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Donatella Biagi Maino
Leggi i suoi articoliStéphane Loire, conservatore generale presso il Dipartimento di Pittura del Louvre, ha realizzato un’opera che non mi perito di definire eccezionale, pubblicando il primo dei 17 registri manoscritti dell’«Inventaire Napoléon» (1810-15), il catalogo delle collezioni del Louvre, quali si presentavano dopo la sua creazione, nel 1793. Essenziale anche per la storia del museo grazie all’acribia del curatore e alle sue, ben note, capacità di storico dell’arte, il volume, che concerne 1.140 dipinti, da Albani a Zurbarán, è una miniera di informazioni preziose grazie al taglio scelto da Loire, che per ogni opera citata nel manoscritto ha ripercorso la storia pre e post collocazione in quello che dapprima fu chiamato Muséum Français per poi assumere il nome di Musée Napoléon.
L’Inventario Napoleone è composto di 17 volumi manoscritti, dei quali quattro sono dedicati a quasi 6.200 dipinti. Il primo tomo è dedicato alle opere della scuola italiana, il secondo a quelle tedesche, olandesi e fiamminghe, il terzo alla scuola francese, il quarto è relativo alle pitture inviate in deposito in altri dipartimenti della Francia. Dall’indagine del complesso inventario Loire ha desunto che il 30% delle opere provengono dalle collezioni reali, altrettante da acquisizioni d’epoca rivoluzionaria, e il 40% da sequestri effettuati da Napoleone in tutta Europa. Per quanto riguarda l’attuale collocazione delle opere analizzate, precisazione fondamentale, lo studioso ha condotto l’indagine sino a poter stabilire che se il 30% dei dipinti è stato restituito ai Paesi di origine (come non ricordare il ruolo di Canova per l’Italia?) e altrettanti sono rimasti al Louvre, la medesima percentuale corrisponde a quanti sono stati collocati in musei del resto di Francia, e purtroppo tra il cinque e il dieci in percentuale sono andati dispersi, o non sono localizzabili ad oggi. Forse questa pubblicazione concederà di ritrovarli.
Loire ha ripercorso i momenti fondamentali della vicenda che ha portato alla stesura di questo Inventario, attraverso lo spoglio della corrispondenza custodita presso gli Archives nationales de France che concede di fare luce sull’attività dei protagonisti dell’impresa, il conte Daru, il cugino di questi, il grande Stendhal, Vivant Denon e poi il Lavallée, il Duc de Cadore, la cui opera, così ricostruita, appare di straordinario interesse. Ad esempio, le stime dei vari dipinti, tra le quali spicca l’alto valore accordato alla «Trasfigurazione di Cristo» di Raffaello, trafugata da San Pietro in Montorio, l’opera che compare nell’inventario quale la più importante, sono indice preciso della cultura di quanti si adoperarono per creare l’assoluto, il museo del mondo. Cito, tra le tante (ribadisco: 1.140) schede redatte dallo studioso con una capacità rarissima di chiarezza e completezza, pur nella necessità di sintesi, proprio la n. 740, relativa alla pala di Raffaello che nel celebre «Cortège nuptial de Napoléon et de Marie-Louise d’Autriche à travers la Grande Galerie du Louvre» di Benjamin Zix si impone tra le altre opere dell’urbinate e che troneggia nella copertina del volume, per sottolineare come la trattazione ad essa riservata da Loire informi sulle vicende dell’arrivo a Parigi, le scelte conservative, la collocazione, relative a questo capolavoro, restituito all’Italia. E così è per ogni dipinto. Lo sfoglio del libro è fonte di conoscenza e anche di piacere, stanti le ottime riproduzioni di capolavori e dipinti magnifici. I francesi sapevano scegliere.
Les Peintures italiennes du Musée Napoléon (1810-1815). Edition illustrée et commentée du volume I de l’Inventaire Napoléon
di Stéphane Loire, 760 pp., ill., coedizione Mare & Martin-Musée du Louvre, Parigi 2025, € 149
La copertina del volume
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