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Marco Riccòmini
Leggi i suoi articoliQuando le Nazioni europee facevano la corsa ad accaparrarsi un posto al sole, ossia uno spazio in Africa (storia nota col nome inglese di «Scramble for Africa», la Spartizione dell’Africa), l’Italia non poteva certo stare a guardare. E attimi prima che gli occhi cascassero sulla Libia, poi sul Corno d’Africa, e le mani scivolassero frettolosamente alle giberne, qualcuno a Roma puntò il dito sulla porzione africana dello Stretto di Gibilterra, dove affaccia Tangeri. Dopotutto, su quella spiaggia africana di sabbia e rocce così vicina all’Europa, Francia e Spagna (e Gran Bretagna, Germania e persino gli Stati Uniti) erano già da tempo approdate e i loro diplomatici dimoravano comodamente in suntuose ambasciate. Come ricordava al suo pubblico Alexandre Dumas, Tangeri «è un punto di equilibrio tra le Nazioni; gli italiani, come altri, vi cercano la loro parte d’influenza». Quando l’Italia era ancora solo un romantico modo di dire e il sogno di alcuni (come Garibaldi, che trovò qui riparo per qualche tempo), svettavano qui i vessilli delle legazioni del Regno di Sardegna e di quello di Napoli, ma poi... Poi accadde che, per qualche pasticcio di troppo, il sultano marocchino Mūlāy Abd al-Hafiz, si vide costretto ad abdicare e fare i bagagli. Era il 1912 e l’immenso palazzo che aveva voluto, degno d’un maharaja indiano, era ancora un cantiere incompiuto, e per sua fortuna doveva ancora finire di pagarlo. Non sapendo cosa farsene, l’impresa costruttrice lo mise in vendita. La notizia dev’essere giunta fino a Roma, da dove partì in tutta fretta un emissario del Governo munito d’un assegno in bianco. Acquistato il palazzo, lo si completò nelle sue finiture facendo venire dall’Italia una squadra di scalpellini. Fatto il palazzo occorreva, però, fare i tangerini, per così dire, e quale modo migliore che quello di adibirlo a scuola, liceo scientifico e istituto tecnico, accanto al quale, per formare perfetti futuri italiani, non poteva certo mancare una chiesa, un campo di calcio, uno di bocce e un dispensario medico. A cent’anni da quando si tagliò il nastro, il palazzo, sconosciuto a gran parte del pubblico italiano, conserva ancora la sua magnificenza e un libro voluto fortemente dall’Ambasciata italiana a Rabat ne celebra ora tutto lo splendore. Ancora meglio delle parole, in italiano, arabo e francese, a restituire la bellezza degli spazi e dei particolari sono le magistrali fotografie di Massimo Listri, la cui fondazione cura l’edizione del volume.
Per chi non lo sapesse, occorre ricordare che allora come oggi «spagnoli, inglesi, francesi, italiani, mori, ebrei, tutti vivono a Tangeri come in un’arca cosmopolita», e allora come oggi, come scriveva ancora Alexandre Dumas, «a Tangeri si parlano tutte le lingue d’Europa: spagnolo, francese, inglese, italiano; e tutte le lingue d’Oriente: arabo, berbero, turco». E il palazzo che il sultano alawita Mūlāy Abd al-Hafiz volle per sé è anch’esso poliglotta perché parla tutte le lingue. Parla quella policroma e moresca dei mosaici, detti «zellige» (dall’arabo zullaj), che ininterrottamente, dal Bosforo fino alla costa dell’Atlantico, decorano le pareti d’ogni moschea, madrasa e palazzo d’un certo rango. Parla anche, altrettanto bene, quella toscana dei camini, «ricamati» con aquile dal collo di cigno in marmo grigio che appartengono a quel gusto eclettico Liberty e Déco che dalle capitali del Continente giunse a contaminare gli interni delle case della media e alta borghesia dal Cairo a Baghdad e anche oltre.
E parla, infine, la lingua piemontese che, nell’aula del Palazzo oggi noto come «delle Istituzioni Italiane» dedicata a Elisa Chimenti, la scrittrice napoletana che fondò a Tangeri nel 1914 la prima scuola italiana, guidava la mano degli intagliatori sui pantografi che abbellivano quei mobili scuri, pesanti e vagamente neorinascimentali, in stile umbertino.
Al palazzo «poliglotta» lavorarono maestranze italiane, come si vede dai camini che, pur recando l’impronta degli scalpellini toscani d’alabastro, convivono in perfetta e sorprendente armonia coi «muqarnas», ossia gli stucchi bianchi ai soffitti che paiono alveoli, e i mosaici posati sotto l’attenta guida di maestranze locali che sapevano come combinare le forme e i colori. Un miscuglio e una convivenza pienamente riusciti che stupiscono e reggono il tempo ancora oggi, a distanza di più d’un secolo. E che si ripetono anche nella vita quotidiana, allora come oggi. «V’erano a tavola una ventina di persone, tra uomini e signore, di nazione diversa, raccontava Edmondo De Amicis del suo primo pranzo a Tangeri, che offrivano una bella immagine delli strani incrociamenti di famiglie e d’interessi che si formano in quei paesi: un francese nato in Algeri, marito di un’inglese di Gibilterra; uno spagnuolo di Gibilterra, marito della sorella d’un console portoghese della costa dell’Atlantico; un vecchio inglese con una figliuola nativa di Tangeri e una nipotina nativa d’Algeria; famiglie erranti da un continente all’altro, o sparpagliate sulle due coste che parlano cinque lingue, e vivono metà all’araba e metà all’europea. Appena cominciato il desinare, cominciò una conversazione vivissima, ora in francese, ora in spagnuolo, tempestata di parole arabe...».
Il giardino del Palazzo delle Istituzioni italiane. Foto: Massimo Listri
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