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Jenny Dogliani
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Conigli cotti serviti nella mostra "Icons" (2010) di Jennifer Rubell al Brooklyn Museum. (Foto: per gentile concessione di Kevin Tachman)
A Copenhagen, durante il simposio internazionale Convergence, il Ministro della Cultura danese Jakob Engel-Schmidt ha annunciato l’intenzione di esplorare la possibilità di riconoscere ufficialmente la cucina d’autore come forma d’arte. L’iniziativa mira a equipararla ad altre discipline artistiche, consentendo l’accesso a finanziamenti statali e privati destinati alle arti. La proposta si concentra su quella parte della gastronomia che ha trasformato la Danimarca in una destinazione di riferimento per i gourmet di tutto il mondo, grazie a ristoranti come Noma, Geranium, Jordnær e Alchemist. Quest’ultimo, guidato dallo chef Rasmus Munk, è noto per il suo approccio immersivo e sperimentale, che combina cibo, arte e riflessione sociale. Secondo Engel-Schmidt, «quando sperimentiamo la gastronomia ai massimi livelli, è molto più che cibo. È arte». Il riconoscimento ufficiale della gastronomia come arte permetterebbe di creare spazi per la sperimentazione e lo sviluppo dei talenti, analogamente a quanto avviene per altre forme artistiche. Lo chef Munk sottolinea che «il cibo può diventare arte attraverso l’intenzione, la trasformazione, la comunicazione e il contesto», proprio come succede nelle arti visive, «ma attualmente gli chef sono spesso limitati da un sistema che considera la gastronomia esclusivamente come artigianato, modellato da vincoli commerciali». Il Ministero della Cultura danese istituirà una commissione di esperti per valutare la proposta, che, se approvata, rappresenterebbe una svolta nella politica culturale del Paese e rafforzerebbe ulteriormente il posizionamento della Danimarca come destinazione di riferimento per il turismo gastronomico di alto livello. Nel frattempo, il simposio Convergence, organizzato da Alchemist, ha riunito oltre 60 chef di fama mondiale e più di 1.200 ospiti, sottolineando il ruolo crescente della Danimarca come hub di innovazione all’incrocio tra cibo, cultura e creatività. Se il Parlamento danese approverà la proposta, la gastronomia potrebbe essere ufficialmente riconosciuta come forma d’arte, aprendo nuove opportunità per chef, artisti e operatori culturali, e consolidando il ruolo della Danimarca come leader nell’innovazione culinaria e culturale.
Il Manifesto della cucina futurista
Phyllis Ma and Josie Keefe, LAZY MOM, 2014-2018
Ma questa proposta non arriva dal nulla, è la decantazione di un rapporto che ha radici profonde e strutturate. Nella storia dell’arte occidentale il cibo è stato per secoli soggetto iconografico, simbolo sociale e strumento di costruzione del potere visivo. Dalle nature morte fiamminghe alle tavole barocche italiane, il cibo ha rappresentato ricchezza, fragilità, tempo, morte, abbondanza. Nel Novecento il rapporto cambia: il cibo entra nel campo artistico non solo come immagine, ma come materiale e linguaggio. Le sperimentazioni futuriste con la cucina come esperienza multisensoriale anticipano una riflessione sul cibo come medium artistico. Negli anni Sessanta e Settanta, con l’arte concettuale e la performance, il cibo entra nella pratica artistica come esperienza partecipativa, relazionale, sociale. Negli ultimi vent’anni questo rapporto si è intensificato. Artisti e chef hanno iniziato a condividere territori di ricerca: temporalità dell’opera, relazione con il pubblico, dimensione effimera, costruzione narrativa, dimensione politica del gesto creativo. Lavora su parametri analoghi, come costruzione di linguaggio, trasformazione della materia, relazione con il contesto e produzione di esperienza estetica, la cucina contemporanea di ricerca si è avvicinata sempre di più al campo dell’arte. Uno degli argomenti centrali della proposta danese si basa infatti sulla natura trasformativa della cucina. Come l’arte, la gastronomia opera attraverso trasformazione della materia, costruzione di forma, organizzazione del tempo e attivazione dei sensi. Il gesto culinario, nella sua forma più avanzata, non produce solo oggetti commestibili, ma esperienze che attivano memoria, identità culturale, percezione estetica, relazione sociale. Il secondo elemento riguarda la dimensione narrativa. La cucina contemporanea costruisce storie attraverso ingredienti, tecniche, provenienze, stagionalità, sostenibilità. Il piatto diventa dispositivo narrativo, capace di raccontare territori, economie, crisi ambientali, identità culturali. In questo senso la gastronomia si configura come linguaggio culturale complesso, non riducibile alla produzione alimentare. Il terzo elemento è la dimensione relazionale. Come molte pratiche artistiche contemporanee, la cucina vive nell’incontro tra opera e pubblico. Il piatto non esiste senza esperienza. La temporalità è limitata, irripetibile, avvicnando la gastronomia alle arti performative.
Mario Merz al Castello di Rivoli
Un’opera di Maurizio Savini in chewingum
Dal punto di vista politico-culturale, il riconoscimento della gastronomia come arte avrebbe implicazioni rilevanti. Significherebbe ridefinire il ruolo della cucina dentro le politiche culturali nazionali, riconoscendo la produzione gastronomica come parte del patrimonio immateriale contemporaneo. Significherebbe anche spostare il baricentro della formazione gastronomica verso modelli più vicini alle accademie artistiche, favorendo ricerca, sperimentazione e interdisciplinarità. Il dibattito si inserisce anche dentro una trasformazione più ampia del concetto di arte nel XXI secolo. L’arte contemporanea ha progressivamente superato la distinzione tra discipline, incorporando scienza, tecnologia, design, architettura, attivismo sociale. In questo scenario la gastronomia appare come uno dei territori più naturali di espansione del campo artistico, perché opera già dentro logiche di ricerca, sperimentazione e costruzione simbolica. Non mancano tuttavia le resistenze. Una parte del mondo culturale teme che l’estensione del concetto di arte alla gastronomia possa diluire il significato stesso di pratica artistica. Allo stesso tempo, una parte del mondo gastronomico teme che l’ingresso nel sistema dell’arte possa snaturare la dimensione materiale, sociale e quotidiana del cibo. Il nodo centrale resta quindi la definizione dei confini: non tutta la cucina è arte, così come non tutta la produzione visiva è arte. La proposta danese non sembra voler risolvere questa tensione, ma istituzionalizzarla come campo di ricerca. La creazione di una commissione di esperti incaricata di valutare la questione indica la volontà di costruire un quadro teorico e operativo che permetta di distinguere tra produzione gastronomica commerciale e ricerca gastronomica artistica. bSe approvata, la misura potrebbe avere effetti a catena nel sistema culturale europeo. Potrebbe ridefinire i rapporti tra musei, istituzioni culturali, fondazioni e mondo gastronomico. Potrebbe generare nuovi modelli di produzione culturale ibrida, in cui arte, design, scienza alimentare e sostenibilità dialogano in modo strutturato. Potrebbe anche ridefinire il ruolo del turismo culturale, trasformando la gastronomia in esperienza artistica territoriale.
Annibale Carracci, Il mangiatore di fagioli
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