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Giuseppe Parvis, tavolino con gambe zoomorfe, 1884, Firenze, Museo Stibbert

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Giuseppe Parvis, tavolino con gambe zoomorfe, 1884, Firenze, Museo Stibbert

L’Egitto sognato da Giuseppe Parvis, un ebanista italiano

Al Museo Stibbert di Firenze è ripercorsa la vicenda di colui che fondò il suo lavoro su uno studio appassionato e attento di oggetti e monumenti del Paese in cui aveva trovato ospitalità e dove aprì una bottega, a Il Cairo

Loredana Pessa

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«L’Egitto sognato. Giuseppe Parvis ebanista al Cairo», allestita presso il Museo Stibbert di Firenze fino al primo novembre, rivela un capitolo affascinante e forse finora poco noto della storia dell’Orientalismo che ha per protagonista uno straordinario ebanista italiano, Giuseppe Parvis (1831-1909). La mostra, curata da Enrico Colle e Martina Becattini, si basa su una campagna di studi recentemente confluiti nel volume Giuseppe Parvis. Ebanista e designer tra Egitto ed Europa nel secondo Ottocento (Edizioni ETS). Tra i molti aspetti che l’Orientalismo ottocentesco assunse in Europa, quello rappresentato dalla produzione della bottega che Parvis fondò al Cairo e diresse fino alla morte è uno dei più singolari. In un’epoca dominata dall’eclettismo, in cui grandi repertori a stampa, come la Grammar of Ornaments di Owen Jones, mettevano a disposizione di artisti e artigiani una versione semplificata e facilmente riproducibile di stili e moduli decorativi di tutti i Paesi e di tutte le epoche a cui attingere con disinvoltura, Parvis fondò il suo lavoro su uno studio appassionato e attento di oggetti e monumenti del Paese in cui aveva trovato ospitalità, l’Egitto. Lo straordinario patrimonio artistico locale, frutto di una stratificazione che, per quanto riguarda l’arte islamica, andava dal periodo fatimide a quello ottomano, nello stesso momento attirava l’attenzione di orientalisti come Jules Bourgoin ed Émile Prisse d’Avennes, autori di monumentali opere illustrate con minuziose riproduzioni di quanto allora era ancora possibile ammirare. In un certo senso, l’artigiano italiano ha condiviso questa passione, giungendo anche a sfruttare i buoni rapporti con le autorità locali per aver libero accesso a edifici chiusi al pubblico, con lo scopo di esaminarne le decorazioni, da cui traeva disegni da utilizzare per la progettazione di mobili e arredi.

Giuseppe Parvis, Kursi (tavolino-seduta) in stile neo-moresco, 1878, Museo Stibbert

Così, a suo modo, ha saputo cogliere e interpretare il crescente interesse per l’arte e il mondo islamici che si stava diffondendo nel corso del XIX secolo nella cultura occidentale e che avrebbe condotto alla nascita di una vera e propria disciplina storica. Anche se in seguito alle suggestioni dell’arte islamica saranno accostati motivi ispirati all’antico Egitto, nelle creazioni di Parvis questi due ambiti saranno tenuti rigorosamente distinti. Nei mobili da lui disegnati e prodotti all’interno della manifattura, poi portata avanti dal figlio Pompeo che la diresse sino al 1930, venne elaborata una nuova versione dello stile moresco che ebbe subito un grande successo negli ambienti più diversi. Gli arredi di Parvis penetrarono non soltanto nelle stanze della ricca borghesia europea, assetata di esotismo, e nelle dimore di collezionisti e intellettuali desiderosi di ricostruire «salotti turchi» o «sale arabe», ma persino nelle residenze egiziane più aperte all’incontro con la cultura occidentale (come il Manial Palace, costruito al Cairo dal principe ereditario Mohammed Ali Tewfik, nipote del khedivè Ismail, e riaperto al pubblico nel 2015, Ndr). Indubbiamente, l’ebanista si è servito con molta libertà dell’amplissimo repertorio di soggetti e motivi decorativi che spaziava dall’arte mamelucca a quella ottomana. Lungi dal proporre trascrizioni rigorose di singole opere, evitando di distinguere anche cronologicamente i vari modelli a cui attingeva, si è servito disinvoltamente di elementi di epoche diverse come la stella a otto punte affiancata da forme poligonali che dà origine a un disegno «a caleidoscopio», arabeschi, iscrizioni in lettere arabe, archi a ferro di cavallo, e, talvolta, motivi floreali tipicamente ottomani. Sarebbe arduo analizzare i mobili creati dalla manifattura Parvis estrapolando gli apporti stilistici che si sovrappongono, producendo però un’opera unitaria. Certo si potrebbe parlare di eclettismo, tanto più che la stessa struttura e la tipologia di questi arredi sono state inventate di sana pianta dall’artista, in quanto completamente estranee alla tradizione mediorientale. Ma il risultato è costituito da mobili di grande fascino, spesso monumentali, eseguiti con straordinaria perizia e caratterizzati dall’uso di legni pregiati e di preziosi e costosi intarsi, che talvolta si alleggeriscono e rivelano una particolare attenzione per il colore. Ad arricchire ulteriormente l’offerta, in modo da proporre una gamma più vasta di suggestioni «moresche», la manifattura Parvis produceva anche arredi di piccolo formato, come scaffalature, sgabelli o tavolinetti (tabouret), tipici degli interni nordafricani. Non va dimenticato che a essa va riconosciuto anche un ruolo di promozione delle altre botteghe artigianali locali, coinvolte per la produzione di oggetti in metallo, tendaggi o altre suppellettili in stile neomamelucco, destinati a completare gli allestimenti creati dall’ebanista italiano.

 

Loredana Pessa è PhD storico dell’arte, Università di Genova, conservatore onorario Raccolte Ceramiche e Collezioni Tessili Musei di Strada Nuova e Museo Luxoro, Genova

Giuseppe Parvis, Divano in stile neo-moresco, 1884-85, Museo Stibbert

Loredana Pessa, 23 maggio 2026 | © Riproduzione riservata

L’Egitto sognato da Giuseppe Parvis, un ebanista italiano | Loredana Pessa

L’Egitto sognato da Giuseppe Parvis, un ebanista italiano | Loredana Pessa