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Sergio Buttiglieri
Leggi i suoi articoliDurante la rappresentazione della «Clemenza di Tito», ultima magistrale opera di Wolfgang Amadeus Mozart in scena al Teatro La Fenice di Venezia fino a domenica 30 novembre, ho avuto la fortuna di poter vedere da vicino l’accurata direzione del maestro concertatore e direttore Ivor Bolton. E mi sono reso conto di quanto fosse fondamentale la sua figura, sia per i musicisti, sia per i cantanti. Ogni suo minimo gesto, peraltro privo della consueta bacchetta, rendeva l’esecuzione senza incertezze e anche i personaggi in scena seguivano il preciso ritmo che il direttore voleva imprimere all’opera mozartiana. Gesti non casuali e non semplicemente di bella presenza, come invece a volte in passato e in altre sedi ho purtroppo visto eseguire dalla contestata Beatrice Venezi che gli orchestrali ritengono non all’altezza del prestigioso ruolo a direttore musicale del Teatro La Fenice per il 2026 assegnatole dal sovrintendente e direttore artistico Nicola Colabianchi. E così anche l’altra sera a Venezia, all’ingresso del teatro, sono stati distribuiti dei volantini a tutti gli spettatori per ribadire la posizione di contrarietà dei maestri dell’orchestra a una scelta presa arbitrariamente da Colabianchi, senza coinvolgerli nella decisione.
Quest’ultima preziosa opera di Mozart, un «dramma serio in due atti» su libretto di Caterino Mazzolà rielaborato da un testo di Metastasio, debuttò in prima assoluta a Praga al Teatro Nazionale il 6 settembre 1791. In quell’occasione non fu accolta calorosamente, anzi: la regale consorte di Leopoldo II, Maria Luisa di Borbone, si lasciò persino andare a un giudizio tranchant e la definì «una porcheria tedesca in lingua italiana». E anche se nel secolo successivo, nonostante «La clemenza di Tito» condividesse con il «Don Giovanni» e «Die Zauberflöte» il podio delle opere di Mozart sopravvissute alla morte dell’autore, pure pesarono in negativo l’opinione ambigua di Richard Wagner («quanto profondamente sono grato a Mozart perché non gli fu possibile inventare per Tito una musica come quella di Don Giovanni») e il sottile disprezzo per una forma di teatro musicale considerata imperfetta, artefatta e votata all’effimero, scritta in soli diciotto giorni tra la fine di luglio e i primi di agosto del 1791 per festeggiare l’incoronazione dell’imperatore Leopoldo II a Re di Boemia. Rimane il fatto che l’opera, malgrado i giudizi sprezzanti della corte viennese, ha rappresentato fino al primo decennio dell’Ottocento uno dei maggiori successi, anche internazionali, del compositore austriaco. Fu infatti messa in scena nel 1806 a Londra come prima opera di Mozart grazie soprattutto alla moglie Constanze, che dimostrò un’eccezionale energia nella promozione degli ultimi lavori del marito scomparso.
L’atto primo si apre negli appartamenti di Vitellia (la soprano fiorentina dalla splendida voce Anastasia Bartoli), figlia del deposto imperatore Vitellio. Accecata dall’ambizione e dalla gelosia, Vitellia cerca di sfruttare l’amore di Sesto (l’altro grande protagonista interpretato con successo dal mezzosoprano Cecilia Molinari) per colpire l’imperatore Tito Vespasiano (ben restituitoci dal tenore Daniel Behle), innamorato della principessa ebrea Berenice. La differenza di temperamento tra i due personaggi si manifesta fin dal primo duetto in fa maggiore. L’animo nobile di Sesto emerge subito con due battute di accordi semplici e solenni, mentre il carattere fumantino di Vitellia è dipinto con le note ribattute e la nervosa figurazione dei violini perfettamente guidati da Bolton.
La vicenda procede con i famosi colpi di scena dell’imperatore Tito che vuole cambiare consorte. Vitellia, saputo che Tito vorrebbe infine sposare Servilia (interpretata dall’ottimo soprano Francesca Aspromonte) sorella di Annio (l’apprezzato controtenore Nicolò Balducci), inviperita per essere stata scartata due volte, con un aperto ricatto sessuale, offrendosi in premio per il suo delitto, convince Sesto a far fuori Tito durante una cerimonia in Campidoglio. Troppo tardi Vitellia apprende che la scelta di Tito infine è caduta su di lei. A quel punto non riesce più a fermare Sesto, perdutamente innamorato di lei. Sesto è del tutto consapevole di compiere un’azione indegna, ma non riesce a sottrarsi alla schiavitù delle passioni. Anche se non riuscirà a uccidere Tito dopo lo spettacolare incendio del Campidoglio in cui il grande regista Paul Curran ha scelto di interpretare l’opera in chiave moderna. D’altro canto è lo stesso Mozart a proporci questa lettura: non ambienta la storia nell’antica Roma, ma descrive la propria società, come del resto ha fatto in ogni suo titolo. È vero, ci ricorda il regista di origine scozzese, ma residente da tempo in America, che la censura del tempo non permetteva che la modernità fosse troppo evidente, ma è ovvio che i personaggi della «Clemenza» rappresentano la gente che stava attorno a lui. «Come regista non posso immaginare qualcosa di troppo distante dalla nostra esperienza, ribadisce Curran. Vorrei che le persone pensassero a un legame tra di loro e il passato. Questo si vede chiaramente nella relazione di Tito e Sesto, forse la più complicata della loro vita». L’ambientazione che ha scelto è piuttosto astratta, come d’altronde anche gli splendidi costumi, curati da Gary McCann, con un occhio rivolto al passato.
Nel secondo atto, senza parlare del, giustamente lodato da tutti, grande concertato che chiude il primo atto, ci ritroveremo in una sorta di spettacolare esplosione, metafora perfetta della nostra società, rendendo chiaro come le decisioni di qualcuno possano disintegrarla. Tema tanto attuale in questi mesi. E noi spettatori assisteremo a una inaspettata ricomposizione in vista della fine dell’opera in cui Tito compie un meraviglioso atto di clemenza nei confronti di Sesto e di Vitellia. Sesto è un personaggio modernissimo, complicato e complesso, che incarna l’essenza dell’essere umano in mezzo al fango della mente mentre cerca di assecondare la persona che ama e allo stesso modo desidera comportarsi bene nei confronti di qualcuno verso cui ha dei doveri. Mentre Vitellia è completamente ossessionata dal potere, e anche dallo spirito di vendetta per la morte del padre. Sentimenti, come tutti noi percepiamo, che appartengono agli uomini di oggi, in particolar modo ai potenti. Come nel mondo del Settecento, anche in quello di oggi la parola «clemenza», così come la capacità di perdonare gli altri e la gentilezza, dovrebbero avere molto più più peso e centralità, soprattutto per chi detiene enormi poteri. E Curran, che vive negli Stati Uniti e percepisce una situazione di estremismo politico sconfortante, nell’ambientare questa storia settecentesca come una storia moderna è riuscito a parlarci del potere e dell’umanità, dell’importanza di perdonare e andare avanti.
Applausi fragorosi a tutti da un teatro, quello veneziano, che ha ribadito l’importanza della qualità nell’intero cast, compreso il lodevole coro diretto da Alfonso Caiani, per ottenere tali splendidi risultati. Coro che come il direttore concertatore Bolton ha sottolineato è uno degli aspetti più interessanti di questa partitura. Il primo, «Serbate, o dei Custodi», è molto formale ma pieno di energia ed esprime la «lode» all'imperatore. Secondo Bolton la parte corale che ha davvero un effetto devastante è quella che compare sul finire dell’opera, «Che del cielo, degli dèi»: qui poco prima che venga emesso il giudizio su Sesto per la sua cospirazione e per la sua perfidia, l’orchestra è «ardente» e trasmette un vero senso di potere del popolo. A parer del direttore è «la pagina di musica più sconvolgente, dignitosa e straziante di tutto il repertorio settecentesco. Questa musica ha una qualità quasi cinematografica, sembra che tutto stia accadendo in tempo reale. Ribadisco, puntualizza Ivon Bolton, questa è una delle mie opere mozartiane preferite. Penso che possa temere il confronto solo con la trilogia di Da Ponte, ma neanche più di tanto». E noi tutti siamo stati rapiti da questa perfetta direzione musicale associata alle scelte astratte del pluripremiato regista Paul Curran.
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