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Giulia Rogni
Leggi i suoi articoliPavel Krisevich, artista performativo e attivista politico nato a San Pietroburgo nel 2000, è stato costretto a lasciare la Russia dopo una serie di arresti e intimidazioni da parte delle autorità. Oggi vive in Montenegro, in esilio forzato, diventando una delle voci più emblematiche di una nuova generazione di artisti russi per i quali la pratica artistica è inseparabile dalla disobbedienza civile.
La sua vicenda è legata indissolubilmente a una performance realizzata nel 2021 sulla Piazza Rossa, quando mise in scena un finto suicidio per attirare l’attenzione sulla condizione dei prigionieri politici. Per quell’azione Krisevich è stato condannato a cinque anni di carcere, dei quali ha scontato tre anni e mezzo prima della scarcerazione, avvenuta nel gennaio 2025. La libertà, tuttavia, si è rivelata solo apparente: nuovi arresti, minacce e pressioni da parte dei servizi di sicurezza lo hanno spinto a fuggire dal Paese nel dicembre successivo. In un post diffuso sui social, accompagnato dall’immagine di Stalin e dalla parola “REPRESSION” in caratteri cubitali, l’artista ha raccontato le intimidazioni subite all’interno di un centro di detenzione, descrivendo l’uscita dalla Russia come l’abbandono di «una dittatura e di un luogo di oppressione». Il sollievo della fuga si accompagna però a una consapevolezza più ampia: quella di un sistema che continua a colpire chiunque osi esprimere dissenso, anche in forma simbolica o artistica.
Il caso di Krisevich si inserisce in un quadro sempre più restrittivo per la cultura russa contemporanea. Artisti, curatori e collettivi che si oppongono apertamente al presidente Vladimir Putin o alla guerra in Ucraina vengono etichettati come “agenti stranieri” o addirittura terroristi, indipendentemente dal fatto che vivano ancora in Russia o siano già in esilio. Chi resta, anche scegliendo il silenzio, si trova comunque esposto a controlli, esclusioni e repressioni crescenti. Krisevich ha paragonato questa condizione a quella degli artisti non conformisti sovietici degli anni Settanta e Ottanta, costretti a una sorta di “emigrazione interna”. È proprio durante la detenzione che l’artista ha elaborato il concetto di “Repressionism”, un movimento che definisce come risposta estetica e teorica alla condizione carceraria e, più in generale, alle società in cui diritti e libertà vengono progressivamente soffocati. Ispirandosi alla noosfera del filosofo ucraino Vladimir Vernadskij, Krisevich utilizza soprattutto il tessile per rappresentare scene della vita in prigione: sbarre invisibili, linee oppressive, corpi compressi, ma anche immagini oniriche e momenti di fragile umanità. Tra i soggetti ricorrenti compaiono i gatti incontrati in carcere, figure che assumono una valenza simbolica di sopravvivenza e affetto in un ambiente disumanizzante.
Se inizialmente l’artista pensava che il "Repressionismo" potesse esistere solo entro i confini fisici della prigione, l’esperienza dell’esilio lo ha portato a riconsiderarne il significato. La repressione, suggerisce oggi, non è limitata alle celle, ma si estende allo spazio sociale, culturale e politico, diventando una condizione diffusa che plasma linguaggi, gesti e possibilità di espressione. La traiettoria di Pavel Krisevich pone interrogativi urgenti sul ruolo dell’arte in contesti autoritari e sul prezzo che le pratiche artistiche possono arrivare a pagare quando si confrontano direttamente con il potere. Il suo lavoro non chiede protezione simbolica né neutralità istituzionale: rivendica piuttosto il diritto dell’arte a esistere come atto di testimonianza, anche quando questo comporta l’esilio, la perdita e la frattura definitiva con il proprio Paese.
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