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Una veduta della personale di Dahn Vo alla Fondazione Nicola Del Roscio di Roma

Courtesy della Fondazione Del Roscio. Foto: Giorgio Benni

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Una veduta della personale di Dahn Vo alla Fondazione Nicola Del Roscio di Roma

Courtesy della Fondazione Del Roscio. Foto: Giorgio Benni

Il regno vegetale di Danh Vo alla Fondazione Nicola del Roscio

Il progetto è nato dall’idea di Diego Cassina di mettere in dialogo l’interesse dell’artista con la passione di Nicola Del Roscio per la botanica

Samantha De Martin

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Danh Vo è al mercato dei fiori mentre alla Fondazione Nicola Del Roscio s’inaugura la sua seconda personale a Roma dopo quella di Villa Medici del 2013. Anche questa volta l’artista vietnamita, in mostra negli spazi di via Francesco Crispi dal 20 marzo al 17 luglio, ha tenuto il suo progetto riservato fino alla fine, ascoltando la pulsione esercitata sul suo lavoro dallo spazio, intensamente percepito, vissuto. Il pubblico è colto da un effetto sorpresa, in alcuni casi straniante, che lo autorizza a entrare, a modo suo, dentro le opere attraverso una personale interpretazione. Senza apparati didascalici. Solo con il proprio bagaglio di cultura e ricordi. Il progetto romano nasce dall’idea di Diego Cassina di mettere in dialogo Danh Vo, che da tempo ha integrato e sviluppato nella propria pratica la passione per il regno vegetale, con Nicola Del Roscio, presidente di una fondazione d’arte le cui radici affondano anche nella botanica, avviando così una conversazione che trova nelle piante un comune denominatore.

Il rapporto di Vo con le piante, dai fiori cresciuti spontaneamente nei giardini della sua fattoria Güldenhof, a nord di Berlino, fino e al legame con una famiglia vietnamita-tedesca che gestisce un negozio di fiori sotto il suo appartamento in città, ha raggiunto musei e gallerie di tutto il mondo, dallo Stedelijk Museum di Amsterdam al Guggenheim di New York. Anche Nicola Del Roscio negli anni ha coltivato un profondo legame con la botanica, parte integrante del suo rapporto con l’arte, come dimostra il parco botanico realizzato a Gaeta, noto per la sua collezione di oltre 250 specie di palme ricche di rimandi simbolici, storici e geografici. Il lavoro di Vo diventa un registro biografico e sociale, pur aprendosi a una dimensione più ampia. 

In mostra i fiori attraversano lo spazio come una presenza viva, carica di memoria e cultura, che trova forse la sua espressione più poetica nei nasturzi che fuoriescono dai tubi di vetro fissati ai lati di un crocifisso in bronzo dal volto dolce. Quest’opera senza titolo del 2023 trova la sua fonte principale in un Cristo spagnolo del XVI secolo che l’artista ha acquistato all’asta. Sebbene abbia perso le braccia e la croce alla quale era inchiodato, Vo ha deciso di dotarlo di arti in bronzo, realizzati da un calco delle mani del suo collaboratore più costante, suo padre Phung Vo. Mani che, in questa sorta di Pietà contemporanea, sembrano sollevarsi a protezione della fede, ma anche del figlio e della sua arte.

I fiori evocano amore, partecipazione o premura, ma possono anche testimoniare la fredda circolazione accelerata di merci e persone. Quest’ultima è un segno chiave della modernità. Il colonialismo secondo Vo si è espresso attraverso il potere delle opere iconografiche che offre qualcosa di «gustoso» da consumare: una sorta di latte spirituale. Ed ecco una cassa di legno utilizzata per spedire lattine di zuppa Campbell’s che invita a guardare attraverso una fessura che lascia intravedere un frammento di un dipinto del XVI secolo: Una Madonna con bambino che allatta dal seno della Vergine. «Senza titolo» del 2021, dove il calco in bronzo dei piedi dell’artista Heinz Peter Knes, le unghie giocosamente dipinte, giace all’interno di un vecchio frigorifero, risuona forse come un Memento mori, giocando con i temi del potere, della dipendenza e del tempo.

Le litografie a colori stampate su carta di cotone tagliata a mano sono state realizzate dall’artista a partire da cinque dipinti di epoca barocca. Ma Vo cattura le scene in azione simili a fotogrammi di un film, come le dita sporche che frugano nella ferita di Cristo nella serigrafia ispirata a «L’incredulità di san Tommaso» di Caravaggio o ancora nel dettaglio del seno di Sant’Agata nella litografia ispirata all’opera di Francesco Furini o ancora nell’immagine del Bambino adagiato sul seno della Madonna nella «Carità» di Bartolomeo Ghetti.

In questo allestimento pulito ed equilibrato, perfettamente studiato dall’artista, l’illuminazione affidata alle grow light diventa un elemento architettonico. Tra le opere esposte ci sono i frammenti di una testa di Buddha scolpita in scisto nella regione antica del Gandhāra intorno alla fine del III secolo d.C., comprata da Danh Vo a un’asta e posta in mostra con il volto verso il pavimento, mentre un supporto in bronzo ne tiene uniti i frammenti. Il supporto mantiene una risonanza simbolica: può essere letto come una corona o come un’aureola, imprigionando il Buddha e costringendolo a «fare storia» piuttosto che dissolversi nell’oblio.

Una veduta della personale di Dahn Vo alla Fondazione Nicola Del Roscio di Roma. Courtesy della Fondazione Del Roscio. Foto: Giorgio Benni

Samantha De Martin, 20 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

Il regno vegetale di Danh Vo alla Fondazione Nicola del Roscio | Samantha De Martin

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