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Il tempo della moda: il valore strategico degli archivi e la possibilità di «rendere un brand eterno»

In occasione della mostra su Alaïa e Balenciaga al Museo del Tessuto di Prato, l’incontro con la giornalista e studiosa Sofia Gnoli mette al centro il ruolo degli archivi e del brand heritage nella costruzione del valore nella moda contemporanea. Tra ricerca storica e strategie di comunicazione, emerge una riflessione sulla moda come sistema che rielabora continuamente il proprio passato per produrre significato e desiderabilità nel presente.

Archeologia e moda? Un binomio possibile. Almeno secondo l’ultimo volume di Sofia Gnoli, presentato il prossimo 18 marzo al Museo del Tessuto di Prato. Docente di Storia e Cultura della Moda presso l’Università IULM di Milano, in Archeologia della moda. Heritage, archivi e comunicazione Gnoli indaga il ruolo strategico del brand heritage, inteso non come semplice archivio polveroso, ma come anima storica di un marchio.

Nelle pagine (ri)vestite di tutto punto, come dimostra la citazione-omaggio in copertina (un prezioso riverbero a close-up dello zio Domenico Gnoli), scorre un «semplice» assioma: la moda non produce solo forme, ma tempo. Il libro passa in rassegna i nessi che legano la creazione artistica ed estetica alla persistenza della memoria, in un momento storico in cui il passato sembra essere diventato il propulsore più potente del futuro della moda. Sebbene i concetti di archeologia e moda possano apparire distanti, se non antitetici essi rivelano in realtà una profonda e inaspettata convergenza semantica: l’amore per il revival, il gusto per il vintage e per il collezionismo, l’importanza del patrimonio culturale di un marchio. La moda di oggi è sempre più intrecciata con la sua storia.

La presentazione al Museo del Tessuto sarà un tavolo di confronto sulle nuove sfide della conservazione. Ad aprire l’incontro sarà Daniela Degl'Innocenti, conservatrice del Museo, con la partecipazione di Renato Stasi e Daniela Toccafondi, docenti presso il Polo Universitario Città di Prato, che approfondiranno temi inerenti al volume come l’importanza degli archivi sia fisici che digitali. La moda di oggi, infatti, vive in un perenne stato di "scavo", un’indagine che recupera codici, stili e narrazioni per alimentare la desiderabilità contemporanea. Il valore delle radici e l’identità storica di una griffe, ovvero il nome o il logo che identifica una casa di moda, sono gli elementi chiave per il prestigio e successo del brand. Un concetto cardine, nato nell’Ottocento con lo stilista britannico Charles Frederick Worth, il primo ad apporre un’etichetta con il proprio nome all’interno dei capi, trasformando la figura del sarto da artigiano anonimo ad artista. Da quel momento, l’abito ha cessato di essere un mero oggetto funzionale per elevarsi a una sorta di opera d’arte firmata, rendendo l’identità del marchio un asset culturale imprescindibile.

L’autrice analizza archivi aziendali, come quelli emblematici di Gucci o Fendi, ma non solo: punta lo sguardo anche verso le istituzioni museali globali, dal The Costume Institute del Metropolitan Museum di New York fino alle eccellenze italiane, come il Museo della Moda e del Costume di Palazzo Pitti a Firenze. Quello che limpidamente emerge è la capacità del patrimonio d’archivio di rafforzare il prestigio di un brand, permettendo alle grandi holding del lusso di essere solide e riconoscibili. Il volume conduce il lettore in un viaggio attraverso i più significativi depositi della memoria tessile e sartoriale. Questa musealizzazione oltre a rispondere a una necessità conservativa, sancisce l’ingresso dell’abito nel canone delle arti maggiori. 

L’heritage diventa così lo strumento attraverso cui la moda smette di essere solo prodotto per farsi cultura, patrimonio e oggetto di studio scientifico. L'incontro rappresenta dunque un'occasione preziosa per comprendere come la moda continui a reinventarsi attraverso un gioco di specchi tra passato e presente, ricordandoci che non può esserci innovazione senza la consapevolezza delle proprie origini. Il ritorno alla tangibilità del tessuto e alla storia documentata rappresenta una forma di resistenza culturale, trasformando l'abito da bene di consumo a testimonianza storica. Diversamente dal vintage, che resta una categoria estetica legata al gusto individuale, il fascino dell’oggetto vissuto, l’heritage rappresenta la dimensione strategica del marchio. In questa prospettiva, l’archeologia della moda non si limita a catalogare il passato, ma seleziona e riattiva quegli archetipi visivi capaci di proiettarsi nel presente. E rendere un brand eterno.

Gioia Meli, 11 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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