Image

Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine

Image

Model of Flesh (2002) © Anish Kapoor

Image

Model of Flesh (2002) © Anish Kapoor

Anish Kapoor a Venezia: l’architettura come destino della scultura

Dal 5 maggio, Venezia accoglie una delle mostre più rivelatrici della pratica di Anish Kapoor: un’esposizione che non guarda tanto alle opere iconiche entrate nell’immaginario globale, quanto ai territori di confine in cui la sua scultura ha progressivamente sconfinato nell’architettura. O forse, più precisamente, ha mostrato come l’architettura non sia che una conseguenza estrema della scultura.

Amélie Bernard

Leggi i suoi articoli

Allestita a Palazzo Manfrin, sede della fondazione veneziana dell’artista inaugurata nel 2022, la mostra riunisce tra 50 e 70 modelli architettonici e scultorei, alcuni realizzati, molti mai costruiti. È solo la seconda volta che il palazzo apre al pubblico, e la scelta non è casuale: ciò che viene messo in scena qui è il lato meno “consumabile” dell’opera di Kapoor, quello che sfugge al mercato, alla scala domestica, alla logica dell’oggetto vendibile.

Il percorso attraversa oltre quarant’anni di ricerca, dai primi progetti visionari fino a lavori recentissimi. Ci sono opere divenute landmark urbani, come Cloud Gate a Chicago, o interventi infrastrutturali come la stazione Monte Sant’Angelo della metropolitana di Napoli; ma soprattutto ci sono i progetti mai realizzati, che esistono solo come modelli, studi, possibilità sospese. È qui che la mostra trova il suo vero centro: nel dimostrare che, per Kapoor, l’atto immaginativo ha un valore autonomo rispetto alla sua effettiva traduzione nel mondo.

Tra i lavori più radicali, spiccano i progetti per un’opera nello spazio, attualmente oggetto di discussioni concrete, pensata per essere visibile dalla Terra e non riducibile a gesto simbolico. Che il modello venga o meno presentato a Venezia è quasi secondario: ciò che conta è l’orizzonte mentale che Kapoor continua ad abitare, dove la scultura non conosce più limiti di scala, luogo o funzione.

Accanto ai modelli, la mostra presenta anche opere installative. Descent into Limbo (1992) entrerà stabilmente nella collezione del sito veneziano al termine dell’esposizione, mentre At the Edge of the World (1998) viene riproposta in una nuova versione, non più rossa ma di un nero profondissimo, ottenuto con una pittura sperimentale affine – ma non identica – al celebre Vantablack. Il nero, ancora una volta, non come colore ma come condizione percettiva: assorbimento, annullamento, soglia.

Tra i lavori inediti figura anche una sorta di “pittura immersiva”: una stanza di pochi metri cubi colma di grumi e colature di colore, osservabile solo dall’esterno. Non si entra, si resta sulla soglia. Un gesto che sintetizza bene l’idea di Kapoor dell’arte come spazio di tensione, mai di risoluzione.Non manca, naturalmente, la dimensione critica. Kapoor è stato tra gli artisti più espliciti nel contestare le derive semplificatorie dell’identità nel discorso artistico contemporaneo. Senza rinnegare la necessità storica di certe battaglie, l’artista mette in guardia contro il rischio di ridurre l’arte alla provenienza, alla biografia, alla rappresentanza. «Ciò che conta – afferma – non è da dove viene un’opera, ma quanto riesce ad aprire il nostro linguaggio visivo ed emotivo». Una posizione che dialoga inevitabilmente con Venezia, città la cui Biennale nasce su basi nazionali ma che, per Kapoor, può e deve essere letta oggi in chiave post-nazionale.

Non a caso, ricordando la sua partecipazione alla Biennale del 1990 come rappresentante della Gran Bretagna pur senza passaporto britannico, Kapoor riafferma una posizione chiara: l’identità dell’artista è una condizione di lavoro, non un recinto ideologico. Guardando al futuro Kapoor ribadisce una convinzione che attraversa tutta la sua carriera: l’arte non deve “dire” qualcosa. Deve aprire uno spazio di possibilità. Citando Paul Valéry, ricorda che una cattiva opera cade nel significato, mentre una buona resta sospesa tra senso e non-senso.

Amélie Bernard, 08 febbraio 2026 | © Riproduzione riservata

Altri articoli dell'autore

Negli spazi di SPINA OFFSPACE di Parma, “Fuck It” di Michele Sibiloni, curata da Andrea Tinterri, ripropone a distanza di dieci anni un progetto nato in Uganda tra il 2012 e il 2014. Attraverso l’uso del flash e l’immersione nella dimensione notturna, l’artista costruisce un linguaggio che si sottrae al fotogiornalismo e mette in crisi la distanza tra osservatore e soggetto. La mostra restituisce una riflessione sulla notte come spazio di appartenenza, ma anche come archivio visivo di trasformazioni urbane e sociali.

A Riccione l’ex Fornace Piva viene trasformata in Museo del Territorio attraverso un intervento che combina restauro e nuova architettura. Il progetto di Politecnica introduce una struttura leggera all’interno dell’involucro storico, configurando il complesso come infrastruttura culturale e nodo di rigenerazione urbana. L’apertura è prevista per il 2027.

La galleria londinese Timothy Taylor chiuderà la sede newyorkese dopo quasi dieci anni, mantenendo però una presenza ridotta in città. La decisione riflette una combinazione di costi operativi elevati e contrazione del mercato, inserendosi in una sequenza crescente di ridimensionamenti internazionali. Più che un caso isolato, emerge una tensione strutturale nel modello economico delle gallerie mid-to-upper tier.

Fino a poche settimane fa la penisola arabica sembrava il nuovo centro della geografia culturale globale: musei, fondazioni, fiere e nuovi distretti artistici si inauguravano con ritmo serrato tra Abu Dhabi, Dubai e Doha. L’escalation militare con l’Iran ha improvvisamente interrotto questa traiettoria. Musei chiusi, programmi sospesi e turismo fermo aprono ora una domanda più ampia: la grande ascesa culturale del Golfo era davvero solida o dipendeva da un fragile equilibrio geopolitico?

Anish Kapoor a Venezia: l’architettura come destino della scultura | Amélie Bernard

Anish Kapoor a Venezia: l’architettura come destino della scultura | Amélie Bernard