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Quello che resta

Il racconto secondo classificato del concorso «L’Antiquario, testimone di Arte e Cultura» promosso dalla Fima (Federazione Italiana Mercanti d’Arte) con «Il Giornale dell’Arte» e Confcommercio

Quando chiama Barsanti, so già che sotto c’è qualcosa di complicato. È così da tre anni, da quando gestisco il negozio che era di mio padre. Tutti in città si ricordano di quanto lui fosse bravo, di come sapesse trattare con i clienti difficili, di come riuscisse a concludere anche gli affari più intricati. «Tuo padre sì che aveva occhio», mi ripete ogni volta la signora Cioni. «Poteva convincere chiunque», rincara Corsini del negozio accanto. Io, invece, faccio fatica a vendere una zuppiera in maiolica di Montelupo.
«C’è un tizio in via Petrarca, un vecchio, mi dice Barsanti, al telefono. Ha una macchina da scrivere d’epoca, una Olivetti M1 degli anni Trenta. Perfetta, dice. Ma è cocciuto come un mulo, non la vuole vendere a nessuno».
Una Olivetti M1 degli anni Trenta potrebbe essere quello che mi serve. Il colpo che finalmente mi fa rispettare, che dimostra che so condurre una trattativa difficile come faceva mio padre. Che me lo merito di tirar su la saracinesca ogni mattina e di camminare a testa alta nei mercati della zona.
Arrivo in via Petrarca nel pomeriggio. Terzo piano, campanello con «Materassi» scritto a mano. Mi apre un uomo di ottant’anni passati, schiena dritta e occhi chiari abituati a pesare chiunque gli si pari di fronte. La casa sa di vecchio: naftalina, brodo, e quella tristezza che si incolla ai mobili quando non li sposti da anni.
«È in salotto, mi fa, ma le dico subito che non è in vendita».
Mio padre diceva che «non è in vendita» significa solo «non hai ancora capito qual è il prezzo».
Entriamo in salotto e la vedo subito. Una M1 del 1935. La prima serie industriale della Olivetti, con telaio in ghisa e martelletti a leva lunga. Controllo il numero di serie, verifico la meccanica: tutto originale, nessun rifacimento. È appoggiata su un tavolino Liberty accanto alla finestra, con una pila di fogli ingialliti legati da un nastro verde.
Un pezzo serio. Cinquemila euro, forse seimila se trovo il compratore giusto a Milano o Roma. Il tipo di affare che mio padre avrebbe chiuso in mezz’ora, compresi il caffè e le chiacchiere sui reumatismi.
«Duemilacinquento, contanti», dico senza perdere tempo. Nel nostro mestiere l’esitazione è un lusso che non ti puoi permettere. Materassi mi guarda come se gli avessi proposto di vendere un figlio. «Non è in vendita. È di Lucia». «Era sua moglie?». Deve essere vedovo: una donna non terrebbe mai una casa così.
«Non era mia moglie. E non è morta. Almeno, non per me». Eccolo. Uno di quei vecchi romantici che si attaccano agli oggetti come fossero persone. Ne ho incontrati così, ma di solito basta pazienza, una storia strappalacrime, e poi cedono. Hanno sempre bisogno di soldi per qualcosa. Ma lui non molla.
Torno la settimana dopo con quattromila euro in contanti. Li appoggio sul tavolino accanto alla macchina, banconote nuove a mazzetti che fanno il loro effetto.
«È un’offerta più che generosa per una M1, anche se perfettamente conservata». Niente. Materassi scuote la testa e sfodera un sorrisetto che mi irrita più della proposta fallita.
«Lei non capisce, signor Bracciali. Questa macchina ha battuto le lettere più importanti della mia vita».
«Certo, lo immagino. Ma l’ha conservata per molto tempo, direi che le ha già dato tutto quello che poteva in termini affettivi, non crede? Con questi soldi si può permettere quello che vuole...».
«Lei non capisce».
No, infatti, non capisco. È una macchina da scrivere, per la miseria. Bella, d’epoca, ma sempre metallo e ingranaggi. Ha un valore di mercato che io so riconoscere: avrò pur imparato qualcosa dal più grande antiquario di Arezzo, no?

Cinquemila euro a maggio. Niente.
Seimila euro a giugno. Niente.
A luglio arrivo a settemila, una cifra che Anna definisce «follia pura». Ha ragione, ma lei non può capire cosa significa vivere all’ombra di un morto che tutti rimpiangono. Non può capire la sensazione di essere sempre il figlio inadeguato dell’antiquario perfetto.
«Tuo padre quella macchina l’avrebbe già in negozio», mi ha detto Corsini qualche giorno fa. «Aveva il dono di leggere nelle persone, sapeva sempre di cosa avevano bisogno». Beato lui: io non so neppure cosa voglio per me.Ogni volta che torno da Materassi, mi racconta qualcosa in più. È come se non potesse tenersi tutto dentro, come se avesse bisogno di condividere un peso che porta sulle spalle da troppi anni. E allora mi racconta di Lucia, una ragazza di diciannove anni sfollata ad Arezzo da Livorno dopo i bombardamenti del settembre ‘43. Lui di anni ne aveva diciotto e faceva il garzone dal fornaio in piazza Grande, dove impastava il pane che sfamava mezza città.
«Ci siamo innamorati in due settimane, mi dice mentre passa le dita sui tasti della macchina. Quando hai diciotto anni e il mondo sta crollando, due settimane sono come due vite».
Nell’agosto del ’44 arrivò l’ordine di evacuazione. I tedeschi si ritiravano verso la Linea Gotica, Arezzo era nel bel mezzo degli scontri. Lucia era dovuta andare in un paese dell’Amiata, Montelaterone, insieme ad altri sfollati. Lui era rimasto qui con la famiglia.
«Non c’erano telefoni allora. Solo la posta, quando funzionava. E Lucia aveva questa macchina da scrivere che era riuscita a portare via da Livorno. Apparteneva a suo padre, faceva il giornalista».
Mi mostra una delle lettere. La scrittura della macchina è perfetta, ogni carattere allineato con precisione millimetrica: «Mio caro Luigi, ieri sera ho sognato che tornavamo a passeggiare sotto i portici della Pieve, come prima che il mondo impazzisse. Qui l’aria sa di umido e di paura, ma quando scrivo su questa macchina sento che le mie parole volano fino a te, che attraversano questa guerra stupida e ti raggiungono...».
«Ogni settimana una lettera, continua Materassi. Due facciate fitte, sempre. Dal settembre del ’44 all’aprile del ’45. Lettere che mi hanno tenuto vivo durante i mesi più brutti».
Ascolto questa storia e penso a mio padre. Lui sapeva quando insistere e quando mollare. Io invece sto qui da mesi come un idiota a offrire soldi a un tizio che vuole solo parlare, eppure non riesco a smettere di tornare.

 Ad agosto offro ottomila euro. Il doppio del valore di mercato. Se si sapesse in giro, potrei chiudere bottega. Materassi va dritto per la sua strada come se non avessi parlato.
«Vuole che le racconti come è finita?».
Non voglio, no, non voglio. Voglio quella stramaledetta macchina, ma mi ritrovo ad annuire.
«L’ultima lettera è arrivata il 20 aprile del ‘45. Diceva che la guerra stava finendo, che presto sarebbe tornata ad Arezzo. “Preparati, Luigi, aveva scrtto, quando torno ti sposo anche se devi portarmi in chiesa con le scarpe rotte».
Il suo sorriso si spezza mentre parla.
«Sono andato alla stazione ogni giorno per un mese. Avevo comprato anche un vestito nuovo, l’unico che potevo permettermi con i soldi del fornaio. Ma Lucia non è mai scesa da nessun treno. Poi, un giorno, suo padre è venuto a cercarmi al negozio e mi ha dato la macchina».
«Cos’era successo?», ma davvero mi importava di questa storia?
«Tifo. Se l’era preso due giorni prima della liberazione. È morta in un ospedale di Grosseto».
Resto zitto e, per la prima volta da quando è iniziata questa via crucis, non penso ai soldi, non penso alla reputazione. Penso a un ragazzo di diciotto anni che aspetta alla stazione qualcuno che non arriverà mai.
«Ho tenuto questa macchina per settant’anni, continua Materassi con una voce che si fa sempre più sottile. Ogni sera leggo una delle sue lettere. È l’unico modo che ho per tenerla con me».

Quando a novembre chiama Barsanti, so già che sotto c’è qualcosa che non voglio sentirmi dire.
«È morto Materassi. Infarto, nella notte, non ha sofferto. I nipoti vogliono svuotare casa in fretta, tornano a Roma domani sera».
Sento un clic, qualcosa che si rompe dentro.
«La macchina la vogliono vendere?», chiedo.
«Mille euro, dicono».
Corro in via Petrarca come se stessi andando a salvare qualcuno. I nipoti sono due quarantenni che svuotano la casa con la fretta che avevo io a fine anno di liberarmi dei libri di scuola. La macchina è ancora lì, sul tavolino, con le lettere accanto.
«È arrivato, per fortuna, dice la donna mentre si muove per casa come una falena. Guardi, è lì. Si prenda tutto per favore: ho già riempito non so quanti sacchi della spazzatura».
Pago i mille euro e prendo tutto. Macchina, lettere, anche una piccola foto di Lucia che sorride con i suoi diciannove anni che non diventeranno mai venti.

La macchina resta sulla mia scrivania per giorni. Non riesco a metterle il cartellino del prezzo. Ogni sera, prima di chiudere, leggo una delle lettere di Lucia: la sua voce di ragazza attraversa settant’anni per arrivare fino a me; mi racconta di un amore come forse non se ne provano più. La guardo e mi chiedo se in questa trattativa ho vinto o perso. Mi chiedo cosa avrebbe fatto mio padre davanti a questa storia. Cosa lo rendeva così rispettato, come mai la gente si fidava di lui, perché tutti lo rimpiangono ancora.
Mentre sto lì a rimuginare entra un vecchio cliente, un collezionista di Milano, uno di quelli con l’occhio sicuro e un conto in banca che non conosce l’ansia di fine mese.
«Interessante quella M1, dice. Ha documentazione d’epoca?».
«Sì: è la macchina con cui una ragazza di diciannove anni scriveva al fidanzato durante la guerra».
«Storia affascinante. Questo tipo di documentazione aumenta molto il valore. Quanto costa?». Lo guardo e all’improvviso capisco.
«Non la vendo».
«Come non la vende?, ridacchia. È un pezzo da collezione».
«È un pezzo di memoria. E la memoria non si vende, si custodisce».
Il milanese se ne va scuotendo la testa, di sicuro pensa che mi sia bevuto il cervello e che da mio padre non ho ereditato proprio un bel niente. Eppure, per la prima volta in tre anni, mi sento esattamente dove dovrei essere. Chiamo il Museo Archeologico di Arezzo, racconto la storia, propongo una donazione.
Quando riattacco mi guardo intorno e vedo le foto di mio padre appese alle parete. Lui che ride di gusto mentre contratta un cassone nuziale cinquecentesco con un antiquario fiorentino. Lui con gli occhi che brillano mentre mostra un cronometro da marina dell’Ottocento a un bambino curioso. Lui che abbraccia forte la signora Magni il giorno che è riuscito a ricomprarle l’anello della nonna. Hanno ragione loro. In tutte quelle foto, vedo la stessa cosa: un uomo che aveva capito di cosa avevano bisogno le persone. Non tesori da vendere, ma storie da salvare.

Sandra Puccini, 01 dicembre 2025 | © Riproduzione riservata

Quello che resta | Sandra Puccini

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