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Francesco Bandarin
Leggi i suoi articoliNel 2026 l’Iran attraversa una fase di forte instabilità politica ed economica, segnata da tensioni regionali, sanzioni e cicli ricorrenti di protesta interna. In questo contesto, il patrimonio culturale continua a svolgere un ruolo strutturale nella definizione dell’identità nazionale e nella proiezione internazionale del Paese. Lontano dall’essere un ambito marginale, esso costituisce una vera infrastruttura simbolica, attraverso cui l’Iran articola continuità storica, autorappresentazione e diplomazia culturale. I grandi siti archeologici e le città storiche restano il fulcro di questo sistema. Persepoli, Pasargade e Susa, insieme ai complessi safavidi di Isfahan e all’architettura in terra cruda di Yazd, sono grandi testimonianze del passato imperiale e islamico, ma anche dispositivi narrativi attivi. Nel corso del XX e XXI secolo, lo Stato iraniano ha utilizzato questi luoghi per costruire un racconto di lunga durata, in cui la tutela del patrimonio si intreccia con le politiche urbane, turismo culturale e soft power.
Negli ultimi anni, tuttavia, il sistema di conservazione ha mostrato crescenti fragilità. Le sanzioni internazionali e la contrazione economica hanno ridotto le risorse destinate alla manutenzione ordinaria di monumenti, musei e tessuti storici. La pressione urbanistica nelle città medie, come ad esempio Shiraz, oggetto di pesanti progetti di distruzione del tessuto urbano storico, unita all’inquinamento atmosferico e alla crisi idrica, incide in modo progressivo ma costante sulla conservazione dei materiali e dei paesaggi culturali. Si tratta di processi poco visibili, ma strutturalmente più pervasivi di eventi traumatici isolati.
Dopo una fase di espansione del turismo culturale tra il 2015 e il 2020 (culminata con l’iscrizione di Yazd nella Lista del Patrimonio Mondiale Unesco), il biennio 2024-26 ha segnato un’inversione di tendenza. Le crisi regionali e l’aumento della percezione del rischio hanno ridotto drasticamente i flussi internazionali. Il sistema, tuttavia, non si è arrestato: il turismo interno continua, confermando la solidità di un’offerta culturale competitiva nel contesto mediorientale.
Le proteste che hanno interessato il Paese tra la fine del 2025 e l’inizio del 2026 hanno sollevato interrogativi anche sulla sicurezza dei beni culturali, ma la repressione e i blackout delle comunicazioni hanno reso finora difficile una verifica indipendente. Nonostante la circolazione di immagini non confermate, non risultano danni documentati ai principali siti archeologici e monumentali. Ciò sembra confermare l’esistenza di protocolli di protezione preventiva già sperimentati in precedenti fasi di tensione: chiusure temporanee, controllo degli accessi e isolamento dei luoghi simbolici dal conflitto sociale.
Sul piano istituzionale, la governance del patrimonio resta un nodo critico. L’Iran dispone di un apparato normativo articolato e di competenze tecniche consolidate, ma soffre di una limitata autonomia gestionale dei siti e di una cooperazione internazionale discontinua. Le riforme amministrative annunciate negli ultimi anni, volte a una maggiore flessibilità e responsabilizzazione delle istituzioni culturali, non hanno trovato piena attuazione. Ciò nonostante, il capitale umano (restauratori, archeologi, architetti, artigiani specializzati...) continua a garantire standard elevati, forte di una tradizione di conservazione dei materiali storici rara nella regione.
Accanto al patrimonio materiale, assume rilievo crescente la dimensione immateriale. Poesia, musica, rituali religiosi, pratiche artigiane e culture performative contribuiscono a definire un «Iran culturale» che travalica i confini politici. È su questo terreno che si innesta una diplomazia culturale rimasta attiva anche nei momenti di maggiore isolamento, grazie a collaborazioni tecniche con organizzazioni internazionali, musei e università stranieri, spesso mantenute attraverso canali informali.
In questo quadro si inserisce il ruolo sempre più rilevante della diaspora iraniana. Nel 2025-26, artisti, studiosi e operatori culturali in esilio hanno agito come mediatori transnazionali, sostenendo le proteste interne attraverso mostre, archivi digitali, programmi di ricerca e iniziative pubbliche. La diaspora non si configura soltanto come spazio di denuncia politica, ma come un’estensione esterna del sistema culturale iraniano, capace di tradurre la crisi in linguaggi condivisibili a livello internazionale e di mantenere attivi circuiti di produzione simbolica e conoscenza.
Nel complesso, il quadro che emerge è quello di un patrimonio in un equilibrio precario. L’Iran continua a utilizzare la cultura come risorsa strategica: capitale identitario, strumento di soft power e campo di sperimentazione tecnico-professionale. La tenuta futura del sistema dipenderà dalla capacità di preservare competenze, garantire condizioni minime di cooperazione internazionale e riconoscere il ruolo, interno ed esterno, di una comunità culturale che continua a operare nonostante le restrizioni politiche ed economiche.
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