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Cristina Giuntini
Leggi i suoi articoliIl cancello della villa era malmesso, semimangiato dalla ruggine. Un tralcio di edera stava facendosi strada attraverso le volute in metallo: presto, pensò l’antiquario, avrebbe raggiunto l’apertura, ma nessuno sembrava preoccuparsene. Al di là del cancello, anche il giardino aveva sicuramente visto tempi migliori: il prato era incolto, e altri tralci di edera abbracciavano, come amanti appassionate, i tronchi dei pini, che aprivano malinconicamente i loro ombrelli a ripararle. Ciuffetti di erba spuntavano qua e là dalla ghiaia del sentierino che conduceva all'entrata della villa, i cui gradini dissestati sembravano doversi sbriciolare da un momento all’altro anche solo sotto l’effimero peso di una farfalla. Le persiane erano scrostate, così come gli infissi; quello, però, che dispiaceva di più all’antiquario era vedere come la preziosa decorazione a grottesche della facciata fosse quasi del tutto cancellata dal tempo e dalle intemperie, con diverse porzioni di intonaco mancanti.
Ogni volta che entrava in quella casa, l’antiquario non poteva fare a meno di soffermarsi a osservare il suo decadimento, e a ricostruire nella sua mente il suo passato splendore. Eppure, non era certo la prima volta che faceva visita alla sua proprietaria: anzi, negli ultimi periodi le telefonate di convocazione erano aumentate in modo esponenziale. Che tristezza, pensò, allungando la mano per premere il pesante pulsante di ottone. Il suono del campanello risuonò nel silenzio.
Non passarono che pochi minuti prima che una donna aprisse con cautela la leggera porta in vetro decorato, scendesse le scale e gli andasse incontro, pronta ad aprire il cancello. Lei no, si disse l’antiquario, lei sembrava non invecchiare mai: la pelle ambrata, i capelli sempre nerissimi pettinati a caschetto, il fisico leggermente appesantito ma dai movimenti sempre sicuri e scattanti.
«Buongiorno, Miriana» le sorrise, tendendole la mano. Lei la prese, come sempre, con un certo imbarazzo: il suo grembuilino da cameriera le suggeriva sempre un atteggiamento cerimonioso.
«Buongiorno, dottor Lovati» gli rispose, con un lieve inchino. Poi, tradendo una certa commozione: «Grazie per essere qui ancora una volta».
L’antiquario sorrise. «Non mi ringrazi, Miriana. Per me è un piacere, lo sa».
Miriana annuì. «Le faccio strada», disse. «La contessa la riceverà fra un quarto d’ora. Spero che non sia un disturbo aspettare...»
L’antiquario la rassicurò. Per lui, passare anche solo pochi minuti nel salone di Villa Mariani era come trovarsi nel paese dei sogni, tanta era l’abbondanza di quadri, mobili, suppellettili di pregio che vi erano custoditi, a beneficio dei visitatori che, fino a diversi anni prima, si erano recati a rendere omaggio alla contessa; anche quello, però, era un passato ormai dimenticato.
Fortunatamente la giornata era luminosa, malgrado la sottile pioggia che aveva accarezzato la città con il favore delle tenebre, e il salone era ben rischiarato: ben tre porte finestra si aprivano sul giardino, e le tende in organza bianca, sebbene un poco ingiallite, non riuscivano più di tanto a smorzare i timidi raggi di sole che si stavano affacciando dalle nuvole. L’antiquario non si sedette, preferendo ammirare da vicino le bellezze delle quali la stanza sembrava straripare. Si fermò davanti a un quadro in stile fiammingo, un ritratto di gentiluomo di tre quarti, dal volto altero e dai vestiti pesanti su di uno sfondo uniforme. Osservò un cofanetto in lacca cinese, decorato con due splendide gru, che risaltavano, candide, sullo sfondo nero. Rimirò uno scrittoio con decorazione a intarsio sulla ribalta, che doveva risalire, a occhio, alla seconda metà dell’Ottocento. Era talmente assorto nella sua valutazione che non si accorse che due persone erano entrate nella stanza.
«Mi fa piacere, dottor Lovati, che il mio salone sia di suo gradimento!». La frase, pronunciata con voce allegra e venata di ironia, lo fece trasalire. Si voltò con un sorriso che voleva essere solo cordiale, ma che per qualche motivo era venato di sottile colpevolezza. «Contessa!» salutò, affrettandosi ad andarle incontro e a inchinarsi per baciarle la mano. Lei gliela porse con un gesto da regina. L’antiquario la guardò: i capelli bianchi erano acconciati in modo perfetto, raccolti in una crocchia alta, e le due perle che portava alle orecchie incorniciavano il viso ormai pieno di rughe. L’abito di pizzo nero sembrava uscito da una rappresentazione della «Vedova allegra», e le scarpe a tacco alto le davano un’aria civettuola. Dietro di lei, Miriana spingeva lentamente la carrozzina.
«Contessa, sa bene che per me è un vero piacere essere ammesso a farle visita». La contessa nascose un sorrisetto dietro a un ventaglio dalle stecche in madreperla. «Adulatore!, rispose. Lei è un malandrino come tutti gli uomini. So bene a cosa è intressato... Ma si accomodi. Gradisce un caffè? Miriana, porta il caffè, prego». L’antiquario in realtà avrebbe preferito qualcosa di più fresco e meno dannoso per la pressione, ma ci passò sopra, per non contrariare la contessa.
Presero il caffè in silenzio. L’antiquario non riusciva a staccare gli occhi da un grande quadro a figura intera, il cui stile tradiva l’appartenenza alle correnti pittoriche della prima metà del Novecento. «Le piace proprio, il mio ritratto, dottor Lovati», commentò la contessa con un sorriso.
«Ero una bella donna, non è vero? Eh, il mio povero marito ha avuto più di una preoccupazione... Ma a torto, sa? Non l’ho mai ingannato. Ero civettuola, sì, mi divertiva l'attenzione degli uomini... Ma mai e poi mai gli avrei mancato di rispetto». Si asciugò una lacrima. «Sono stata una moglie fedele, io. Giocavo, ecco tutto. Ma lui sapeva che era solo un gioco. Se n’è andato troppo presto...»
Tacque per alcuni secondi. «Beh! Veniamo a noi. Miriana! Vai a prendere il collier, per favore».
Miriana uscì in silenzio, e tornò poco dopo con una scatola che porse all’antiquario.
Il velluto blu, consumato dal tempo, rivelò uno splendido paricollo in oro cesellato con motivi floreali, impreziosito da ben cinque rubini a cabochon. L’antiquario trasse di tasca un monocolo e osservò scrupolosamente il gioiello: era veramente un pezzo di notevole valore. «È sicura, contessa, di voler rinunciare a questo splendido gioiello?» La donna distolse lo sguardo.
«Ma si figuri, dottor Lovati! Non sono che oggetti. Gli oggetti vanno, i ricordi restano...». La sua voce suonò stonata, mentre cercava di calmare il tremore delle labbra. Sospirò. «E quindi mi dica, quanto può offrirmi stavolta?» L’antiquario soppesò il collier. «Cinquemila euro» rispose. La contessa annuì. «Bene», rispose semplicemente.
La procedura venne completata in silenzio, poi l’antiquario si alzò per accomiatarsi. «Contessa, si fece avanti allora Miriana, è arrivato un altro pacchetto». Nel dire questo, guardò l’antiquario con intenzione. La Contessa fece una smorfia. «Hai esaminato il biglietto?». «Non è firmato. Credo proprio sia la stessa persona delle altre volte». «Che se lo tenga, allora!» esclamò la contessa, furiosa. «Alla mia età, dovermi difendere da un ammiratore segreto! Follia, è pura follia!».
Miriana scosse la testa. «Ma non le interessa neppure sapere cosa contiene?». «No! Sono una donna per bene, io! Sono vedova, sono vecchia e non ho niente da spartire con questi Casanova da strapazzo. Mettilo insieme agli altri, prima o poi verrà fuori il mittente e se li riprenderà tutti».
Si voltò verso l’antiquario. «Dottor Lovati, mi perdoni, sono molto stanca. Miriana l’accompagnerà alla porta: sicuramente anche lei avrà molte altre cose da fare. Grazie per la sua gentilezza e per il suo... “servizio a domicilio”. Lo apprezzo molto».
L’antiquario si inchinò leggermente. «Grazie» gli disse semplicemente Miriana, con un sorriso, prima di chiudere il cancello.
«È veramente splendida» commentò Rolando, accarezzando il piano della credenza bombée in radica che l’antiquario gli aveva appena mostrato. «Datazione?».
«Metà Ottocento, fra gli anni Quaranta e i Cinquanta».
«Straordinaria. Ma come fai a procurarti questi pezzi, Michele?»
L’antiquario sorrise. «Ci vuole anche un poco di fortuna» si schermì.
In quel momento la porta del negozio si aprì. Una bella donna bionda, alta e slanciata, vestita con estrema eleganza, entrò con passo leggero ma deciso. Una sottile inquietudine le increspava le labbra. Camminò verso i due uomini e li salutò con un sorriso tirato.
«Ha qualcosa per me, vero, dottor Lovati?» chiese, con una certa trepidazione.
«Sì, contessa Mariani». Lentamente, estrasse una scatola in velluto blu da un cassetto del bancone.
«Come sempre, l’ho tenuto in serbo per lei e per nessun altro. Non dubiti», aggiunse vedendo l’espressione di evidente sollievo che si era dipinta sul volto della donna.
Le sue mani aprirono la scatola, rivelando un paricollo in oro cesellato, impreziosito da cinque rubini a cabochon. Gli occhi della donna si spalancarono e si riempirono di lacrime. Per un attimo tacque, poi prese un profondo respiro.
«Mi dica, quanto?» chiese. «Cinquemila euro, compreso il solito servizio di consegna a domicilio con biglietto anonimo». Lei annuì. «Benissimo». Estrasse dalla borsa il portafoglio, tirò fuori la carta di credito e pagò senza un commento. «La ringrazio, dottor Lovati», lo salutò, stringendogli la mano.
«Sono convinta che ci rivedremo il prossimo mese».
«Lo penso anch’io, contessa, anche se, francamente, preferirei per voi che la cosa si risolvesse». La donna annuì, salutò con un cenno della mano e uscì dal negozio così come vi era entrata.
«Bellissima donna, commentò Rolando non appena fu uscita, e stranissima storia, a quanto ho sentito». L’antiquario lo guardò in silenzio.
«Intendo dire, viene qui come se niente fosse, non si guarda in giro, ti domanda solo di quel collier. E su questo, capisco che in qualche modo foste d'accordo. Ma non lo esamina neppure, paga senza fiatare anche per uno strano servizio di consegna anonima, ti dà appuntamento al prossimo mese, ma entrambi sperate che la cosa si risolva... Che significa tutto questo? Vuole fare ingelosire il marito?»
L’antiquario sospirò. «No. È vedova» rispose.
Rolando scosse la testa. «Non capisco. E quindi, perché la consegna anonima?»
L’antiquario gli mise una mano sul braccio. «Rolando, disse, so che mi posso fidare di te: voglio soddisfare la tua curiosità, ma niente di quello che ti dico deve uscire di qui. Intesi?»
«Parola d’onore», rispose Rolando, alzando una mano in segno di giuramento.
«Bene. La contessa Mariani in realtà è diventata nobile per matrimonio. Il suo nome è Carlotta Billi, ed è figlia di un ferroviere. Prima di sposarsi, faceva la commessa in un grande magazzino e sembrava avviata verso la più normale delle esistenze. Ma un giorno ha conosciuto il conte Jacopo Mariani, che ha letteralmente perso la testa per lei. Ovviamente, la madre di lui non era d’accordo. La considerava un’avida, un’arrampicatrice sociale».
«La madre di lui?»
«Sì. Guarda». Aprì la finestra. «La vedi quella villa? Da qui sembra uno splendore, in realtà è fatiscente. Lì abita l’anziana contessa Mariani. Oramai conosco bene sia lei che la casa». Si voltò verso di lui. «Il collier che ho venduto alla giovane contessa Mariani apparteneva a sua suocera».
«Continuo a non capire».
«Come ti ho detto, l’anziana contessa non poteva vedere la futura nuora. Minacciò il figlio di non presentarsi al suo matrimonio e di tagliare ogni ponte con lui. E così fece, quando lui si impuntò a sposare per forza Carlotta. Non si fece sentire neppure con un biglietto».
Rolando scosse la testa. «E poi?».
«E poi, qualche anno fa, il figlio è morto in un incidente stradale, con la sua Jaguar. Sua madre non l’aveva più sentito neppure per cinque minuti al telefono, da quando si era sposato».
«Terribile».
«Qui arriva il nodo della questione. Il giovane conte Mariani era un gran lavoratore, e aveva tirato su un’azienda di tessuti che andava a gonfie vele. Per ragioni di tasse, però, aveva intestato tutto alla moglie. Nel contempo, l’anziana contessa aveva visto declinare sempre di più la sua fortuna».
«E la nuora l’ha lasciata nei guai? Ma...»
«No, anzi, è andata subito da lei offrendole tutto il suo aiuto, ma lei l’ha apostrofata in malo modo e l’ha fatta cacciare di casa. Non voleva saperne di chi, a sua detta, le aveva rubato il figlio».
«E come è riuscita a sopravvivere, l’anziana contessa?».
«Vendendo i suoi gioielli, come quello che hai appena visto. Ricordi del marito, che, prima di lasciarla vedova, la copriva di regali. L’antiquario si passò una mano fra i capelli. Ogni volta che mi fa convocare, so che si sta separando da un pezzo della sua vita e del suo cuore».
Rolando era allibito. «E quindi, la nuora sta ricomprando i gioielli che la suocera vende per mantenersi? Che cos’è, una ripicca?»
In quel momento la porta del negozio si aprì di nuovo. L’antiquario riconobbe il sorriso di Miriana.
«Buongiorno Miriana, tutto a posto?».
«Sì, sì, dottor Lovati... Esitò. È passata la contessa Carlotta?».
L’antiquario sorrise a sua volta. «Certo, Miriana. Fra pochi giorni la contessa sua suocera riceverà il suo solito pacchetto, da parte di un ammiratore segreto».
Miriana sospirò. «E non lo aprirà, come al solito... Mi dirà con sdegno di metterlo da una parte, e che prima o poi troveremo il modo di restituire tutto al mittente. A volte mi chiedo se quell’angelo della contessa Carlotta non stia sprecando il suo tempo e il suo denaro...».
«Dia tempo al tempo, Miriana. Prima o poi la curiosità avrà la meglio, e il giochetto verrà fuori. La Contessa capirà che la sua detestata nuora le sta soltanto restituendo i suoi ricordi».
Miriana annuì. «Spero davvero che tutto si aggiusti. Grazie, dottor Lovati, a presto».
«Ora capisco tutto..., Rolando guardò Michele, meravigliato. La suocera rivende i gioielli, tu li acquisti, poi li rivendi alla nuora che li spedisce alla suocera in forma anonima, altrimenti lei non li accetterebbe, mentre in questo modo restano lì accumulati in attesa di trovare un modo per farglieli accettare...». Sorrise, guardandolo. «Senti, ma tu quanto guadagni da questa storia, eh?»
«Niente. Anzi, ci rimetto le spese per la spedizione».
«Niente?, Rolando quasi urlò dallo stupore. Ma come? Almeno un minimo per il tuo disturbo...».
L’antiquario scosse la testa. «Niente, Rolando. O meglio, sì, ci guadagno qualcosa: la soddisfazione di fare la mia parte per aprire finalmente un dialogo fra suocera e nuora». Sorrise. «Pian piano, la goccia scava anche la pietra più dura. Ce la faremo».
Rolando ci pensò un po’ su. «Mi sa che in questa storia c’è un altro angelo, oltre alla contessa Carlotta, disse, in tono vagamente canzonatorio. Un angelo antiquario!».
«No, ma quale angelo, si schermì Michele. Chiunque lo farebbe, al mio posto».
Rolando sorrise e gli diede una pacca sulla spalla. «Dai, chiudi il negozio per dieci minuti. Andiamo al bar. Visto che fai tutto questo gratis, lascia almeno che io ti offra un caffè, no?».
Si avviarono insieme, pensando a un lieto fine.
Ci sarebbe stato, ne erano certi.