata dallo scrivente con la collaborazione delle università di Urbino «Carlo Bo» e Roma Tre, l’esistenza di installazioni relative all’esportazione del gas naturale del giacimento di South Pars, condiviso con il Qatar, ha provocato dei bombardamenti i cui effetti sono ancora a me ignoti: si tratta del porto di Asaluyeh, che Diego Maria Mezzapelle, archeologo subacqueo del nostro progetto, ha individuato come il possibile approdo del Fars centrale nel periodo proto-sasanide (III-IV secolo d.C.).

 

 

Veduta della Baia di Nayband e, sullo sfondo, Asaluyeh. Foto A. Askari Chaverdi

La posizione sul lato nord della baia di Nayband, riparata dalle frequenti tempeste del costante vento invernale di Shamal, non poteva che essere preferita dai naviganti, che nella pianura retrostante potevano contare sugli abitati agricoli della piana di Gavbandi, una delle poche pianure costiere ricca di risorse idriche. Questo importante risultato del progetto italiano, che si è avvalso della collaborazione sul posto di studiosi iraniani, ha definitivamente spostato alla fine del periodo sasanide (VII secolo d.C.)  l’inizio della frequentazione del porto di Siraf, dove scavi britannici e iraniani hanno esposto una moschea, alcune dimore e quello che oggi viene interpretato come un complesso sistema di raccolta, depurazione e distribuzione dell’acqua meteorica, che rese possibile la vita dell’abitato in una zona priva di sorgenti, dal VII all’XI secolo d.C.

Se le ricerche dell’archeologo subacqueo iraniano Hossein Tofighian nei due siti costieri di Dailam e Najirom mostrano che anche nella metà nord-occidentale del Golfo Persico la presenza di centri legati al commercio  proseguì nel periodo medievale islamico, è però vero che numerosi indicatori attestano un progressivo spostamento dei porti verso sud-est, sino ad arrivare alle importanti presenze di europei nel ruolo di controllo delle vie commerciali: nel XVI secolo sono i Portoghesi, come dimostra la costruzione da parte loro del forte nell’isola di Hormoz, a rivestire questo ruolo, sostituiti nel XVII e inizi XVIII secolo dagli Olandesi, che alla metà del secolo lasciarono il posto agli Inglesi.

L’attivismo coloniale degli Europei, che riecheggia in modo tragicamente simile la situazione odierna, dimostra quanto il Golfo Persico anche nel passato sia stato considerato degno di essere conquistato e difeso nonostante le sue difficili condizioni climatiche e ambientali. Da sole, queste due sintetiche pagine hanno mostrato come quest’area di tensioni e conflitti sia tuttavia anche uno dei luoghi più interessanti della storia dell’uomo, ed è doveroso esigere che gli aggressori, oltre alle convenzioni internazionali che sarebbero tenuti a rispettare, ne onorino le memorie e la dignità.

 

Siraf: la cosiddetta necropoli, oggi considerata parte del raffinato sistema di raccolta e filtraggio delle acque meteoriche che permise la vita dell’abitato. Foto A. Askari Chaverdi

Pierfrancesco Callieri, 03 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

Golfo Persico: teatro di guerra ricco di vestigia di antiche civiltà, oggi a rischio | Pierfrancesco Callieri

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