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Marina Zuccoli
Leggi i suoi articoliI tacchi della baronessa Marilda Faraci dei Ganci apparivano quasi del tutto consumati e così pure le suole. Lei non poteva accorgersene, ma così, inginocchiata davanti alla statua della Vergine dei sette dolori, offriva la vista delle scarpe in tutta la loro scalcinata tristezza. Era assorta, ma non nella preghiera.
Aveva smesso da tempo di rivolgersi al Signore, da quando anche il suo secondo figlio era morto, prima dei trent’anni di età. Piuttosto, veniva in chiesa per il silenzio, per riflettere in pace sulla propria situazione. «Il palazzo ormai si regge con gli spilli. Il tetto sta via via perdendo le tegole ed entra la pioggia nei solai, poi cola nelle stanze e rovina gli affreschi. La solfatara rende poco più di una miseria, anche se sospetto che don Basilio Marmocchi, l’amministratore, si intaschi molto del guadagno. Lo zolfo costa ancora tanto, ma nelle mie casse arriva poco o nulla». La vecchia signora dagli occhi azzurri, minuta ed elegante nel portamento, trasse un sospiro.
«Fabiana è rimasta con me, perché non ha una casa dove andare, povera donna: è a servizio da noi da quando aveva sette anni! Ma adesso è anziana e noi due campiamo di minestrine di erbe selvatiche e delle uova che ancora fa la Gigia. Che poi è vecchia anche lei e mi aspetto di trovarla in pentola, un giorno o l’altro. Chissà che stopposa!».
Marilda era l’ultima sopravvissuta dei Faraci dei Ganci, un tempo ricchissimi, poi solo agiati e infine ridotti quasi in miseria. «Baronessa» pensava. Avrebbe volentieri ceduto il titolo, in cambio di un po’ di liquidità per restaurare il palazzo, ma un titolo non si vende. Gioielli ne aveva pochi. «Ho fatto come Tosca: diedi i gioielli / della madonna al manto e, come Tosca, ti chiedo, madre santa: Nell’ora del dolore… perché me ne rimuneri così?». La statua della Vergine, con il cuore trafitto dalle spade, rimase impassibile. La baronessa era forse un tantino ingenua, ma non certo stupida. Vedeva i fatti che le accadevano intorno e leggeva bene i cuori delle persone. Quando Fabiana si era ammalata di tifo, non aveva esitato un attimo a chiamare il dottor Bellomo e a sottoscrivere la costosa terapia che lui aveva raccomandato. Guarda caso, il dottore non aveva voluto essere pagato («Per carità, baronessa, servo vostro»), ma aveva fissato con eccessiva insistenza la coppia di candelabri in argento massiccio che campeggiavano sul camino. «A mia moglie piacerebbero da morire…». E i candelabri avevano saldato il conto.
Mentre Marilda si perdeva nelle sue riflessioni, un’ombra scura e allungata si stagliò sul pavimento della navata. Un uomo, alto e ben vestito, si fece da parte e parve nascondersi mentre la nobildonna si rialzava a fatica dall’inginocchiatoio e faceva ritorno a palazzo. Intanto, continuava a rimuginare. Possibile che non ci fosse più alcunché da vendere, per riparare quelle tegole? La libreria era stata la prima a perdere il suo contenuto, quando ancora era in vita il barone buonanima.
«Ilda», così la chiamava, «Ilda, i libri del Cinquecento chi li legge più? Io ci vedo poco. E con quelli si potrebbero sistemare i bagni, ché non abbiamo un rubinetto, uno, che funzioni. E poi la vasca…». Si erano fidati del vicesindaco, uno spilungone faccia da morto con le mani sempre umide, il quale aveva ritirato le cinquecentine, ma aveva riportato pochi denari. «Signor barone, le legature erano tutte ammuffite e le carte piene di macchie marroni, come le mani di un vecchio. Il valore cala». Per il suo disturbo non aveva voluto nulla, giusto un piccolo dono. Si era accontentato di un volume che, a suo dire, gli piaceva perché era un patito delle stelle. Era un’edizione dell’Astronomia nova di Keplero, una rarità che si era affrettato a rivendere a un prezzo strabiliante già il giorno successivo, a un bibliofilo di Firenze.
Ma il momento veramente cruciale, che aveva fatto precipitare donna Marilda in quella miseria da ricchi in cui hai marmo sotto i piedi e niente sotto i denti, ecco, il momento era stato la sua malattia. Una polmonite rabbiosa, che non voleva abbandonarla, l’aveva costretta a letto per due mesi fino a quando, con un che di miracoloso, se ne era andata, lasciandola spossata e incredula di esserci ancora. Di quel periodo aveva pochi e nebulosi ricordi: era stata una sorta di interminabile notte, trascorsa a tremare per la febbre. Non appena era riuscita ad alzarsi e a muovere qualche incerto passo, si era subito accorta del latrocinio, cui le sue care nuore l’avevano sottoposta. «Venivano tutti i giorni con il brodo di carne…». aveva sussurrato Fabiana a occhi bassi, torcendosi le mani sotto al grembiale. Con la scusa di portare quel nettare sostanzioso, le due arpie, Isora e Domizia, avevano girato il palazzo in lungo e in largo, per poi procedere alla spoliazione come se lei, la baronessa, fosse già morta. Si erano divise i ritratti dei Faraci dei Ganci appesi nella galleria, che ora appariva grigia e squallida come un ospizio abbandonato. Avevano fatto razzia di mobili.
«Quel comò lo vorrei io, mammà, quando sarà il momento». aveva ripetuto troppe volte Isora, cui il labbro superiore sollevato sui denti conferiva un aspetto ferino. E la baronessa: «Il comò serve alle civette per appollaiarsi. Quello è un canterano, invece». Ora la sfrontata se lo era preso, insieme ai bicchieri in cristallo baccarat e al servizio da tè inglese. Domizia, l’altra nuora, bionda e placida nella sua pinguedine molle, aveva sempre parlato poco, ma si era guardata ben bene intorno. Aveva messo gli occhi sulla collezione di maioliche dell’opificio Malvica e se le era portate a casa tutte, con profondo sgomento di Marilda, che le aveva acquistate a una a una. «Neanche i Lanzichenecchi a Roma», ripeteva tra sé pensando alle nuore.
Il giovedì tornò in chiesa, al suo solito posto ai piedi della Madonna, ma oramai la quiete del luogo sacro non riusciva più a favorire la riflessione. Era in preda a una disperazione quieta, nella prospettiva dei mesi invernali troppo vicini, da affrontare senza legna nel camino né erbette in pentola.
Sola, circondata da profittatori, indifesa, Marilda sapeva di essere una preda fin troppo facile. Quando l’uomo alto, che l’aveva fissata per alcuni lunghi minuti, si fece avanti, poteva succedere di tutto. «Baronessa, i miei rispetti. Vi ricordate di me? Sono Gabriele». La nobildonna guardò negli occhi il marcantonio elegantemente vestito e le bastò un attimo, per capire che non si era avvicinato per rubarle la borsetta. «Gabriele? Non riesco a ricordare, scusate». «Lellino, signora». Era mai possibile? Cercò di ritrovare, sotto i baffi e la barba curatissima del giovane, le fossette e il sorriso irresistibile del figlio dell’antiquario Falzacappa. Era stato un bambino vivace, ma assai ben educato, che soleva accompagnare il padre durante le sue visite al barone buonanima. Avevano allora un loro gioco. Marilda gli offriva una fetta di torta e lui, tutto compito, declinava. Allora lei aggiungeva: «Ma guarda che è una torta squisita» e lui «Beh, se è buona allora la accetto». Bei tempi!
Ora lei era una vecchietta con le suole lise e lui un giovanottone. «Lellino! Ma cosa fai, qui in chiesa?».
«Son venuto a parlare con il parroco, perché tra un mese mi sposo».
«Ti sposi!». La baronessa era turbata dal tempo che passa. «E che fai di professione?»
«Anche io l’antiquario. Porterò avanti l’attività di mio padre. Ho studiato storia dell’arte e archeologia all’Università e… ora sono qui! Come era buona quella torta, baronessa!».
Lei rise piano, perché erano in chiesa, poi si lasciò prendere sottobraccio da Gabriele, fiera di mostrarsi accanto a un giovane così distinto. A piccoli passi, lui assecondando l’andatura della nobildonna, lei sentendosi per una volta sicura, al suo fianco, arrivarono a palazzo. L’antiquario la accompagnò all’interno. Già nell’atrio riconobbe l’odore degli intonaci guasti, vide le zone scrostate, l’assenza di domestici. Capì. Quando furono al primo piano, nell’appartamento nobile, il degrado strinse il cuore del giovane. Attraverso la porta del salone vide i secchi a terra per raccogliere la sgocciolatura dai soffitti, erosi in una geografia di macchie brunastre. «Bisognerebbe rifare il tetto», rispose Marilda ai pensieri inespressi da lui. «Ci sono altri lavori che occorrerebbero, ma il tetto è il più urgente».
Guardandosi attorno, Gabriele Falzacappa cercava il modo di aiutarla, senza recare offesa alla sua dignitosa miseria.
«Cosa posso offrirti?».
«Gradirei dell’acqua, se permettete». Quella ancora l’avevano e Fabiana, che era in attesa dietro la porta, recò un bicchiere su un tovagliolo di pizzo, perché vassoi non ce n’erano.
«Ma…» azzardò l’antiquario «Posso chiedere, se non manco di creanza?». Il sorriso di Marilda fu risposta sufficiente.
«È vuota… è stata svuotata anche la stanza di sicurezza?».
«E cosa sarebbe questa stanza di sicurezza? Non ne ho mai sentito parlare. Qui a palazzo? In casa mia?».
Gabriele, tornato per un attimo il Lellino di un tempo, la prese per mano e la condusse in biblioteca, dove gli scaffali occhieggiavano polverosi e semivuoti. Si diresse deciso alla destra del camino, toccò con dita leggere la boiserie, tamburellò e infine, estratta la stilografica dal taschino, la conficcò in un buchetto nel legno, che a prima vista non si vedeva nemmeno. Si sentì uno scricchiolio poco rassicurante, poi uno scatto e si aprì una porta.
Allo stupore di Marilda, l’antiquario rispose: «Il barone vostro marito, con l’aiuto di mio padre, ripose qui i beni più preziosi. Per proteggerli». Nella stanza segreta l’aria era fresca e pulita, grazie e un sistema di feritoie contrapposte. Per terra, contro il muro di destra, i quadri. Gabriele ne scostò uno e rimase in contemplazione. Il dipinto rappresentava una vecchia signora in veste nera, in capo un velo bianco finissimo come l’ampio colletto, che conferiva luce al suo volto.
«Un mio ritratto? Possibile?» chiese Marilda.
«No, baronessa. È un Guido Reni e quella è la madre dell’artista. Un capolavoro di cui si conosceva l’esistenza, ma non dove fosse conservato».
Le ore passarono, mentre i due, trascorrendo di meraviglia in meraviglia, scoprivano le vere ricchezze dei Faraci dei Ganci, messe al sicuro da ladri e ladroni. Il barone buonanima era stato colto da malattia ed era morto troppo presto, senza averne potuto far parola con la moglie ma, per fortuna, la memoria di un bambino vispo aveva riportato alla luce quel tesoro.
«Cosa posso fare adesso? Mi aiuterai?».
«Ma certo, baronessa».
«E a chi possiamo venderli? Al dottore? All’avvocato?».
Donna Marilda appariva frastornata e pronta a ripetere l’errore di rivolgersi ai soliti noti. «Perdonate, baronessa, ma la cosa migliore è, innanzi tutto, stilare un inventario, descrivendo tutti i dipinti, gli argenti, le porcellane, le medaglie. Poi occorrerà stimare i beni a uno a uno e, se del caso, indire un’asta. Non andrei a proporli così, in giro, qua e là».
Marilda capì che, in passato, era stata alquanto superficiale, offrendo così l’opportunità di depredarla agli avvoltoi che volavano in tondo sul palazzo e sulla sua rovina finanziaria. Di Gabriele Falzacappa, invece, poteva fidarsi.
Un anno dopo, Marilda sorseggiava un bicchiere di acqua termale nel variopinto salone dello stabilimento principale, a Salsomaggiore. Indossava un abito di seta color tortora, col colletto di pizzo macramè, seduta accanto a Fabiana, anche lei vestita con sobria eleganza.
«Sai, Fabiana, mi è arrivato un telegramma dell’impresa. Dicono che i restauri sono terminati, che ora tocca agli addetti alla pulizia delle stanze e che troveremo il palazzo splendente, al nostro ritorno». Si interruppe, commossa, per bere un altro sorso di quell’acqua amarognola, che era un toccasana per il fegato.
«Dobbiamo far trovare a Lellino una torta al cioccolato».