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«L’opera ha un senso quando trasforma il luogo in cui è posta; solo allora ha veramente una valenza testimoniale del proprio tempo», sosteneva Arnaldo Pomodoro. Per capire che cosa intendesse è sufficiente entrare nella mostra che le Gallerie d’Italia-Intesa Sanpaolo e la Fondazione a lui intitolata gli dedicano a Milano, a cent’anni dalla nascita e a uno della sua scomparsa, nel giugno 2025, alla vigilia del 99mo compleanno. Perché nel gran salone centrale delle Gallerie d’Italia-Milano, progettato all’inizio del ’900 da Luca Beltrami in uno stile storicista e magniloquente, le forme acute, segmentate, «spinose» delle opere di Pomodoro, riunite su una grande piattaforma candida (ed esaltate da un’illuminazione perfetta), non solo entrano misteriosamente in dialogo con quel luogo in apparenza così dissonante ma, davvero, ne trasformano la spazialità e la percezione. Ed è curioso che ciò accada non con le sculture che possono contare sulla lusinga della lucentezza dorata del bronzo ma con quelle modellate nel fiberglass, materia di un bianco ottico abbagliante, perfino glaciale (di fatto, essenze platoniche di sculture) che nulla sembrano avere da spartire con l’ambiente che le accoglie.
Una veduta della mostra «Arnaldo Pomodoro. Una vita», 2026, Gallerie d’Italia-Milano, Museo di Intesa Sanpaolo. Foto Agostino Osio-Alto Piano Studio. Courtesy della Fondazione Arnaldo Pomodoro e di Intesa Sanpaolo
Ancora una sfida vinta, dunque, quella ingaggiata qui da Arnaldo Pomodoro (Morciano di Romagna, Rimini, 1926-Milano 2025), così come vinte sono state, nel tempo, le sfide lanciate dalle sue sculture monumentali destinate a spazi intessuti della più alta storia dell’arte, dalla «Sfera» del bramantesco Cortile della Pigna in Vaticano («fu Bramante stesso a dettarmi le misure: il diametro della sfera è di quattro metri, come la luce delle arcate del cortile»), alle opere esposte nel 1984 nella mostra al Forte di Belvedere a Firenze, sullo sfondo della cupola di Brunelleschi (l’immagine, in catalogo, dell’elicottero che trasporta una «Sfera» riguarda proprio questo evento e fu allora che Giulio Carlo Argan gli disse che «lo spazio migliore, il museo ideale per le [sue] sculture sarebbe stato il cielo»), fino al confronto con un luogo stratificato di storia come la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale a Milano, dove chi scrive curò nel 2016, con la Fondazione Arnaldo Pomodoro, la mostra per i suoi 90 anni. Rigorosa nell’impianto scientifico (né potrebbe essere altrimenti, curata com’è da Luca Massimo Barbero, curatore associato delle Collezioni di Arte moderna e contemporanea della Banca, e Federico Giani, curatore della Fondazione Arnaldo Pomodoro) e al tempo stesso spettacolare, la mostra «Arnaldo Pomodoro. Una Vita» (catalogo Allemandi), presentata dal 29 maggio al 4 ottobre a Milano, riunisce le «grandi opere» che l’artista ha creato in oltre sessant’anni di lavoro, tutte conservate nelle collezioni di Intesa Sanpaolo e della Fondazione Arnaldo Pomodoro.
Una veduta della mostra «Arnaldo Pomodoro. Una vita», 2026, Gallerie d’Italia-Milano, Museo di Intesa Sanpaolo. Foto Agostino Osio-Alto Piano Studio. Courtesy della Fondazione Arnaldo Pomodoro e di Intesa Sanpaolo
Opere «grandi» per le dimensioni ma più ancora perché snodi significativi nel suo percorso. Intorno alla piattaforma della Sala Scala (l’«Ouverture»), che accoglie e congeda i visitatori, ognuna delle sale radiali esibisce un momento fondante del suo lavoro, iniziando con le «scritture sconcertanti» (Leonardo Sinisgalli) degli anni Cinquanta, che Argan, da parte sua, definiva «un codice di cui si è perduta la cifra»: opere ancora bidimensionali (alcune, come «La macchina del tempo», 1958, non più viste da allora), realizzate con materiali eterogenei e spesso poveri, con un’ansia di sperimentazione che lo condusse a utilizzare il ferro, il piombo, lo stagno, il cemento e persino una lega «sorda» e opaca come l’idronalis, oggi dimenticata ma allora usata negli idrovolanti. Tutti lavori, però, già colmi di quel brulichio di forze al tempo stesso distruttive e germinative che «lavoreranno» all’interno dei solidi platonici cui si affiderà quando passerà alla terza dimensione. «In quei rilievi, raccontava Arnaldo Pomodoro a chi scrive, già emergevano i motivi della mia ricerca tra segno e materia, ma mancava la tridimensionalità della scultura che entra nello spazio, mancava la possibilità di vedere l’opera tutt’intorno, come esige la scultura. Per questo occorreva il tuttotondo». Che arrivò di lì a poco con la «Colonna del viaggiatore», alta cinque metri e fusa in ferro dall’Italsider per la mostra epocale di Giovanni Carandente «Sculture nella città» che si tenne a Spoleto, per il Festival dei Due Mondi del 1962 (qui c’è il bronzo, di misure inferiori, del 1965-66). Poi, subito, «La ruota» e «Il cubo» e di seguito la «Sfera n. 1» (1963), capostipite di quelle, sempre più grandi, sempre più sfidanti, che seguiranno.
Una veduta della mostra «Arnaldo Pomodoro. Una vita», 2026, Gallerie d’Italia-Milano, Museo di Intesa Sanpaolo. Foto Agostino Osio-Alto Piano Studio. Courtesy della Fondazione Arnaldo Pomodoro e di Intesa Sanpaolo
A iniziare dalla «Sfera grande», che gli costò tante notti insonni («temevo che i miei segni, ingigantiti, diventassero troppo meccanici»: non fu così) quando gli fu commissionata per l’Expo di Montreal del 1967, per coronare il Padiglione italiano: quella «Sfera» (1965-66; 3,5 metri di diametro) è da tempo davanti alla Farnesina a Roma, ma qui, nel «Giardino di Alessandro» (Manzoni) che è parte delle Gallerie d’Italia, si può vedere il fiberglass che Peppino Agrati riuscì a «strappare» ad Arnaldo Pomodoro (l’unico da lui ceduto), poi giunto nelle collezioni Intesa Sanpaolo con la donazione della strepitosa collezione Agrati. A imprimere una svolta verso il minimalismo nel suo alfabeto visivo furono i soggiorni, dal 1966, in California, dove Arnaldo Pomodoro fu chiamato a insegnare a Stanford, poi a Berkeley e al Mills College di Oakland e dove condivise la spinta rivoltosa degli studenti («c’era un ritmo dionisiaco in quei giovani!») e frequentò i poeti e gli scrittori della Beat Generation (Allen Ginsberg, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti...): in mostra lo documentano uno dei «Rotanti», sfere forate da tagli netti e da scavi perfettamente circolari, e la scultura non meno essenziale «Forma X», questa di acciaio specchiante. E così si procede di seguito lungo le nuove invenzioni e le nuove varianti introdotte anno dopo anno, fino a giungere alla sala, da non perdere, dove va in scena un assaggio dell’Archivio (esemplare) della Fondazione Arnaldo Pomodoro: qui, in quattro cassettiere apribili (e l’invito è proprio ad aprirle!) sono presentati articoli di riviste, opuscoli, fotografie, disegni e reperti naturali (le litiche «rose del deserto» e piccoli fossili) da cui Arnaldo Pomodoro ha tratto ispirazione. Una vera miniera, cui dedicare tutto il tempo necessario.
Ma non è finita: nel «Cantiere del ’900» alcuni suoi lavori (tra cui «Il Grande ascolto», ispirato alla gigantesca antenna parabolica di Stanford) entrano in dialogo con quelli di amici e compagni di strada, da Lucio Fontana (il suo generoso mentore quando arrivò a Milano) a Mauro Staccioli, Pietro Consagra, Nicola Carrino, per proseguire poi fino al Chiostro ottagono dov’è esposto il magnifico «Disco in forma di rosa del deserto» (1993-94) di bronzo commissionato da Intesa Sanpaolo per la sede torinese e da tempo trasferito qui, e poi al citato «Giardino di Alessandro», contiguo alla Casa del Manzoni, dove si trova la candida «Sfera Grande» (1966-67): all’aperto, proprio dove Arnaldo Pomodoro desiderava che le sue sculture vivessero e respirassero.
Una veduta della mostra «Arnaldo Pomodoro. Una vita», 2026, Gallerie d’Italia-Milano, Museo di Intesa Sanpaolo. Foto Agostino Osio-Alto Piano Studio. Courtesy della Fondazione Arnaldo Pomodoro e di Intesa Sanpaolo
Una veduta della mostra «Arnaldo Pomodoro. Una vita», 2026, Gallerie d’Italia-Milano, Museo di Intesa Sanpaolo. Foto Agostino Osio-Alto Piano Studio. Courtesy della Fondazione Arnaldo Pomodoro e di Intesa Sanpaolo