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Diriyah Biennale

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La guerra con l’Iran congela il «miracolo culturale» del Golfo. E ora? Tornerà mai tutto come un mese fa?

Fino a poche settimane fa la penisola arabica sembrava il nuovo centro della geografia culturale globale: musei, fondazioni, fiere e nuovi distretti artistici si inauguravano con ritmo serrato tra Abu Dhabi, Dubai e Doha. L’escalation militare con l’Iran ha improvvisamente interrotto questa traiettoria. Musei chiusi, programmi sospesi e turismo fermo aprono ora una domanda più ampia: la grande ascesa culturale del Golfo era davvero solida o dipendeva da un fragile equilibrio geopolitico?

Amélie Bernard

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Solo un mese fa la penisola arabica appariva come il laboratorio più dinamico della nuova geografia culturale globale. Tra Abu Dhabi, Dubai, Doha e Riyadh si inauguravano musei, fondazioni e grandi mostre con una frequenza quasi settimanale. Il modello era chiaro: trasformare la ricchezza energetica in infrastruttura culturale, costruendo nel Golfo un sistema di istituzioni capace di competere con Europa e Stati Uniti.

Poi, nel giro di pochi giorni, tutto si è fermato.

L’escalation militare tra Iran, Stati Uniti e Israele, con missili e droni lanciati verso diversi paesi del Golfo, ha avuto un effetto immediato sul sistema culturale regionale. Musei, gallerie e fondazioni negli Emirati Arabi Uniti, in Qatar e in Bahrein hanno sospeso le attività pubbliche o chiuso temporaneamente al pubblico per ragioni di sicurezza.

In molti casi le istituzioni hanno semplicemente sigillato gli spazi e rinviato ogni evento a data da destinarsi. A Dubai e Abu Dhabi numerose gallerie hanno interrotto le mostre in corso, mentre alcuni centri culturali hanno spostato online la programmazione. La situazione ha colpito uno dei sistemi culturali più ambiziosi emersi negli ultimi quindici anni.

Il progetto culturale del Golfo

Dall’inizio degli anni Duemila gli Stati del Golfo hanno investito miliardi nella costruzione di musei, distretti artistici e fondazioni. L’obiettivo era duplice: diversificare economie ancora fortemente dipendenti dal petrolio e costruire un soft power culturale capace di ridefinire l’immagine della regione. Il caso più emblematico è Saadiyat Island ad Abu Dhabi, con il Louvre Abu Dhabi, il futuro Guggenheim e una rete di istituzioni universitarie e museali progettate come nuovo polo culturale globale. Dubai ha puntato su un ecosistema di gallerie private e su fiere internazionali come Art Dubai, mentre Doha ha sviluppato uno dei sistemi museali più attivi del Medio Oriente.

Negli ultimi anni anche l’Arabia Saudita è entrata con decisione nella partita culturale, con biennali, nuovi musei e programmi di residenze artistiche legati al progetto Vision 2030. Questa espansione aveva alimentato l’idea che il baricentro culturale del XXI secolo potesse spostarsi progressivamente verso il Golfo.

Il fattore geopolitico

La guerra con l’Iran ha mostrato quanto questo progetto resti legato alla stabilità geopolitica della regione. I missili intercettati sopra Emirati e Qatar e le restrizioni sugli spostamenti hanno colpito direttamente due pilastri dell’economia culturale locale: turismo internazionale e mobilità globale.

Immagini recenti mostrano una Dubai insolitamente vuota, con hotel e luoghi turistici privi dei visitatori che normalmente affollano la città. In parallelo, l’incertezza logistica e i rischi di trasporto stanno già creando difficoltà al mercato dell’arte e alla circolazione delle opere. Il sistema culturale del Golfo è infatti profondamente internazionale: dipende da prestiti museali, viaggiatori, collezionisti e operatori che arrivano da Europa, Stati Uniti e Asia. Quando voli e trasporti rallentano, l’intero ecosistema si blocca.

Una pausa o un punto di svolta?

È troppo presto per capire se questa crisi rappresenti solo una pausa o un vero punto di svolta. Negli ultimi vent’anni il Golfo ha dimostrato una notevole capacità di assorbire shock geopolitici e riprendere rapidamente i propri programmi di sviluppo. La costruzione di infrastrutture culturali è stata pensata proprio come strumento di lungo periodo, capace di sopravvivere alle oscillazioni politiche.

Ma la situazione attuale introduce una variabile nuova: la consapevolezza che il progetto culturale della regione non può essere separato dal suo contesto geopolitico. Per anni il Golfo è stato presentato come un luogo dove la cultura poteva crescere quasi in autonomia rispetto ai conflitti del Medio Oriente. La guerra con l’Iran mostra invece che musei, fiere e fondazioni restano inevitabilmente esposti agli stessi equilibri strategici che governano petrolio, rotte commerciali e sicurezza militare.

Il futuro del nuovo centro dell’arte

Fino a poche settimane fa la narrativa dominante parlava di un futuro in cui il Golfo sarebbe diventato uno dei principali poli del sistema dell’arte globale. Oggi il quadro è sospeso.

Le istituzioni culturali non sono state smantellate e gli investimenti non sono stati ritirati. Ma per la prima volta da anni il ritmo di inaugurazioni e progetti si è arrestato bruscamente, lasciando intravedere la fragilità di un modello costruito sulla promessa di stabilità. Se e quando la situazione tornerà alla normalità, musei e fondazioni riapriranno. La domanda più interessante riguarda però il lungo periodo: se questa guerra dovesse prolungarsi, la grande ascesa culturale del Golfo potrebbe rivelarsi meno inevitabile di quanto molti osservatori avevano immaginato.

Per il momento, tra Abu Dhabi, Dubai e Doha, la scena culturale che fino a ieri cresceva con velocità impressionante è entrata in una pausa improvvisa. Una pausa che ricorda quanto il sistema dell’arte, anche quando sembra globale e autonomo, resti sempre legato agli equilibri della storia.

Amélie Bernard, 15 marzo 2026 | © Riproduzione riservata

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