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Lavinia Trivulzio
Leggi i suoi articoliNel 2026 ricorrono due anniversari intimamente intrecciati: i vent’anni dalla scomparsa di Gordon Parks (1912–2006) e i vent’anni dalla nascita della Gordon Parks Foundation, istituzione che non solo custodisce l’opera di uno dei più importanti fotografi e intellettuali del Novecento americano, ma che ha saputo trasformarne l’eredità in una piattaforma attiva di ricerca, produzione culturale e sostegno alle nuove generazioni.
Fondata nel 2006 da Parks insieme a Phil Kunhardt, la Fondazione ha assunto fin dall’inizio un compito complesso: sottrarre Gordon Parks a una lettura riduttiva come semplice fotoreporter di Life e restituirlo alla storia dell’arte come autore centrale, capace di ridefinire i confini tra fotografia documentaria, immagine artistica e impegno civile. Un lavoro lungo e non scontato, come ha ricordato il direttore esecutivo Peter W. Kunhardt, Jr., che nei primi anni ha dovuto confrontarsi con una ricezione ancora marginale del suo lavoro nel sistema dell’arte.
Un passaggio decisivo è stato il cambio di paradigma curatoriale suggerito da Thelma Golden: “andare in profondità, non in ampiezza”. A partire dal 2012, la Fondazione ha scelto di promuovere studi e mostre monografiche focalizzate su singoli progetti o cicli di opere, favorendo nuova ricerca critica e una rilettura stratificata della produzione di Parks. Ne è un esempio emblematico A Harlem Family, oggi ripubblicato in una nuova edizione ampliata (Gordon Parks: Diary of a Harlem Family, 1967/1968), che restituisce la complessità narrativa e relazionale di uno dei reportage più intensi della sua carriera.
Il programma espositivo del ventesimo anniversario conferma questa impostazione e ne amplia la portata internazionale. Tre mostre, curate da figure di primo piano del dibattito culturale contemporaneo, affrontano l’opera di Parks da prospettive diverse ma convergenti.
A Londra, presso Alison Jacques Gallery, We Shall Not Be Moved, curata da Bryan Stevenson, fondatore dell’Equal Justice Initiative, riunisce immagini iconiche e lavori meno noti, ponendo l’accento sulla dimensione di giustizia sociale che attraversa tutta la produzione di Parks. La mostra si propone anche come strumento di mediazione culturale in un contesto europeo dove la figura dell’artista è ancora meno conosciuta nella sua complessità storica e politica.
Ad aprile, ad Atlanta, Jackson Fine Art ospita The South in Color, curata dal fotografo Dawoud Bey, che rilegge la celebre serie Segregation Story (1956) sottolineando il ruolo pionieristico del colore nel lavoro di Parks. Bey evidenzia come la riproduzione in bianco e nero di queste immagini abbia a lungo oscurato una ricerca cromatica capace di intensificare l’esperienza materiale e psicologica della segregazione.
In autunno, Jack Shainman Gallery a New York presenta un progetto corale che filtra le immagini di Parks attraverso le voci di chi lo ha conosciuto o dei discendenti dei suoi soggetti. Tra questi, Lonnie Ali e Qubilah Shabazz, in un dialogo che restituisce all’opera di Parks la sua dimensione relazionale, affettiva e storica.
Parallelamente, lo spazio della Fondazione a Pleasantville ospita mostre dedicate agli ex fellows e ai destinatari del Legacy Acquisition Fund, confermando la missione dell’ente come “ponte” tra memoria e presente. Fotografi, scrittori e artisti visivi come Devin Allen, Derek Fordjour e Salamishah Tillet incarnano una continuità etica e formale con Parks, più che una semplice eredità stilistica.
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