Verifica le date inserite: la data di inizio deve precedere quella di fine
Francesco Bandarin
Leggi i suoi articoliDopo il terremoto del 26 aprile 1966, che distrusse gran parte della città, Tashkent, capitale dell’Uzbekistan, divenne uno dei più vasti cantieri urbani dell’Unione Sovietica. La ricostruzione fu affidata a un ampio gruppo di architetti e ingegneri provenienti da Mosca, Leningrado e dalle repubbliche sovietiche, chiamati a progettare una città moderna, antisismica e rappresentativa, capace di coniugare linguaggio contemporaneo e riferimenti locali. Il nuovo assetto urbano prese forma attraverso grandi assi viari, spazi pubblici monumentali ed edifici isolati nel verde.
Tra i primi simboli di questa fase vi è l’Hotel Uzbekistan, progettato da V.S. Smirnov e Y.A. Rosenfeld, affacciato su piazza Amir Temur. La facciata principale è scandita da una fitta trama di frangisole in cemento prefabbricato, che filtra la luce e attenua il calore, trasformando un’esigenza climatica in un motivo architettonico distintivo. La struttura, concepita secondo criteri antisismici avanzati, combina rigore tecnico e presenza monumentale.
Un ruolo centrale è svolto dagli edifici museali. Il Museo di Storia dell’Uzbekistan (ex Museo Lenin), realizzato tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta da un team guidato da Evgenij Rozanov, si presenta come un volume compatto e sollevato da terra, protetto da grandi pannelli traforati in cemento. L’atrio centrale, ampio e controllato nella luce, conserva un’impostazione solenne che testimonia la funzione rappresentativa originaria dell’edificio. Tra le architetture più riconoscibili figura il Circo di Stato, progettato da Genrich Aleksandrovic e inaugurato nel 1976. La struttura circolare, sormontata da una cupola azzurra, emerge come un oggetto autonomo nel paesaggio urbano. I possenti elementi strutturali in cemento armato convivono con soluzioni più leggere e decorative, in un equilibrio che rielabora in chiave moderna la tipologia della cupola tradizionale. Il Chorsu Bazaar, progettato da Vladimir Azimov, rappresenta uno dei migliori esempi di integrazione tra funzione, struttura e tradizione. La grande cupola centrale in cemento armato copre lo spazio del mercato interno con una luce diffusa, mentre il rivestimento in ceramica e mosaico richiama i colori e i motivi dell’architettura islamica. Ancora oggi il Chorsu è uno degli spazi più vitali della città, dimostrando la durabilità di queste soluzioni progettuali.
La stagione modernista di Tashkent si distingue anche per l’attenzione all’edilizia residenziale. Il complesso Zhemchug, progettato dall’architetta Ophelia Aydinova, sperimenta una tipologia verticale articolata in nuclei abitativi e spazi comuni. Cortili sospesi, ballatoi e terrazze verdi reinterpretano la «mahalla» tradizionale in un linguaggio moderno. Nel tempo, gli abitanti hanno adattato e trasformato gli spazi, rendendo l’edificio un esempio significativo di architettura vissuta. Tra gli edifici pubblici e culturali spiccano il Palazzo dell’Amicizia dei Popoli, il Palazzo dei Costruttori Aeronautici e il Cinema Panoramico, caratterizzati da grandi foyer, superfici continue e un uso esteso dell’arte integrata: mosaici, bassorilievi e pannelli decorativi realizzati da artisti locali.
Anche le infrastrutture assumono un valore simbolico, come la Torre della Televisione, progettata da Yuri Semashko, con i suoi mosaici e le sculture in vetro di Irena Lipene, o le stazioni della metropolitana, concepite come vere sale monumentali sotterranee. Dopo l’indipendenza del 1991, molte di queste architetture sono state trascurate, alterate o mascherate da interventi successivi. Rivestimenti aggiunti, infissi sostituiti e demolizioni parziali ne hanno compromesso la leggibilità originaria.
Solo negli ultimi anni un rinnovato interesse critico e istituzionale ha riportato l’attenzione su questo patrimonio, riconoscendone il valore architettonico e urbano, al punto che oggi il Modernismo di Tashkent è candidato all’iscrizione nella Lista del Patrimonio mondiale dell’Unesco. Nel panorama dell’Asia Centrale, l’esperienza di Tashkent non è isolata, ma resta la più articolata. Tracce di un Modernismo sovietico adattato ai contesti locali si ritrovano anche nelle capitali Almaty (Kazakistan), Bishkek (Kirghizistan), Dushanbe (Tagikistan) e Ashgabat (Turkmenistan), dove edifici pubblici e culturali hanno sperimentato soluzioni climatiche e formali analoghe. Tuttavia, in nessun’altra capitale questa stagione ha prodotto un insieme urbano così ampio e coerente. A Tashkent, la concentrazione di edifici, la varietà tipologica e l’integrazione sistematica tra architettura, arti visive e spazio pubblico rendono il Modernismo non un episodio, ma una componente strutturale dell’identità urbana.
Una veduta dell’Hotel Uzbekistan, progettato da V.S. Smirnov e Y.A. Rosenfeld, affacciato su piazza Amir Temur
Altri articoli dell'autore
Capitale identitario, strumento di soft power e campo di sperimentazione tecnico-professionale: una vera infrastruttura simbolica, attraverso cui il Paese articola continuità storica, autorappresentazione e diplomazia
Genius Loci • Fondata ufficialmente nel 1669 con la costruzione del Forte de São José da Barra do Rio Negro, la città prese il nome nel 1856, in memoria della popolazione indigena Manáo («madre degli dèi»), che abitava l’area prima della colonizzazione portoghese nello Stato di Amazonas
Gli attacchi americani, pur circoscritti, hanno colpito luoghi di rilevanza nazionale e internazionale. Nessun danno per quelli del Patrimonio Unesco: ecco quali sono. La vera sfida per il Paese resta la protezione e la gestione sostenibile
Genius Loci • Oggi la città è divisa: una parte (H1) sotto amministrazione dell’Autorità Palestinese e una (H2) sotto controllo israeliano. Al centro, la Tomba in cui si dice riposino Abramo, Isacco e Giacobbe con le relative spose, rigidamente divisa in due aree di culto



