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La distruzione completa di villaggi nel Sud del Libano

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La distruzione completa di villaggi nel Sud del Libano

Guerra in Libano: il patrimonio sotto assedio

I danni non sono ancora paragonabili a quelli dell’Isis in Iraq, ma è sempre più evidente la vulnerabilità di siti, sei dei quali Patrimonio Unesco, che stanno subendo gli effetti delle onde d’urto e degli ordini di evacuazione, mentre nel Sud sono oggetto di distruzione interi villaggi tradizionali 

Francesco Bandarin

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Quando, l’8 ottobre 2023, Hezbollah aprì il fronte meridionale contro Israele all’indomani dell’attacco di Hamas, pochi immaginavano che il Libano sarebbe diventato, ancora una volta, uno dei principali teatri di rischio per il patrimonio culturale del Medio Oriente. Per molti mesi gli scontri rimasero confinati lungo la frontiera, ma dall’autunno del 2024 il conflitto ha conosciuto una drammatica escalation che ha investito vaste aree del Libano meridionale e della valle della Bekaa.

Da quel momento monumenti, siti archeologici, centri storici e luoghi di culto sono entrati progressivamente nel perimetro delle operazioni militari. Il Libano custodisce uno dei patrimoni culturali più straordinari del Mediterraneo. Fenici, Greci, Romani, Bizantini, Arabi, Crociati, Mamelucchi e Ottomani hanno lasciato testimonianze che coprono oltre cinque millenni di storia. Sei siti figurano nella Lista del Patrimonio Mondiale Unesco: Baalbek, Tiro, Byblos, Anjar, la Valle della Qadisha e la Foresta dei Cedri di Dio. Sebbene nessuno di essi abbia finora subito distruzioni paragonabili a quelle osservate in Siria o in Iraq negli anni dell’Isis, il patrimonio libanese si trova oggi esposto a rischi senza precedenti dalla guerra del 2006.

Il caso più emblematico è quello di Baalbek. Il celebre complesso monumentale romano, tra i più grandiosi dell’intero mondo antico, sorge nel cuore della Bekaa, una delle regioni maggiormente interessate dai bombardamenti. Nel novembre 2024 un attacco ha distrutto un edificio ottomano situato nelle immediate vicinanze dell’area archeologica e ha danneggiato numerosi edifici storici della città, compreso il celebre Palmyra Hotel, luogo simbolo dell’archeologia mediorientale del Novecento. Le immagini satellitari e le successive verifiche non hanno evidenziato danni strutturali diretti ai templi di Giove e Bacco, ma archeologi e ingegneri hanno espresso preoccupazione per gli effetti delle onde d’urto sulle strutture antiche.

Se Baalbek rappresenta il simbolo del rischio per i grandi complessi archeologici, Tiro è divenuta nel 2026 l’emblema della vulnerabilità delle città storiche viventi. L’antica metropoli fenicia, iscritta nella Lista del Patrimonio Mondiale nel 1984, si è trovata direttamente coinvolta nelle operazioni militari. Nel giugno 2026 gli ordini di evacuazione emessi dalle autorità israeliane hanno interessato anche quartieri storici della città. Per la prima volta dall’inizio della guerra, una città abitata e contemporaneamente riconosciuta come patrimonio mondiale è stata sottoposta a evacuazioni di massa a causa delle ostilità. Le autorità libanesi hanno segnalato danni nelle aree archeologiche di Al-Bass e Al-Mina, con effetti su mosaici, colonne, capitelli e altre strutture monumentali. Ancora più preoccupante è l'impatto sulla vita urbana: l'abbandono temporaneo di interi quartieri storici interrompe infatti quella continuità sociale che costituisce una componente essenziale del valore culturale del sito.

Accanto ai grandi monumenti, la guerra sta colpendo un patrimonio meno visibile ma non meno importante. A Nabatieh il suq storico di epoca mamelucca e ottomana ha subito gravi distruzioni. In numerosi villaggi del Libano meridionale sono stati danneggiati edifici tradizionali, case storiche, chiese, moschee e santuari appartenenti alle diverse comunità religiose del Paese. Si tratta di perdite che raramente attirano l’attenzione internazionale, ma che incidono profondamente sulla memoria collettiva delle comunità locali. Anche il patrimonio archeologico diffuso risulta particolarmente vulnerabile.

Il Tempio di Bacco a Baalbek

Un ulteriore episodio particolarmente significativo riguarda il Castello di Beaufort (Qalaat al-Shaqif), una delle più importanti fortezze medievali del Libano meridionale. Costruito nel XII secolo dai Crociati e successivamente occupato da Saladino, dai Mamelucchi, dall’Olp, dall’esercito israeliano e da Hezbollah, il castello domina la valle del Litani e costituisce da secoli un punto strategico di controllo del territorio. In maggio le forze israeliane hanno nuovamente occupato il sito nel corso di un’offensiva terrestre contro Hezbollah, issandovi la bandiera israeliana per la prima volta dal ritiro del 2000.

L’operazione ha suscitato particolare attenzione nel mondo del patrimonio culturale perché il monumento, recentemente inserito tra i beni sottoposti a Enhanced Protection, è tornato a essere utilizzato come posizione militare attiva. Pur non essendo stati segnalati danni gravi alle strutture storiche, l’occupazione di una fortezza medievale protetta dal diritto internazionale evidenzia la fragilità dei meccanismi di tutela in situazioni di conflitto. Il caso di Beaufort dimostra inoltre come alcuni monumenti possano conservare simultaneamente un valore storico, simbolico e militare, trasformandosi ancora una volta in attori del conflitto anziché semplici vittime della guerra.

Di fronte a questa emergenza, la risposta dell’Unesco è stata particolarmente significativa. Nel novembre 2024 il Comitato della Convenzione dell’Aia del 1954 ha concesso il regime di Enhanced Protection a trentaquattro beni culturali libanesi. Nel 2026 il numero è stato ampliato a settantatré siti. Si tratta del più elevato livello di tutela previsto dal diritto internazionale per il patrimonio culturale in tempo di conflitto armato. L'Enhanced Protection comporta il riconoscimento formale dell’importanza eccezionale dei siti interessati e rafforza gli obblighi delle parti in conflitto nei loro confronti.

Tra i beni protetti figurano non soltanto i grandi siti Unesco, ma anche musei, complessi monumentali e istituzioni culturali, tra cui il Museo Nazionale di Beirut, il Museo Sursock, il Palazzo di Beiteddine e la Fiera Internazionale Rachid Karami di Tripoli. Parallelamente, l’Unesco ha attivato sistemi di monitoraggio satellitare, programmi di documentazione digitale e interventi di emergenza per la protezione delle collezioni mobili.

Un ruolo importante è stato svolto anche da organizzazioni come Aliph, Icomos e Blue Shield International, che hanno collaborato con la Direzione Generale delle Antichità del Libano nella documentazione dei danni, nella formazione del personale e nella predisposizione di misure preventive per musei e depositi archeologici.

L’attuale crisi libanese rappresenta tuttavia qualcosa di più di una semplice emergenza patrimoniale. Essa costituisce il primo grande banco di prova contemporaneo dell’efficacia del sistema internazionale di protezione culturale elaborato dopo la Seconda guerra mondiale. Per la prima volta gli strumenti previsti dalla Convenzione dell’Aia e dal suo Secondo Protocollo vengono applicati su larga scala mentre il conflitto è ancora in corso. Il vero rischio, tuttavia, non riguarda soltanto monumenti e siti archeologici. Come dimostrano le evacuazioni di Tiro e lo spopolamento di numerosi villaggi del sud, il patrimonio culturale è inseparabile dalle comunità che lo custodiscono.

Se queste comunità vengono disperse, anche gli edifici che sopravvivono alla guerra rischiano di perdere una parte fondamentale del loro significato. È questa la lezione più importante che il Libano offre oggi alla comunità internazionale: proteggere il patrimonio non significa soltanto salvare le pietre, ma preservare il legame tra i luoghi, la memoria e le persone che li abitano.

Il Castello crociato di Beaufort

Francesco Bandarin, 19 giugno 2026 | © Riproduzione riservata

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