Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Amélie Bernard
Leggi i suoi articoliOltre ad essere un semplice oggetto naturale, nel Seicento europeo sua maestà la conchiglia divenne un bene strategico all’interno di una rete commerciale globale che andava a ridefinire il rapporto tra natura, valore e rappresentazione. L’espansione marittima olandese e la fondazione della Dutch East India Company nel 1602, seguita dalla Dutch West India Company nel 1621, crearono le condizioni per un afflusso massiccio di esemplari provenienti dal sud-est asiatico, dal Capo di Buona Speranza, dal Brasile e dai Caraibi. Amsterdam si affermava così come principale piattaforma europea per la circolazione di queste meravigliose "naturalia" trasformate in beni di lusso.
La rarità, la dimensione, la brillantezza madreperlacea e le superfici marmorizzate determinarono una gerarchia di prezzi che alimentò dinamiche speculative analoghe a quelle del mercato dei tulipani. Alcuni esemplari raggiunsero cifre eccezionali, fino al celebre Conus gloriamaris, la cui rarità settecentesca lo rese oggetto di competizione tra collezionisti aristocratici. La conchylomania non fu quindi solo un capriccio ornamentale, ma un segmento di mercato sostenuto da infrastrutture coloniali e da una nuova cultura del possesso.
Le motivazioni dei collezionisti, ora come un tempo, si articolarono su più livelli. Per le élite aristocratiche europee le conchiglie attestarono l'accesso alle rotte imperiali e la capacità di spesa. Per naturalisti come Georgius Eberhard Rumphius esse rappresentarono materiale classificatorio in una fase in cui la storia naturale si struttura come disciplina sistematica. Per collezionisti come Levinus Vincent la raccolta ebbe un valore teologico come dimostrazione della perfezione del creato. Le grandi collezioni aristocratiche in Francia, Italia e Russia confermarono la dimensione europea del fenomeno, ma il primato commerciale restò olandese. In questo contesto la natura morta nordica nacque come traduzione visiva di un sistema economico. Pittori come Ambrosius Bosschaert the Elder e Balthasar van der Ast integrarono conchiglie, tulipani e porcellane Wan-Li in composizioni che replicavano la logica della collezione privata. Il dipinto divenne estensione del possesso e moltiplicatore di prestigio, rivolgendosi a una clientela colta e benestante già inserita nel circuito del collezionismo di naturalia. La pittura, oltre a documentarne la fotografia di un oggetto, ne certificò il valore attraverso la resa minuziosa delle superfici e l’isolamento selettivo degli esemplari più riconoscibili.
Quando le quotazioni aumentarono, la natura morta incorporò una dimensione critica. Le conchiglie, simboli di ricchezza e di dominio coloniale, attinsero valenze di vanitas che allusero alla fragilità del possesso e alla volatilità del valore. Parallelamente emersero immagini più concentrate e analitiche come l’incisione del 1650 di Rembrandt dedicata a una singola conchiglia, nero su bianco. Qui l’oggetto si sottrasse all’accumulo spettacolare e diventa forma autonoma, segno di una riflessione che supera la mera ostentazione. Su scala locale Middelburg e Amsterdam funzionarono come poli produttivi e commerciali. Su scala nazionale i Paesi Bassi consolidarono un primato iconografico e mercantile. Su scala internazionale il fenomeno si diffuse tra le corti europee, dimostrando come la cultura materiale del collezionismo fosse già integrata in un sistema transnazionale. La conchylomania rivelò dunque una tensione strutturale tra conoscenza scientifica, teologia naturale e speculazione economica. E registrò l’emergere di un capitalismo delle immagini in cui l’oggetto esotico, estratto dalle periferie coloniali, venne trasformato in merce, simbolo e, soprattutto, opera d’arte.
Altri articoli dell'autore
Rovigo dedica una grande mostra al confronto tra Federico Zandomeneghi ed Edgar Degas
Dal 5 maggio, Venezia accoglie una delle mostre più rivelatrici della pratica di Anish Kapoor: un’esposizione che non guarda tanto alle opere iconiche entrate nell’immaginario globale, quanto ai territori di confine in cui la sua scultura ha progressivamente sconfinato nell’architettura. O forse, più precisamente, ha mostrato come l’architettura non sia che una conseguenza estrema della scultura.
Lo stato di fiera permanente e la folle saturazione del calendario globale dell’arte. C’era una promessa, neppure troppo lontana nel tempo. All’indomani della pandemia, il sistema dell’arte sembrava aver finalmente interiorizzato una lezione: meno fiere, più qualità; meno sovrapposizioni, più razionalità; meno corsa, più senso. Si parlava di sostenibilità, fosse economica, ambientale, umana, e di un necessario ridimensionamento di un modello che, già prima del Covid, mostrava evidenti segni di affaticamento. Oggi, quella promessa appare disattesa. Anzi, capovolta.
Abbiamo chiesto a Ludovica Barbieri -Partner e Global Director of Artist Liaison di MASSIMODECARLO- di raccontarci lo stand (tra i migliori di tutta la kermesse) della galleria in fiera ad Art Basel Qatar 2026


