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Yeast Photo Festival

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Yeast Photo Festival

Il Futuro dei Photo Festival | Un dibattito aperto

Un intervento firmato da Veronica Nicolardi, direttrice di Cortona On The Move e co-direttrice di Yeast Photo Festival, e dai colleghi co-direttori di Yeast Photo Festival, Flavio Sabato e Frank Sabato, ed Edda Fahrenhorst, direttrice artistica, entra nel dibattito aperto da Il Giornale dell’Arte sul futuro dei festival fotografici italiani

Nelle scorse settimane Il Giornale dell’Arte ha aperto un confronto sul futuro dei festival fotografici italiani. Dall’analisi di Luca Fiore sulla proliferazione dei photo festival nel nostro Paese alla riflessione di François Hébel sui principi che rendono una manifestazione capace di crescere e consolidarsi nel tempo, il dibattito ha posto al centro temi come il rapporto con i territori, la sostenibilità, la qualità progettuale e la costruzione di un sistema nazionale. A questo confronto si aggiunge ora il contributo di Veronica Nicolardi, direttrice di Cortona On The Move e co-direttrice di Yeast Photo Festival, dei co-direttori Flavio Sabato e Frank Sabato e della direttrice artistica Edda Fahrenhorst, che propongono una riflessione a partire dall’esperienza di Yeast.

©-Katerina-Sysova

di Veronica Nicolardi, Flavio Sabato, Frank Sabato, co-direttori di Yeast Photo Festival e Edda Fahrenhorst direttrice artistica

Due articoli recenti apparsi su Il Giornale dell'Arte hanno riaperto un dibattito necessario sui festival di fotografia italiani. Rica Cerbarano individua una delle questioni centrali: i festival sopravvivono se smettono di parlare agli addetti ai lavori e cominciano a parlare ai territori, investendo in progetti costruiti con le comunità locali, capaci di raggiungere quel "non pubblico" che non varcherebbe mai la soglia di una galleria. Luca Fiore aggiunge la diagnosi strutturale: ottantuno festival in un paese che trent'anni fa ne aveva uno solo, cresciuti dal basso sui bilanci dei comuni e sul lavoro volontario, in assenza di istituzioni stabili dedicate alla fotografia contemporanea. Vitalità reale, invisibilità internazionale. La stessa fotografia, scrive Fiore, ammette due didascalie: i festival come risposta creativa a un vuoto, o come dispersione senza forma. Le due cose, anche qui, convivono.
Sono spunti e provocazioni che raccogliamo con interesse, riconoscendo alcune delle stesse domande che ci poniamo ogni anno. Proviamo a portare la nostra esperienza dentro questo dibattito, non come modello, ma come contributo.

Un festival che nasce da un luogo
Yeast Photo Festival nasce nel Salento interno. Non sulla costa, non nei borghi-cartolina della Puglia da copertina. In un territorio che conosce bene la differenza tra turismo e sviluppo, tra visibilità e radicamento. Il Salento che ospita Yeast è quello che vive tutto l'anno: produttori agricoli, cooperative, comunità che hanno costruito un'identità nel tempo, lontano dai flussi dell'overtourism che in alcune aree della regione ha finito per trasformare i luoghi in scenografie di sé stessi. Questa scelta non è romantica. È metodologica. Un festival che vuole parlare ai territori deve prima scegliere da quale. E deve farlo con coerenza: non portare il festival nel luogo, ma far nascere il festival dal luogo. Questo significa pensare il territorio non come mero contenitore logistico, ma come un soggetto culturale.

Il cibo come dispositivo critico
Fin dalla prima edizione Yeast usa il cibo come lente per le grandi questioni del presente: un dispositivo critico capace di rendere visibili sistemi di potere, disuguaglianze, conflitti. Una scelta che origina naturalmente dal territorio: in Puglia, e nel Salento in particolare, il rapporto tra identità, cultura e produzione alimentare è ancora profondo e vivo. Non è un caso: la Puglia ospita oltre il 41% delle specie vegetali presenti in Italia e 47 dei 142 habitat naturali censiti in Europa, una ricchezza che si traduce direttamente nella varietà e nella qualità della sua produzione alimentare. È il Salento che ha portato il cibo nel festival, valorizzato da un approccio curatoriale che in questi anni - così come anche con la prossima quinta edizione A Matter of Taste - ha saputo tradurlo in lavori che hanno anticipato dibattiti poi diventati di dominio pubblico, e fatto scoprire al pubblico fotografi che sono stati poi premiati a livello nazionale e internazionale. Un tema curatoriale funziona quando è abbastanza specifico da generare identità e abbastanza ampio da leggere il presente. È il caso di Pablo Piovano, che a Yeast ha presentato The Human Cost: un reportage sulle conseguenze sulla salute umana dell'uso degli agrofarmaci in Argentina, esposto per la prima volta nel Salento, poi premiato al World Press Photo. O di Ivor Prickett, vincitore del Premio Pulitzer, che ha portato il Sudan in un momento in cui quel conflitto era ancora invisibile ai media italiani. Il tema della fame come strumento di guerra era già al centro del programma di Yeast molto prima che entrasse nel dibattito pubblico.

 

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yeast-photo-festival © federico-patrocinio

La ricerca dei talenti come atto di responsabilità
Nel suo articolo Rica Cerbarano segnala tra i problemi dei photo festival la tendenza a riciclare nomi già affermati, a inseguire i riconoscimenti garanzia di qualità, e uno scarso rapporto dei festival con il territorio. Osservazioni che condividiamo, e a cui proviamo a rispondere con le scelte che facciamo ogni anno. Nelle scorse edizioni abbiamo commissionato una residenza d'artista ad Alessia Rollo, con un progetto declinato sul territorio: Don't Play With Food è una ricerca che attraversa abitudini culturali, questioni ambientali e relazioni sociali del Salento. Rollo appare nelle immagini insieme alle persone che incontra, usando l'ironia e l'auto-esplorazione come strumenti critici. Umberto Diecinove ha presentato I N S C T S: un lavoro sull'allevamento di insetti come pratica sostenibile e rigenerativa, che connette comunità rurali del Sud Globale, centri di ricerca e saperi ancestrali, mettendo in discussione la centralità umana e proponendo una visione ecologica e interrelazionale del cibo. Oggi Diecinove arriva ad Arles, dove sarà protagonista di un talk.

Una questione di risorse
Luca Fiore segnala che Strategia Fotografia, il principale fondo nazionale del Ministero dedicato al settore, ha destinato ai festival circa il 6% delle sue risorse, circa 600mila euro su quasi 10 milioni, e in due edizioni su cinque non ha finanziato nessun festival. È un dato da leggere con attenzione, riconoscendo il valore del fondo e il lavoro che ha prodotto. E tuttavia: il solo festival Planches Contact a Deauville, in Francia, una città di poco più di 4.000 abitanti, ha un budget complessivo di 500mila euro, finanziato prevalentemente dal Comune. Le Rencontres d'Arles nel 2025 hanno registrato il loro record storico di pubblico con 175mila visitatori, su un budget di 8,39 milioni di euro — di cui solo il 23% proveniente da fondi pubblici, il resto da biglietteria, partner privati e itineranza delle mostre. Il confronto con la Francia non riguarda solo i numeri. Arles non è solo il festival più importante del mondo: è il centro visibile di un sistema in cui manifestazioni, istituzioni, scuole, editoria e fondi si alimentano a vicenda, costruendo insieme una presenza internazionale e una capacità di attrazione che nessun singolo evento potrebbe produrre da solo. È un modello di rete, prima ancora che di risorse. Per questo non servono soltanto più soldi. Serve continuità. Un festival costruisce reputazione, relazioni e riconoscibilità nell’arco di dieci anni, non dentro l’orizzonte di un bando annuale. Ed è probabilmente questa discontinuità, ancora prima della scarsità delle risorse, il principale problema italiano. Se vogliamo che la fotografia contemporanea diventi davvero parte della vita culturale italiana, i festival devono smettere di essere considerati soltanto come eventi. Devono diventare infrastrutture culturali permanenti dei territori.

Fare sistema, non fare numero
Luca Fiore chiude il suo articolo con una domanda precisa: «All'Italia serve che uno di questi storici cominci davvero a competere con Arles, o che si alzi la media di tutti gli altri, quelli periferici? Far crescere una testa, o far salire il livello del fondo». Noi pensiamo che forse la domanda andrebbe posta diversamente. Il problema non è scegliere tra un grande festival e tanti piccoli festival. Il problema è che ogni festival italiano continua a lavorare come un'isola: produce mostre che raramente circolano, costruisce relazioni che faticano a consolidarsi, investe risorse che si esauriscono alla fine di ogni edizione. In queste condizioni è difficile costruire una presenza internazionale, indipendentemente dalle dimensioni del singolo festival. Fare sistema significa immaginare produzioni condivise, mostre che viaggiano tra festival, artisti accompagnati lungo più tappe del loro percorso, programmi di formazione comuni, candidature europee costruite insieme. Significa smettere di competere per gli stessi nomi e iniziare a costruire un valore collettivo. Questa rete, in Italia, ancora non esiste. Costruirla è il nostro auspicio per dare forma a qualcosa che - come ha scritto Fiore - non sappiamo ancora come chiamare, ma che il sistema fotografico italiano ha tutti gli strumenti per inventare.

 

 

 

 

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Redazione, 14 luglio 2026 | © Riproduzione riservata

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