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Man Ray, «Autoritratto», 1943-1974. Studio Marconi, Milan 1974.

© Man Ray 2015 Trust, by SIAE 2026.

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Man Ray, «Autoritratto», 1943-1974. Studio Marconi, Milan 1974.

© Man Ray 2015 Trust, by SIAE 2026.

«Incurante, ma non indifferente», la libertà di Man Ray in mostra

Dall'11 aprile al 24 luglio 2026, Fondazione Marconi e Gió Marconi ospitano «Man Ray: M for Dictionary», un’ampia retrospettiva dedicata al maestro delle relazioni inesplorate tra parole, oggetti e immagini

 

Nicoletta Biglietti

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C’era già un segnale nel nome. Da Emmanuel Radnitzky a Man Ray. Un gioco di parole che trasforma la propria identità in atto creativo. Non un semplice pseudonimo, ma il primo passo verso un’arte in cui il linguaggio diventa materia, strumento e provocazione. Per Man Ray, infatti, le parole non descrivono, detonano; non indicano, smontano il senso e lo ricostruiscono. Come lui stesso amava ricordare: "Io fotografo ciò che non desidero dipingere, e dipingo ciò che non può essere fotografato". Questa attenzione radicale al linguaggio guida l’intera opera di un artista che attraversa fotografia, pittura, oggetti, multipli e disegni, creando cortocircuiti concettuali e mondi visivi inaspettati.

Con questo spirito la Fondazione Marconi e Gió Marconi presentano «Man Ray: M for Dictionary», curata da Yuval Etgar e Deborah D’Ippolito, prima retrospettiva in Italia che pone il linguaggio come chiave di lettura centrale. Cinque sezioni principali – The Alphabet, Light Writing, Body Language, Objectives, Mathematical Objects – esplorano l’intero spettro della sua ricerca, mentre il secondo allestimento, In Other Words, mette in dialogo l’eredità di Man Ray con artisti contemporanei come Alex Da Corte, Simon Fujiwara, Wade Guyton, Allison Katz e Tai Shani, confermando quanto la parola possa essere ancora oggi materia creativa e visiva.

Nato a Philadelphia nel 1890 da genitori ebrei russi immigrati, Emmanuel cresce tra culture diverse e riferimenti artistici contrastanti. Nel 1912 la famiglia abbreviò il cognome in Ray per celarne le origini, ma fu lui a fare il passo decisivo, presentandosi al mondo come Man Ray. Questo nome, breve e tagliente, divenne il suo primo «ready-made»: uno «pseudonimo» trasformativo che segna l'inizio di un’esistenza dedicata alla manipolazione dei segni e alla costruzione di mondi in cui parola, immagine e oggetto dialogano continuamente.

Gli anni giovanili lo vedono al Ferrer Center, istituzione anarchica dove respira un clima di ribellione e sperimentazione, e all’Armory Show del 1913, dove entra in contatto con le avanguardie europee. Visite regolari alla 291 di Alfred Stieglitz lo introducono alla fotografia, uno strumento che non userà mai in modo convenzionale. Nel 1913 si trasferisce nella colonia artistica di Ridgefield, nel New Jersey, dove stringe un’amicizia decisiva con Marcel Duchamp: da questo incontro nasceranno i giochi linguistici e concettuali che caratterizzeranno tutta la sua pratica artistica.

Il 1915 segna un passaggio fondamentale. L’incontro con Duchamp e la fondazione della Society of Independent Artists sancisce l’ingresso nel Dada newyorkese. È di questo periodo il primo «Self-Portrait» (1916), un assemblage proto-Dada che sfida lo spettatore: un campanello integrato che non funziona e genera sorpresa e frustrazione. L’artista ride dell’effetto inatteso. L’opera, apparentemente semplice, esprime una logica sottile: l’arte non dà risposte, stimola la riflessione e la bellezza del paradosso. Il Dada di New York si distingue da quello europeo per la sua dimensione ironica e distaccata, meno politica e più concentrata sul ribaltamento delle convenzioni. Man Ray, Duchamp e Picabia legittimano il Meccanomorfo – la macchina come estensione dell’uomo – creando un vocabolario visivo in cui oggetti, linguaggio e corpo interagiscono con immediatezza e libertà.

Man Ray.« Autoritratto», 1916.© Man Ray 2015 Trust, by SIAE 2026.

Nel 1921 Man Ray si trasferisce a Parigi, dove la città diventa il suo laboratorio ideologico e artistico. Qui incontra Breton, Aragon, Éluard, Gala, Dalí, Picasso, Cocteau e Peggy Guggenheim. Diventa il fotografo prediletto dei surrealisti e dell’élite letteraria, ritrattando personaggi come Gertrude Stein, Ernest Hemingway e Salvador Dalí. Eppure, anche nel ritratto, il suo occhio non è mai documentaristico. «Tutto può essere un'opera d'arte», sosteneva, e ogni scatto era un esperimento di luce e ombra.

Le donne occupano un ruolo centrale nella sua opera. Kiki de Montparnasse e Lee Miller, fotografa passata da modella ad assistente (e poi compagna), diventano muse e protagoniste di fotografie iconiche. «Le Violon d’Ingres» (1924) trasforma la schiena di Kiki in un violino, mentre «Observatory Time: The Lovers» (1936) gioca con le labbra fluttuanti di Lee, segnando l’incontro tra immagine e parola, ironia e “poesia visiva”.

Sempre nel 1921, quasi per caso, Ray scopre i rayographs, immagini create senza macchina fotografica: oggetti e parti del corpo posati su carta fotosensibile generano composizioni luminose, enigmatiche, in bilico tra realtà e sogno. Nasce così un linguaggio visivo unico, che fonde fotografia e pittura, quotidiano e misterioso. «Non c'è progresso nell'arte, scriverà nel 1948, non più di quanto ce ne sia nel fare l'amore. Ci sono solo modi diversi di farlo».

Nel 1937 collabora con Paul Éluard in «Les Mains Libres», libro che combina disegni e poesie: la mano diventa simbolo di libertà creativa, ponte tra fisico e poetico, tra gesto e inconscio. Qui Man Ray esplora la dimensione tattile del linguaggio, la sua capacità di tradurre pensiero in segno e in forma, anticipando concetti oggi centrali nell’arte contemporanea.

L’alfabeto visivo di «Alphabet for Adults» diventa un gioco concettuale: ogni lettera è associata a parole e immagini che spostano il significato e generano cortocircuiti poetici. Allo stesso modo, «Énigme d’Isidore Ducasse», ispirato ai «Canti di Maldoror» del conte di Lautréamont, crea un assemblage enigmatico che fonde poesia e immagine, reale e immaginario, costringendo lo spettatore a diventare interprete attivo.

Titoli come «Cadeau», «Violon d’Ingres» e «Énigme d’Isidore Ducasse» trasformano il linguaggio in materia artistica: non descrivono, fanno esplodere significati inattesi. Man Ray entra così in dialogo con René Magritte, che ne Il tradimento delle immagini mostra come parola e immagine possano essere separabili e ingannevoli. Entrambi utilizzano il linguaggio come strumento di smascheramento delle convenzioni, invitando lo spettatore a dubitare della superficie e a interrogarsi sulla realtà stessa.

L’influenza dei Futuristi e dei loro versi in libertà è evidente: Marinetti frantuma la sintassi tradizionale, libera le parole come materia visiva e sonora. Man Ray fa lo stesso: parole e immagini si deformano, si riassemblano, si caricano di nuove energie. In tutte le sue opere, il linguaggio non è mai descrizione neutra, ma materia da modellare, da piegare, da far dialogare con oggetti, corpi e sogni.

Negli anni ’40, di fronte all’occupazione nazista, Man Ray torna negli Stati Uniti: New York, poi Los Angeles, dove insegna e continua a sperimentare fotografia e pittura. Al termine della guerra rientra a Parigi nel 1951, consolidando la sua pratica e continuando a creare collage, dipinti e i suoi «objects of my affection». Nel 1963 pubblica «Self-Portrait», autobiografia in cui sottolinea libertà e piacere come guida della sua vita e della sua arte.

Cinquant’anni dopo la sua morte, la mostra ricostruisce il percorso di Man Ray, celebrando la prima retrospettiva italiana allo Studio Marconi (1969) e il ciclo «Alphabet for Adults». Attraverso le opere fotografiche, i rayographs, i disegni, i ready-made e i multipli, si rivela come parola, immagine e oggetto possano essere continuamente reinventati. Da Philadelphia a Brooklyn, da New York a Parigi, passando per Hollywood, Man Ray costruisce un vocabolario poetico e visivo unico. Le sue opere dialogano con Dada, Surrealismo, Futurismo e Magritte, dimostrando che il linguaggio è materia da plasmare, capace di liberare immaginazione e percezione.

Man Ray muore a Parigi il 18 novembre 1976, sepolto nel cimitero di Montparnasse. L’epitaffio – «Incurante, ma non indifferente» – sintetizza la sua poetica: libertà, ironia, trasformazione, gioco infinito con le parole e con l'arte. Una lezione di libertà che ancora oggi risuona vibrante e attualissima.

Man Ray, «L’Énigme d’Isidore Ducasse», 1920 - 1971. © Man Ray 2015 Trust, by SIAE 2026.

Nicoletta Biglietti, 08 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

«Incurante, ma non indifferente», la libertà di Man Ray in mostra | Nicoletta Biglietti

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