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Una fotografia dalla serie «Replaced», 2026, di Diana Markosian

© Diana Markosian

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Una fotografia dalla serie «Replaced», 2026, di Diana Markosian

© Diana Markosian

La memoria dell’assenza: Diana Markosian alle Gallerie d’Italia-Torino

L’artista americana interroga la fine di una relazione durata oltre dieci anni, attraversando il mito romantico e il sentimento della sostituzione

Rosalba Cignetti

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Diana Markosian lavora da sempre sul terreno instabile della memoria. Per lei la fotografia non è mai soltanto documento, ma uno spazio dove riattivare la biografia personale all’interno di una narrazione universale, una forma di racconto in cui la verità emotiva sostituisce la successione cronologica e il legame tra causa ed effetto. La sua è una lettura retroattiva della memoria, dove il passato non è mai stabile: ciò che accade dopo può modificarne il significato. «Conoscere non è altro che ricordare», scriveva Platone nel Menone.

«REPLACED», curato da Brandei Estes, inserito nell’ambito della terza edizione di EXPOSED Torino Photo Festival, e visibile alle Gallerie d’Italia-Torino dal 10 aprile al 6 settembre, è un progetto complesso che combina fotografia, cinema, rievocazione sceneggiata e autofinzione. Un progetto che prende forma attorno a una relazione durata oltre dieci anni e che diventa progressivamente una riflessione sul mito romantico dell’amore unico e insostituibile e sulla sua fragilità, sul modo e sul momento in cui la memoria riorganizza il passato e ciò che sembrava unico diventa sostituibile. 

All’origine del lavoro c’è l’inizio di un amore. Una sigaretta fumata sui gradini della scuola, un numero di telefono annotato in fretta, la promessa implicita di un destino condiviso. Da quel momento la storia si sviluppa attraverso città, spiagge e zone di guerra, sostenuta dalla delicata architettura del mito romantico. Dodici anni dopo il primo incontro la storia entra in una fase incerta, sospesa tra continuità e fine, tra ciò che resta e ciò che lentamente scompare. La macchina fotografica registra l’intimità dei momenti condivisi e lascia al contempo intravedere una distanza che lentamente si fa strada. Nella parte finale del progetto emerge il tema della sostituzione. Non soltanto la sostituzione da parte di un’altra persona, ma un processo più sottile e destabilizzante che riguarda il modo in cui la memoria ricompone e trasforma il passato. Quando luoghi, oggetti e gesti condivisi vengono riattivati con qualcun altro, ciò che sembrava unico si rivela improvvisamente replicabile. 

Il dolore non risiede soltanto nella fine dell’amore, ma nella scoperta della sua trasferibilità. Un passaggio che Markosian introduce con un gesto artistico radicale, ingaggiando un attore per interpretare l’uomo del suo passato e ricostruire alcune scene della relazione. I momenti di tenerezza e quelli della rottura vengono così rievocati attraverso una messa in scena consapevole, sospesa tra la realtà e la sua rappresentazione. Le immagini abitano uno spazio ambiguo, dove la memoria non è mai una registrazione neutrale del passato, ma qualcosa che cambia nel tempo, modellata dal desiderio, dalla nostalgia e dal bisogno di comprendere ciò che è stato. Rivivendo quei frammenti Markosian prolunga per un istante la sensazione dell’innamoramento, ma allo stesso tempo la osserva con lucidità. L’atto di tornare sui luoghi del passato diventa così un gesto di autorialità: un modo per esercitare controllo sul ricordo mentre lentamente se ne allontana. «REPLACED» non è un tentativo di preservare il passato, né una nostalgia per ciò che è stato. È piuttosto un esercizio di presenza: un modo per esistere ancora dentro un’esperienza che appartiene al tempo della memoria. Tornando nei luoghi della gioia e della devastazione emotiva, Markosian trasforma il ricordo da paralisi a confronto. 

Nata a Mosca nel 1989 e cresciuta tra Russia e Stati Uniti, Diana Markosian è oggi una delle figure più riconosciute nel panorama internazionale della fotografia contemporanea. Il suo lavoro attraversa fotografia, cinema e installazione e affronta spesso i temi dello spostamento, della memoria e della costruzione delle identità personali e collettive. Le sue opere sono state presentate in importanti istituzioni internazionali, tra cui il San Francisco Museum of Modern Art, la National Portrait Gallery di Londra, l’International Center of Photography e il Foam Fotografiemuseum di Amsterdam. Nel 2025 ha ricevuto il Madame Figaro Prize ai Rencontres d’Arles per la mostra «Father». Con «REPLACED» prosegue dunque la sua ricerca sul confine tra documento e racconto, mostrando come la fotografia possa diventare uno strumento per interrogare la memoria piuttosto che per fissarla. Come nella reminiscenza di Platone, conoscere non significa apprendere qualcosa di nuovo, ma riattivare qualcosa che l’anima ha già conosciuto e che riaffiora attraverso l’esperienza: il passato non è un archivio chiuso, ma qualcosa che torna alla luce solo quando un evento presente lo riaccende, lo interroga e lo costringe a mostrarsi sotto una forma diversa. 

Una fotografia dalla serie «Replaced», 2026, di Diana Markosian. © Diana Markosian

Rosalba Cignetti, 10 aprile 2026 | © Riproduzione riservata

La memoria dell’assenza: Diana Markosian alle Gallerie d’Italia-Torino | Rosalba Cignetti

La memoria dell’assenza: Diana Markosian alle Gallerie d’Italia-Torino | Rosalba Cignetti