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Samantha De Martin
Leggi i suoi articoliSono trascorsi cinquant’anni da quando Cesare Zavattini, primo presidente di Culturmedia Legacoop, lanciava lo slogan «Un metro di libri in ogni casa», sintetizzando in queste parole lo slancio verso una cultura plurale, democratica e diffusa.
L’associazione guidata oggi da Giovanna Barni, che racchiude oltre un migliaio di cooperative che lavorano in tutta Italia sulla cultura, sul patrimonio culturale, l’impresa creativa e la comunicazione, ha da poco concluso le celebrazioni del Cinquantenario. Una ricorrenza festeggiata non con un evento singolo, bensì con un percorso nei territori per raccontare storie, ma soprattutto costruire una visione strategica accettando la sfida del suo fondatore: ripartire dalla cultura come «infrastruttura immateriale dei territori».
Iniziate al Salone del Libro di Torino 2025, proseguite nelle aree interne e tra i territori del Sud, al Teatro del Buratto, per concludersi a Venezia lo scorso 23 gennaio, queste celebrazioni sono state l’occasione per fare il punto sullo stato di salute dell’associazione e sulle prospettive future. A tenere insieme queste tappe è stata la stessa domanda di fondo: come rendere la cultura un bene comune, capace di generare diritti, responsabilità condivise e futuro? Ne abbiamo parlato con la Presidente.
«Il viaggio del Cinquantenario, ha detto Giovanna Barni nel suo discorso conclusivo, toccando temi che vanno dal libro e dalla lettura come infrastruttura democratica, alle nuove economie ibride delle aree interne, dai teatri cooperativi come presìdi educativi e civici, fino alla riflessione sulle filiere culturali cooperative, è stato un percorso che ha attraversato l’Italia per mostrare come, in contesti diversi, la cooperazione culturale possa essere una risposta concreta alle diseguaglianze, allo spopolamento, alla perdita di partecipazione».
Che cosa ha rappresentato per voi questo anniversario e qual è il bilancio di questi 50 anni di cooperazione culturale?
Non è stato un evento unico, ma un percorso a tappe che ha toccato tutti i settori della nostra articolata associazione, dalla comunicazione all’editoria, dallo spettacolo dal vivo al patrimonio culturale, dalle cooperative della creatività a quelle del turismo di comunità. Questo Cinquantesimo non ha costituito solo una rivendicazione dell’importanza delle origini del modello cooperativo che negli anni Settanta è riuscito a cambiare la cultura nel Paese, rendendola accessibile, aperta, innovativa, capace di esprimersi con nuovi linguaggi e vicina alle comunità e nei territori. Questo anniversario ha voluto toccare un po’ tutta la filiera, partendo dal ruolo che le cooperative svolgono nei territori come presidi culturali, guardando al futuro, al riconoscimento e al potenziamento di questo ruolo.
Il soffitto della Chiesa della Missione di Mondovì. Courtesy Coopculture
Per Zavattini «la cooperazione è una forma di cultura che unisce, cura, ricuce». Quella del fondatore era un’Italia caratterizzata da una speranza di cambiamento. Com’è mutato il Paese oggi? In che modo la cooperazione culturale può contribuire a ricostruire quella speranza?
Questo anniversario rinnova una sfida importante: rendere la cultura accessibile a tutti e partecipata, capace di esprimere nuovi linguaggi ed essere aperta ai giovani e alle comunità. La sfida di Cesare Zavattini è quanto mai attuale in un Paese che vive il tema dell’impoverimento culturale e delle diseguaglianze culturali, di una cultura esclusiva dei grandi luoghi e dei grandi eventi, con conseguenze molto negative su tutto il Paese. C’è un tema di spopolamento, degiovanimento, di fuga dei giovani, che purtroppo sfugge alla politica. Affrontarlo significa avere una visione culturale e a lungo termine. Solo la cultura può permettere di reimmaginare un futuro.
Lei parla di cultura come «infrastruttura immateriale dei territori» capace di tenere insieme le comunità, costruire immaginari, creare desiderio di futuro. In che modo entra in gioco la cooperazione?
Soprattutto nelle aree fragili e nei contesti più difficili, le cooperative sono vicine ai giovani, presidiando spazi che altrimenti verrebbero abbandonati. Lo fanno in forma volontaristica, ma creando occupazione, offrendo la possibilità di restare anche ai tanti giovani che altrimenti lascerebbero il nostro Paese. La cultura è opportunità. Attraverso la rigenerazione delle risorse culturali e naturali un territorio può ripartire per ricostruire una comunità e riappropriarsi del proprio patrimonio, avviando percorsi di sviluppo e riuso di queste risorse con modalità sostenibili, come quelle cooperative che vanno a beneficio delle comunità stesse.
A fronte dell’overtourism che cosa può fare la cultura cooperativa?
La cultura in forma cooperativa è radicata e ha come scopo il dare benessere ai propri soci. La rigenerazione in forma cooperativa può essere lo strumento attraverso cui i territori tornano a essere attrattivi, vivibili con condizioni di socialità, di crescita culturale e di lavoro, restituendo fiducia alle comunità. Di fronte a un mondo che va in una direzione di abbandono, spopolamento, desertificazione culturale, bisogna ripensare ai modelli con i quali anche la cultura è stata fino ad oggi concepita. La cultura è importante come coesione, partecipazione, inclusione, ma la forma cooperativa è quella che rende la cultura a beneficio delle comunità.
In che modo le cooperative adottano modelli sostenibili?
Il modello cooperativo si declina in tanti modi. Nei piccoli comuni ci sono, ad esempio, piccole cooperative di comunità che si sono riappropriate di un luogo o di una tradizione di cultura immateriale per farne un’opportunità di crescita. Adottare un modello sostenibile significa rigenerare gli spazi per farli tornare a essere luoghi di comunità. Il nostro lavoro si estende poi anche nella cooperazione «di territorio» nei parchi, negli itinerari, nei cammini, attività diverse che reimpiegano in modo sostenibile anche le risorse naturali.
Una veduta di Ostia antica. Courtesy Coopculture
Qual è la sfida più urgente in questo momento?
Senza cultura non c’è capacità di dialogo. Vedo l’urgenza di fare impresa insieme, di cooperare. La cultura è collaborazione e contaminazione multidisciplinare, è costruzione di reti nei territori e creazione di ponti con le comunità. Lavoriamo moltissimo con il Teatro per i Ragazzi, all’80-90% gestito da cooperative. Sono attività che non sarebbero pensabili senza il contributo della cooperazione.
Lei ha detto che la vera sfida, oggi, è «fare un salto di scala. Passare dai frammenti alla politica. Dalle buone pratiche a un modello di sviluppo». Che tipo di appello si sente di fare alla politica?
Ci sono tantissime buone pratiche di rigenerazione di luoghi e di comunità , ormai diventate un leitmotiv di tanti discorsi, ma che restano disgregate nel paese, talvolta osteggiate. Occorrerebbe mettere a sistema queste buone pratiche per farne un’infrastruttura di resistenza e di sviluppo del Paese.
Ci può fare un esempio?
Ad esempio integrando le Raccomandazioni dell’Economia Sociale in ogni dispositivo normativo, sia a livello nazionale che regionale, dedicato al sostegno, allo sviluppo culturale e territoriale. Il Piano Nazionale dell’Economia Sociale riconosce infatti la cultura come settore strategico, indicando le aree interne come priorità e la cooperazione come strumento. Ma soprattutto dice una cosa molto chiara: serve lavorare per filiere, reti, partenariati, superando la frammentazione e la competizione. L’auspicio è che questi modelli siano sempre più incentivati, semplificati e sostenuti anche con finanziamenti dedicati. Si tratta di modelli urgenti e necessari che non possono essere sostituiti dalle istituzioni pubbliche.
Una veduta del Museo Correr. Courtesy Coopculture
Come giudica il modello di partenariato pubblico-privato?
Il tema dei partenariati pubblico-privato delle cooperative di comunità e delle reti territoriali è profondamente politico e istituzionale, urgente e necessario. Il concetto di cultura e patrimonio culturale non allude solo a un bene fisico da tutelare, ma a un bene comune, cioè ad un diritto da proteggere. In Italia la sussidiarietà non è mai stata davvero praticata e necessita invece di modelli collaborativi, decentrati e sartoriali, scalabili e istituzionalizzati per durare nel tempo. Questa separazione tra istituzioni, comunità e forme organizzate dell’economia sociale ha generato una cultura elitaria. Lo si percepisce anche nei fenomeni legati al turismo e alla valorizzazione del patrimonio: l’uso concentrato e competitivo che ne viene fatto finisce per consumare i luoghi e impoverire chi li abita. Il paradosso è che, mentre alcuni luoghi sono sovra-utilizzati, il 65% del patrimonio culturale è sottoutilizzato e a rischio abbandono. Quando invece prevale un approccio collaborativo e mutualistico (tra pubblico, cooperazione, comunità e altri attori del territorio) anche le risorse culturali vengono riconosciute e gestite come beni comuni: non da sfruttare, ma da curare, da condividere, nell’interesse delle comunità e delle generazioni future.
Sono circa mille le cooperative che aderiscono a Culturmedia Legacoop, attive trasversalmente in tutti i campi, dalla produzione teatrale alla danza, all’animazione. Come ci si orienta in questo panorama variegato?
Oltre ad avere tanti interlocutori diversi abbiamo anche una visione trasversale. Proponiamo un cambio di paradigma, una rappresentanza e una interlocuzione con la politica che non si occupi solo di un singolo settore, ma che guardi al valore della cultura per le sfide della contemporaneità.
Attraverso l’iniziativa «Un metro di libri in ogni casa» avete creato un ponte importante con il passato, rinnovando la sfida lanciata da Zavattini…
Questo contest lanciato al Salone del Libro 2025 ha rimesso al centro il valore sociale e democratico della lettura e l’intuizione di Zavattini del libro come bene di prossimità. Questa idea di prossimità e accessibilità della lettura, e più in generale della cultura, ci ha spinto a lanciare questa sfida di creatività per ripensare al metro di libri oggi. Non solo in ogni casa, ma anche in ogni condominio o quartiere. Questa idea trova perfetta consonanza nella visione del New European Bauhaus, che pone la cultura al centro dell’abitare.
Dov’è rivolto oggi lo sguardo di Culturmedia? Che cosa avete in cantiere?
C’è la messa a terra delle filiere principali (la filiera del libro, della lettura, del teatro, la filiera della creatività) alle quali abbiamo affidato il presidio e la trasformazione dei luoghi attraverso forme innovative di partenariato pubblico-privato, e il turismo green e sostenibile. Auspichiamo che si sviluppi presto anche una cornice legislativa favorevole a queste opportunità per il Paese. In questa seconda parte del mio mandato come presidente di Culturmedia lavoreremo sodo per trasformare questa realtà in un’infrastruttura reale e diffusa per tutto il Paese.
Alcuni protagonisti di Culturmedia Lagacoop in Piazza San Carlo a Torino
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