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Dall’1 settembre prossimo Luca Massimo Barbero, dal 2013 direttore dell’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Cini di Venezia, ne diventa presidente, mentre nel ruolo di direttore entra in carica dalla stessa data Antonio Mazzotta (Milano, 1983), professore associato dell’Università degli Studi di Milano, dove si era formato prima di accedere al Courtauld Institute of Art di Londra.
Il ruolo di presidente, che non esisteva (Barbero sarà di fatto il primo, nella storia dell’istituzione) nasce ora all’interno di un riassetto dell’Istituto ed è stato pensato non, come talora accade, come una posizione per così dire esornativa ma, spiega a «Il Giornale dell’Arte» Luca Massimo Barbero (che è anche il curatore associato delle Collezioni d’arte moderna e contemporanea di Intesa Sanpaolo) come «un ruolo pienamente operativo, che crea non una frattura ma una totale continuità con il recente passato prendendo forma in una squadra di lavoro molto efficace». Più che un semplice passaggio di consegne, il nuovo assetto si presenta dunque come una formula nuova e potenzialmente dinamica, capace di rafforzare l’Istituto di Storia dell’Arte proprio nella convergenza fra direzione e presidenza. Luca Massimo Barbero continuerà a seguire l’ambito moderno e contemporaneo, condividendo strategie e indirizzi e sviluppando soprattutto e ulteriormente il profilo internazionale della Cini in questo campo. L’internazionalità accompagna del resto da sempre il suo percorso, dalle grandi istituzioni museali con cui ha lavorato negli anni alle più recenti aperture in Asia, fino ai progetti già annunciati per il 2026. Anche per questo la nuova configurazione presidente-direttore appare, prosegue Barbero, come «una forma più ampia e dinamica di continuità, capace di mettere stabilmente a frutto, per l’Istituto, un patrimonio di relazioni, interlocutori e progettualità internazionali che negli anni si è continuamente allargato e che già guarda alle iniziative future».
In effetti, quando nel 2013 Luca Massimo Barbero, uno tra gli studiosi più autorevoli del panorama internazionale, lungamente curatore alla Guggenheim Collection di Venezia e forte d’importanti mostre all’estero, fu chiamato a dirigere l’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Cini, dedita da sempre all’arte antica, si inarcò più di un sopracciglio. Col tempo, invece, quella scelta si è rivelata assai fertile, capace di consolidarne il profilo scientifico e insieme di allargarne il raggio d’azione. «Mi interessai subito all’antico, evidenzia, ma, soprattutto, volli rendere omaggio al fondatore e ai suoi generosi eredi riaprendo al pubblico Palazzo Cini a San Vio, in città, e rinnovando le sale del secondo piano per le esposizioni temporanee. Con la sua preziosissima collezione di autori come Piero della Francesca, Botticelli, Pontormo, Cosmè Tura, Dosso Dossi, che non esistono in altri musei di Venezia (il consulente del conte Vittorio Cini era Federico Zeri), questo che io chiamo il nostro “Palazzo nascosto in evidenza”, o la nostra “antenna in città”, ritornò centrale per la Fondazione, anche grazie al catalogo, che affidai a due storici dell’arte come Andrea De Marchi e Andrea Bacchi». Sotto la direzione di Barbero sono state infatti numerose, a Palazzo Cini, le mostre di arte antica, con opere di Canaletto, Crivelli, Lotto, Guardi, che non si vedevano dagli anni ’70, e quelle di arte contemporanea. Fra queste ultime, per citarne alcune soltanto, la personale indimenticabile di Ettore Spalletti nel 2015; nel 2017 la mostra in cui Vic Muniz rielaborava in chiave contemporanea alcune opere della Collezione Cini; nel 2021 quella del lascito di Franca Fenga Malabotta, con capolavori di Morandi, de Pisis e Arturo Martini, tra i quali l’«Ofelia» (1932), appartenuta a Giovanni Comisso. Nell’Isola di San Giorgio, fra molte altre, nel 2015 veniva presentata la «brutale», indimenticabile installazione «Crowd and Individual» di Magdalena Abakanowicz; nel 2017 si aprivano la rassegna preziosa di vetri di Ettore Sottsass allestita da Annabelle Selldorf e «Minimum-Maximum», con capolavori, grandissimi e minuscoli, di Alighiero Boetti, e nel 2024 si teneva la grande mostra di Alex Katz (e dal 6 maggio al 27 settembre sarà la volta dell’inedita mostra di Georg Baselitz «Eroi d’Oro», con i grandi dipinti recenti del maestro abitati da figure nude e spettrali; cfr. articolo a p. 70). Senza dimenticare il progetto, citato come esempio dal «Financial Times», che a maggio e giugno del 2020, in pieno lockdown, portò nelle calli di Venezia le immagini di Roma di Giambattista Piranesi e di Gabriele Basilico, in un percorso poi presentato a Palazzo Cini: un’iniziativa che mostrava la capacità dell’Istituto di trasformare una fase di chiusura in un gesto pubblico, condiviso con la città. Non minore attenzione è stata dedicata da Barbero all’Istituto come luogo di formazione: «Ho voluto farne, conferma, un luogo di studio con grandi professionisti ma anche un luogo dedicato a studenti che diventeranno a loro volta studiosi», potenziando anche le pubblicazioni, dalla rivista «Arte Veneta» a «Saggi e Memorie di Storia dell’Arte»; organizzando convegni (come, nel 2016, quello sulle celebrazioni per «Picasso-Mé-
diterranée I» o quello su Lucio Fontana, che divenne riferimento dei nuovi studi sull’artista, nel 2024), accogliendo e studiando archivi importanti (per tutti, quello dei Cardazzo e delle loro gallerie del Cavallino, a Venezia, e del Naviglio a Milano), con una costante attenzione al rapporto fra ricerca, formazione e progettualità. Insomma, molto è stato fatto e molto è stato seminato. «Oggi però questa eredità non viene semplicemente custodita, conclude Barbero, ma viene rilanciata e, con l’ingresso di Antonio Mazzotta alla direzione e il nuovo ruolo operativo da me assunto, si disegna per l’Istituto di Storia dell’Arte della Fondazione Cini una fase nuova, vitale e più aperta, nella quale la tradizione di studio si misura con una rinnovata capacità progettuale e internazionale».
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