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Laura Lombardi
Leggi i suoi articoliSi è concluso dopo circa due anni il restauro della «Deposizione della Croce» detta anche «Pala di Santa Trinita». L’opera, iniziata da Lorenzo Monaco, la cui mano si legge nelle cuspidi e nelle storie della predella, sarà poi affidata da Palla Strozzi, dopo la morte dell’artista nel 1425, a Beato Angelico, che la concluderà nel 1432. Dedicata al padre del committente, Onofrio Strozzi, la pala era destinata alla Sagrestia della Chiesa di Santa Trinita, trasformata in cappella di famiglia, ed è annoverata da Vasari tra le migliori opere dell’Angelico, artista al quale sarà dedicata a settembre una grande mostra alla Fondazione Palazzo Strozzi curata da Carl Brandon Strehlke, Angelo Tartuferi e Stefano Casciu.
Il restauro si è avvalso dell’importante sostegno dei Friends of Florence, angeli custodi, per così dire, del patrimonio fiorentino (in questo caso i donatori sono Peter Fogliano e Hal Lester), la cui collaborazione con la Direzione generale dei Musei della Toscana ha reso possibile anche il nuovo allestimento nel Museo di San Marco della Sala del Beato Angelico.
L’intervento delicato e complesso è stato affidato alle sapienti mani di Lucia Biondi per la parte pittorica e a quelle di Roberta Buda per il supporto ligneo, ma ha coinvolto varie altre figure tra cui Ottaviano Caruso per la documentazione fotografica e le indagini ottiche, il Cnr (Donata Magrini, Roberta Iannaccone, Barbara Salvadori) per le indagini analitiche e lo studio di Diagnostica per l’arte di Davide Bussolari.
Lucia Biondi ha intrattenuto col capolavoro un rapporto che lei stessa definisce «esclusivo e morboso». Animata, secondo Angelo Tartuferi, «da un fuoco, da una passione straordinaria e una curiosità da storica dell’arte», Biondi ha deciso, forte dell’esperienza acquisita dal restauro del «Giudizio finale» e della «Pala di Bosco ai Frari» dello stesso Angelico (entro cui, cronologicamente, si colloca la «Deposizione») di condurre da sola l’intervento, peraltro nel luogo dove abita e ha lo studio, sentendo che per lei quell’impegno rappresentava davvero un «salto più in alto» da un punto di vista conoscitivo.
La pala di notevoli dimensioni, restaurata l’ultima volta alla fine dell’Ottocento, presentava vari problemi di conservazione e un’opacità diffusa ottundeva la trasparente luminosità della pittura dell’Angelico, ne diminuiva i volumi e la prospettiva. Dopo la pulitura e la ricucitura con il ritocco pittorico, sia delle numerose piccole mancanze causate da vecchie vernici che avevano strappato le stesure più sottili, sia delle abrasioni di antiche puliture, la «Deposizione» torna a risplendere di quei valori di pittura di luce e di sottigliezze cromatiche che sono proprio la cifra dell’artista, insieme alla straordinaria sensibilità nel cogliere il dato naturale.
Nei ventotto personaggi che si affollano in primo piano sul prato fiorito, si riconoscono volti del tempo e della famiglia Strozzi (tra cui Alessio Strozzi che sembra svolgere il ruolo di tramite tra lo spettatore e la scena sacra), mentre nel paesaggio dietro la Croce, a cui la pulitura ha restituito piena profondità e leggibilità, si vede una città turrita, Gerusalemme, calata nella campagna toscana.
Confermando la vocazione da storica dell’arte che le è da molti riconosciuta, Biondi precisa che resta da indagare, attraverso l’analisi di documenti di archivio a confronto con le indagini diagnostiche, come e quando Angelico riprenda il lavoro appena iniziato da Lorenzo Monaco: sappiamo infatti per certa solo la data in cui la pala giunge a Santa Trinita, il 1432. Biondi si chiede quanto Angelico, subentrando all’altro pittore, non abbia attenuato il più possibile le differenze tra i loro stili, per non creare stacchi e disarmonie tra la condotta tardogotica di Lorenzo Monaco, e quella sua propria, già impressa di caratteri rinascimentali: un esempio di questo sensibile adattamento si può vedere nella condotta pittorica degli angeli sulla sinistra del Cristo deposto che indicano le figure ritratte nelle cuspidi.
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