Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Image

«Legami: Ties that Bind», 2025, l’installazione di Mikayel Ohanjanyan esposta al MudaC di Carrara

Foto Nicola Gnesi

Image

«Legami: Ties that Bind», 2025, l’installazione di Mikayel Ohanjanyan esposta al MudaC di Carrara

Foto Nicola Gnesi

I legami di Mikayel Ohanjanyan sono scolpiti nel marmo

Nell’opera esposta al MudaC di Carrara, città in cui l’artista armeno ha uno studio, cinque sculture in marmo concepite come un’unica installazione parlano di identità, tempo e rapporti umani

Sergio Buttiglieri

Leggi i suoi articoli

Dal 14 febbraio al 30 agosto 2026 il mudaC | museo delle arti di Carrara ospita la personale «Mikayel Ohanjanyan. Legami: Ties That Bind», a cura di Christopher Atamian e Tamar Hovsepian di Atamian Hovsepian Curatorial Practice, piattaforma curatoriale con base a New York. Attraverso cinque sculture in marmo concepite come un’unica monumentale installazione, la mostra si concentra sugli elementi chiave della ricerca più recente dell’artista armeno (Yerevan, 1976): i legami intesi come connessione, memoria storica e resilienza, rappresentati da lavori che parlano di identità, tempo e relazioni umane

Ciascuna delle cinque sculture in marmo statuario bianco che la compongono è costituita da due blocchi informi, tenuti insieme da cavi di acciaio inox che incidono profondamente la pietra e ne attraversano la superficie, generando un’evidente tensione fisica e, al tempo stesso, alludendo a un’idea di unità e interdipendenza. Sebbene le forme rimangano incomplete e intrinsecamente incompatibili, l’atto di legarle insieme suggerisce un tentativo di recuperare una memoria collettiva perduta. Un gesto di natura utopica, ma necessario per confrontarsi con il presente e immaginare il futuro.

Mikayel, ci racconta questo suo nuovo progetto?
Le cinque sculture che qui presento sono autonome, ma insieme creano l’installazione appositamente pensata e realizzata per questa mostra. Sono, dunque, opere inedite, parte di una mia serie alla quale lavoro da un po’ di anni sul tema dei legami. Io osservo moltissimo, quindi a dire il vero tutte le mie opere nascono da un’osservazione. La fonte vera da cui traggo ispirazione sono le persone, dalla strada alla quotidianità, e la vita, nel suo lato bello, felice, disperato, nei contrasti eccetera. Da queste osservazioni poi, probabilmente, a seconda dei tempi in cui viviamo, si concentrano le idee e le ispirazioni che danno come frutto le opere.

Rispetto alle sue opere precedenti sempre sul tema dei legami, queste come si differenziano?
Christopher Atamian, il mio curatore, parlava della situazione dell’America, ma è una realtà alla quale purtroppo assistiamo ormai in tutto il mondo. Stiamo andando in quella direzione, malauguratamente, non solo politica, ma anche sociale, nel privato... È come se l’opera, quindi, fosse un tentativo di svegliare il visitatore, perché ho l’impressione che facciamo di tutto per dividerci, per essere opposti... Forse senza volerlo, anche perché è come se fossimo trascinati da una situazione. E invece penso che sia importante avere il coraggio di far emergere quello che dentro di noi siamo veramente. Credo con forza che l’essere umano dentro di sé sia bello, e che debba avere il coraggio di mostrare questa bellezza. 

Ci svela il significato delle sue opere?
Le opere sono dei blocchi informi su cui tuttavia sono presenti dei lati levigati, come dei frammenti di un’entità remota perfetta e armonica. Di fatto questi frammenti levigati, pur essendo insieme, non ricompongono la forma primordiale; però è un tentativo, quasi utopico, di ricostruire il legame con ciò di cui siamo fatti. Come se fosse il ricordo di una vibrazione a cui noi tutti apparteniamo, e non solo noi, ma anche la natura, l’universo stesso. È uno sforzo che va oltre le nostre capacità, quello di tenere insieme queste cose, soprattutto nel clima geopolitico, economico, culturale in cui viviamo. A mio avviso è però fondamentale avere questa consapevolezza, non per vivere il passato, ma anzi per vivere il presente e immaginare il futuro. Non parliamo quindi di ricordi malinconici eccetera, assolutamente. Avere una consapevolezza è fondamentale proprio per vivere il presente. Anzi, con questa consapevolezza credo che l’essere umano diventi più coraggioso nell’affrontare anche la contemporaneità, con tutta la sua complessità, portata per esempio dalle tecnologie. Questa è, diciamo, la spiegazione sintetica. In realtà ci sono moltissime sfumature, e ognuno puòdare la propria interpretazione. In generale credo che l’opera d’arte debba essere un portale che dà al visitatore non una risposta ma la possibilità di vivere la sua esperienza. Quando un’opera d'arte da una risposta è autoreferenziale. In questo lavoro ho cercato appunto di dare questa possibilità, non so quanto ci sono riuscito o se ho fallito. È vero anche che, almeno per me, il tentativo dell'artista, cioè l’arte, in realtà è un cammino, spesso accompagnato dai fallimenti, dalle cadute. Ed è forse la caduta, credo, a rendere particolare la ricerca artistica, quindi spero di esserci riuscito.  

I legami sono il fondamento del suo lavoro
Sì, in realtà noi siamo frutto dei legami, con i nostri genitori in primis, con le sfumature, i nostri nomi... In realtà tutto è un frutto di legame a livello biologico, universale, spirituale e fisico. Quando inizi a rifletterci, capisci che anche se incontri una persona che non hai mai visto prima c’è già un legame; e quindi non la guardi come un estraneo, ma come una  parte di te, che non conoscevi. Diventa quindi un viaggio veramente particolare. 

Dove ha il suo studio?
Ho fondato il mio studio a Carrara e quando la sindaca Serena Arrighi e l’assessore alla Cultura Gea Dazzi hanno avuto l’idea di invitarmi per me è stato un grande onore. Io non lavoro solo marmo, ma anche tanti altri materiali, dal legno, al basalto, alle resine, al bronzo, moltissimo. Per quanto riguarda il marmo, nel 2023 ero stato invitato a White Carrara e in quell’occasione avevo fatto delle opere site specific. Ho voluto quindi anche omaggiare la materia che ha plasmato la storia di questa città e delle persone. Un ringraziamento va poi ai curatori armeni che sono venuti appositamente da New York.

 

 

Mikayel Ohanjanyan. Foto Nicola Gnesi, 2024

Sergio Buttiglieri, 14 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

Altri articoli dell'autore

Affidato alla bravissima Fabrizia Sacchi, il testo di Antonio Tarantino messo in scena dal regista premio Oscar e da Stella Savino è un racconto di bassifondi e reietti. Il lamento della madre, una donna di vita, è un flusso inarrestabile di parole, feroce e lirico al tempo stesso 

Nell’allestimento di Shirin Neshat dell’opera di Gluck in scena al Teatro Regio di Parma, il cantore e la ninfa sono un uomo e una donna contemporanei che vivono l’amore, il dolore e l’incomunicabilità 

Al San Carlo di Napoli, e poi in tournée in varie città, gli incontri straordinari del padre del «Teatro d’arte per tutti» e la sua amicizia con Eduardo De Filippo

Il giornalista e scrittore sta portando in tour per l’Italia il suo fortunatissimo saggio sul patrono d’Italia, di cui il prossimo anno ricorrono gli 800 anni della morte

I legami di Mikayel Ohanjanyan sono scolpiti nel marmo | Sergio Buttiglieri

I legami di Mikayel Ohanjanyan sono scolpiti nel marmo | Sergio Buttiglieri